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| Editoriale
Caselle e...
Per la terza volta Caselle si presenta proponendo una nuova
edizione della Sagra del Salame di Turgia. Ma questa è
un’occasione diversa.
Basta soffermarsi sul titolo della manifestazione:
"Conosciamoci attraverso i sapori" per capire che stiamo
andando verso tutta un’altra storia.
Il cibo è cultura, il cibo è radici e, al di là del fatto
che negli ultimi tempi s’è persino esagerato un filino nel
coltivare il buon mangiare e il ben bere, non si può non
convenire con Carlin Petrini, "deus ex machina" di "Slow Food"
che è la strada per poter provare a riunire una
globalizzazione virtuosa e una conservazione necessaria.
Lo sappiamo bene che stiamo andando troppo in fretta, che
questi anni "turbo" ci stanno portando verso uno sviluppo che
non è più sostenibile.
Nella ricerca vana del benessere totale e totalizzante
stiamo accumulando una serie di malesseri.
Ma che sapore ha la nostra vita?
Difficile dirlo. Siamo le generazioni dei "22 gradi
garantiti". Sempre.
Giornate vissute dentro a una centrifuga non ci permettono
di uscire dal vortice e ci spinge verso pasti precotti e
surgelati. Che gusto hanno? Buono, non trovi?
Il problema è che non c’è tempo, non c’è più tempo. Per
nulla.
Figurati per cucinare.
Abbiamo avuto secoli di fame. Secoli in cui cacciar le
gambe sotto ad un tavolo è stato un lusso e un sogno, tanto
che non è facile immaginare quanti si ribaltino nelle tombe
all’idea che in Italia ci sia qualcuno che possa arrivare a
rifiutare il cibo.
Siamo i primi d’una scia lunga tremila anni a permetterci
di poter sostituire la parola fame con quella che suona
appetito, e c’è una bella differenza.
Ma ci arriviamo con le papille gustative azzerate, senza
più la capacità percettiva di sentire nettamente le
differenze, senza più la capacità di apprezzarle le
differenze.
L’omologazione, l’omogeneizzazione produce anche
questo.
La qualità media dei vini è cresciuta notevolmente rispetto
a trent’anni fa, dove esistevano soltanto due tipi: "col bon"
e "col gram". Adesso quello cattivo pare sparito, anche se il
sospetto è più d’uno che te lo rifilino sotto altre forme.
Quanti sono i bianchi fruttati fino a stordire? Quanti i rossi
modificati? Spesso, che sia Cabernet, Sauvignon e compagnia ti
sembra di bere lo stesso vino.
Dicono "affinato in barrique", ma al di là di qualcuno
inarrivabile come Elio Altare alla Morra, per altri è stato lo
sdoganamento d’un doping.
Il grande Barolo Mascarello – che la terra gli sia lieve –
aveva creato delle etichette sulle quali aveva manifestato
tutto il suo disappunto politico, enologico e non.
"No barrique" urlava il grande vecchio del barolo e aveva
ragione, perché a me sa che anche a noi sta succedendo
d’essere infilati in una botte per un periodo
"d’affinamento".
Tutto in apparenza è melassa che cola. Tutto è buono, tutto
sta andando benissimo.
Anche se sai che non c’è stato un tempo più basso e
scorretto da che è iniziata l’era "del politicamente
corretto."
L’unica cultura accettata è quella dell’avere, ora: subito.
E se gli ultimi discorsi del cardinale Ratzinger si sono
scagliati contro tutti gli "ismi" della nostra storia ultima,
sono stati un po’ mitigati da ciò che Benedetto XVI ha poi
detto, nessuno può escludere che la nostra era sia quella
dell’"io". E basta.
Uno come il Marco Ranzani di Radio Deejay fa ridere, ma c’è
una parte di Ranzani in ognuno di noi. E forse ci fa ridere
per questo. Come Fantozzi anni fa.
Ecco perché quello che parte da Caselle è un messaggio
giusto: conosciamoci attraverso i sapori.
I sapori della vita (anche se non sono sempre quelli che
vorremmo), i profumi degli altri: la conoscenza non è dolore,
è arricchimento: è la possibilità di tornare a fare
insieme.
Ciò che un appuntamento come "Terra Madre", quello che
Torino ospitò facendo incontrare tutti i contadini del mondo,
è stato epocale e ha detto che la strada per arrivare ad avere
un mondo migliore, economicamente sostenuto e sostenibile,
passa attraverso l’azzeramento delle fami e il benessere
conseguito attraverso un mercato equo.
Sfruttiamo quindi l’occasione della Sagra che la nostra
città propone: sarebbe miope affermare che sa solo di Salame
di Turgia.
Lui, il nostro "salame dagli occhi languidi" rappresenta e
bene il nostro passato e il nostro possibile futuro, ma questa
è una festa che ha un gusto diverso: sa di buono.
Porta in sé la speranza che attraverso la conoscenza delle
tradizioni ci sia un’innovazione compatibile. Porta in sé la
speranza che la gente torni ad appropriarsi del tempo e degli
spazi, per tornare a parlarsi.
Per conoscere il sapore degli altri.
Per assaporare ciò che gli altri ci permettono di
conoscere.
Elis Calegari
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| "Slow Food"
sbarca a Caselle
Un segno del destino?
Giuseppe Clementino è il nuovo fiduciario di
zona
Proprio ora che Caselle cerca di rinascere e di "rifarsi il
trucco", prendendo a prestito quanto detto dall’Assesore al
commercio, incamminandosi sulla via dell’enogastronomia, il
Fato ha voluto che il nuovo Fiduciario Slow Food della
Condotta di Ciriè e Valli di Lanzo fosse casellese.
La nomina è freschissima, tanto che il neo eletto, Giuseppe
Clementino, si è stupito per la richiesta di un’intervista da
parte del nostro giornale: "Solo due giorni fa non avevo
ancora ricevuto la comunicazione ufficiale dalla sede
centrale, perciò mi stupisce che la voce si sia già
sparsa!"
Giuseppe Clementino è comunque molto contento della nomina
e già sta pensando ai programmi futuri.
Nato nella campagna dell’Irpinia, approda a Caselle nel
1970, dove vive tutt’ora con la moglie, salvo una breve
parentesi borgarese: Casellese a tutti gli effetti,
dunque!
Gli è sempre piaciuto mangiare e bere bene, perciò si
iscrive, alla fine degli anni ’80 all’allora ARCIGOLA, poi
diventata Slow Food.
"Il mio predecessore, Gianni Reviglio, aveva stabilito la
sede dell’associazione nella sua enoteca a Ciriè. Io sono un
dipendente, non possiedo quindi un ufficio mio, ma un mio caro
amico mi ha messo a disposizione per i primi tempi un suo
locale in Via Roma, qui a Caselle.
Ho avuto anche altri inviti, perché la mia intenzione più
ferma è proprio quella di lavorare per la mia città,
cominciando a spostare qui la sede.
Caselle deve diventare un punto di riferimento sia come
recapito postale, che come luogo di convegni, manifestazioni,
incontri.
È un discorso appena partito, ma già in piena corsa. Per la
Sagra di maggio alcune iniziative dello Slow Food erano già
state progettate da Gianni Reviglio, dato che la mia nomina è
avvenuta pochi giorni fa, perciò ho ereditato alcune cose già
definite; comunque ho contribuito a cercare produttori di vini
e formaggi, categoria un po’ carente nella prossima sagra.
Parteciperò alla conferenza stampa di presentazione e terrò
una relazione al convegno previsto, perché mi sembra giusto
far sentire la voce dello Slow Food che avrà anche uno stand
in piazza Boschiassi, domenica 22 maggio".
Non ci resta che augurargli "buon lavoro", augurio che si
rifletterà anche sulla nostra piccola grande città.
Patrizia Bertolo
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| All’interno:
• da pag. 3 a pag. 8: percorsi e protagonisti...
gustosi!
• pag. 17: tutto il programma del maggio
mappanese
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| Programma
Sagra culturale ed enogastronomica "Conosciamoci attraverso i
sapori"
Caselle Torinese punto di partenza per la scoperta dei
sapori locali e mondiali
Dal 17 maggio al 22 maggio 2005
Amministrazione Comunale di Caselle Torinese -
Patrocinio della Presidenza della Provincia di Torino e
della Presidenza della Regione Piemonte
Da martedì 17 maggio a domenica 22
maggio
Mostre a tema a cura delle associazioni locali
e multietniche.
Giovedì 19 e venerdì 20 maggio
Degustazioni al pubblico presso i portici
di Palazzo Mosca e cene con menù a tema anche etnico
presso i ristoratori locali.
Giovedì 19 maggio
Alle ore 10,00 presso la Sala F.lli Cervi
via Mazzini n. 60 convegno rivolto ai bambini delle classi
quinte delle scuole elementari di Caselle T.se con la
loro partecipazione attraverso elaborati sul tema:
"SOCIETÀ MULTIETNICA: CIBO VEICOLO DI UNIONE NEL
MONDO".
Interverranno:
Dott. Paolo Bertolone
Storico Enogastromico A.S.A.;
Elis Calegari
Direttore Responsabile Mensile "Cose
Nostre":
Prof.ssa Maria Costantino
Dirigente Scolastico Circolo Didattico di
Caselle Torinese;
Clivio Leone
Fiduciario A.M.I.R.A. Torino e Consigliere
Nazionale
Paolo Gremo
Assessore ai Progetti di Sviluppo delle
Attività Produttive della Città di Caselle Torinese.
Party finale con cibi della "buona
salute".
Sabato 21 e domenica 22 maggio
Chiesa dei Battuti:
Mostra "I 60 ANNI DALLA RESISTENZA".
Sabato 21 maggio
Alle ore 17,00 presso la Sala Polifunzionale
"Fratelli Cervi" di via Mazzini 60 meeting
di notevole interesse avente come tema
"SOCIETÀ MULTIETNICA: ENOGASTRONOMIA VEICOLO DI
UNIONE TRA I POPOLI" con la partecipazione di:
Elis Calegari
Direttore Responsabile Mensile "Cose Nostre"
Moderatore;
Giuseppe Marsaglia Cagnola
Sindaco della Città di Caselle
Torinese:
Dott. Paolo Bertolone
Storico Enogastromico A.S.A.;
Sante Biondi
Vice Fiduciario A.M.I.R.A. Torino
Prof.ssa Maria Costantino
Dirigente Scolastico Circolo Didattico di
Caselle Torinese;
Dott.ssa Elena Di Bella
Dirigente Servizio Attività Produttive
della Provincia di Torino;
Clivio Leone
Fiduciario A.M.I.R.A. Torino e Consigliere
Nazionale;
Dott. Safran Mansour Referente
Associazione Italo-Araba Petra;
Pilar Yenque
Responsabile Associazione America
Latina;
Paolo Gremo
Assessore ai Progetti di Sviluppo delle
Attività Produttive della Città di Caselle Torinese.
Al convegno seguirà rinfresco a tema.
Domenica 22 maggio
Nel centro storico, totalmente chiuso
al traffico, saranno dislocate:
-isole di promozione enogastronomica locale
e di prodotti tipici inseriti nel "Paniere" della
Provincia di Torino;
-stand per la promozione e vendita di prodotti
enogastronomici multietnici, con possibilità di
somministrazione dei cibi;
-spettacoli e trattenimenti, a cura delle
Associazioni Multietniche che potranno contemporaneamente
esporre e vendere produzioni tipiche alimentari e
non.
Piazza Boschiassi:
-Punto informativo.
-Stand Assessorato all’Agricoltura della
Provincia di Torino.
-Punto di partenza per visita guidata alle
cascine locali.
-Confraternita del "Salam d’la turgia".
-Raduno della Confraternite con stand
espositivi.
-Punto di partenza per passeggiate nel
centro storico per i bambini su asinelli.
Portici Palazzo Mosca:
-Mostra "IL FASCINO DELL’INDIA".
Palatenda del Prato Fiera:
-Mercatino dei produttori degli alimenti
facenti parte del "Paniere dei Prodotti Tipici della
Provincia di Torino".
-Raduno dei "CASELLE D’ITALIA", Comuni e
Frazioni denominati "CASELLE" provenienti da tutta
l’Italia, con esposizione di documenti informativi e
prodotti delle loro terre.
-I Piccoli Cuochi con le loro
prelibatezze.
Area circostante il Palatenda:
-Dimostrazioni di mungitura e preliminari
di produzione del formaggio.
-"TUTTI IN SELLA!" – passeggiate a cavallo per
bambini e adulti con istruttore.
Per ulteriori dettagli e per conoscere orari
degli spettacoli e di inaugurazione delle mostre
consultare il sito www.comune.caselle-torinese.to.it
oppure chiamare l’Ufficio Relazioni con il Pubblico della
Città di Caselle T.se al n.
011.9964102 | |
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3
| Il significato della
sei giorni casellese
Per capire l’importanza del significato della
giornata che la nostra città dedica al conoscersi mediante i
sapori, bisogna pensare a cosa è stata, e a cosa sarà
Caselle.
Che cosa è stata se lo ricordano in pochi.
Spesso e volentieri, negli ultimi decenni del
ventesimo secolo, Caselle è stata un aereoplanino sulla carta
geografica: tra l’essere l’aeroporto della città o la città
dell’aeroporto c’è una bella differenza, e noi siamo stati
esattamente la seconda cosa. Dieci secoli di storia sono
diventati un aereoplanino su una carta, a dirci che senza
scalo e senza pista non saremmo nemmeno stati
menzionabili.
Del resto, che c’era di menzionabile da noi ?
Monumenti ? Attrattive particolari ?
L’aeroporto e basta.
Della nostra storia, nulla. Dell’esserci fin dai
tempi della "centuria casellensis", di quanto abbiamo saputo
fare con la carta e per la carta da Joanes Fabri in poi,
nulla. E sì che se uno visita il British Museum di Londra e va
nelle sale dedicate a carta e stampa percepisce qual era la
nostra importanza europea nel periodo coevo a Fabri.
Sì, eravamo sullo stesso piano di Fabriano, ma
non ce l’abbiamo fatta a rimanere e diventare Fabriano.
Ci è successo quello che troppo spesso è
capitato a Torino, dove le cose sono nate per poi emigrare.
Lasciando un vuoto difficile da colmare.
Così s’è persa la nostra vocazione primaria e
siamo rimasti sospesi tra agricoltura e industria, senza un
carattere definito e preciso. Senza tornare ad avere un
prodotto che ci contraddistinguesse dagli altri.
Poi, la connotazione rurale è via via scemata,
al pari di quella industriale.
I nostri prati e campi avevano però un pregio
enorme: erano in piano, senza declivi e sono risultati
splendidi per essere rapiti e riconvertiti dall’edilizia,
tant’è che per un certo periodo Caselle è stata, come molti
altri centri della prima e della seconda cintura torinese, un
dormitorio.
Anche noi legati a "mamma Fiat", anche noi con
le auto dei dipendenti da vendere e comprare "di sei mesi"; e
il famoso "indotto" aveva belle tracce anche da noi.
Il boom obnubilava e ottundeva, era la madre
dalle grandi mammelle inesauribili e sempre pronte a
darsi.
Perché cercarsi e provare a darsi una struttura
? Tanto sembrava che non ci fosse altra strada oltre
all’inurbamento, al fagocitante avvicinamento ad una Torino
che sembrava dover diventare sempre più grande.
Adesso sappiamo solo che è cambiato tutto, che
era un contratto a tempo e che le regole non erano quelle da
noi immaginate per il sempiterno.
Ritrovarsi vuoti, senza iniziative proprio
quando sta per cominciare la battaglia per la sopravvivenza
(oh yes, sopravvivenza e non è roba da cassandre
prevederlo...) non è una condizione invidiabile.
In più se la fretta di costruire ha fatto sì che
la crescita fosse piuttosto disordinata, senza un vero piano
urbanistico, senza che Caselle crescesse per i suoi abitanti,
ci si ritrova tra le mani una città cresciuta come certi
figli, frutto di genitori distratti.
Da quando ci è stato fatto capire che l’unica
certezza che la nostra terra aveva davanti era l’incertezza,
stiamo provando ad attrezzarci per il futuro.
E non è facile farlo da spogliati, spogliati
d’identità e tradizioni.
Ecco perché è una gran cosa provare a cercare il
nostro futuro attraverso il recupero del nostro passato.
A qualcuno può non piacere che per farlo si
parta dal salame di turgia. Convengo e l’ho già scritto che il
nome è ruvido, sa di campagna vera, quella che ha la terra
bassa e fa i conti con gli odori forti.
Avessimo champagne e caviale, barolo e trifole
da promuovere la vedrei persino un po’ più facile anch’io.
Ma tant’è. Abbiamo il salame di turgia che ci
rappresenta: un prodotto che se ci si pensa bene è come noi. È
schietto e sincero come le nostre esistenze; ha un sapore
netto e definito diverso da quello che la globalizzazione
impone a tanti altri insaccati; non è falso, è duttile come
pochi perchè è buono crudo o cotto, si presta a mille
interpretazioni e visitazioni, ed è umile. Umile perché sa da
dove viene, dalle mucche a fine carriera, come dice Domenico
Musci, e sa che deve presentarsi per quel che è.
Ho scritto mesi fa che si porta appresso lo
sguardo illanguidito degli animali da cui proviene, placidi e
stupendi nella loro semplicità: è un salame dagli occhi
languidi e mi piace per questo.
Ma sarebbe miope, non realistico pensare che il
nostro futuro si può impostare su un unico prodotto, seppur
sempre più affermato e di qualità eccellente.
L’idea che l’Amministrazione Comunale abbia
inteso integrare la Sagra con un’operazione più ampia –
conoscersi attraverso i sapori – indica una strada decisamente
più percorribile.
Se Caselle riesce a raccogliere il testimone, a
prolungare il discorso che Carlin Petrini ha fatto e farà con
"Terra Madre" allora daremo un senso ulteriore alle nostre
cose.
Mostrare quanto sappiamo fare, porgere solo i
nostri prodotti gastronomici alla lunga stanca.
Occorre creare qualcosa perché questo qualcosa
resti.
L’uomo ha bisogno del cibo, ma in questi tempi,
pur paradossalmente, sembra che anche il cibo abbia bisogno
dell’uomo.
Ne ha bisogno per provare a sfuggire
all’omologazione e l’omogeneizzazione.
Ma il cibo deve rimanere il mezzo e non il fine
di tanti discorsi. Se no diventa un totem e torna ad essere
privilegio di pochi, roba da élite.
Con il cibo, attraverso il cibo, possono passare
i discorsi legati all’ecologia, alla tutela dell’ambiente,
alla sostenibilità dello sviluppo, alla salvaguardia delle
diversità e delle tradizioni.
E solo se la gente si parla e si conosce,
attorno ad un tavolo, c’è la possibilità che questo si
realizzi.
Come Carlin Petrini ha affermato in una recente
intervista, è possibile coniugare la piccola realtà locale con
una globalizzazione virtuosa, cercando "un’onesta voluttà" e
rifuggendo la "crapula" che oggi i media tentano di
rifilarci.
Il salame di turgia, con la sua schiettezza che
va via via sempre più affermandosi, può essere il punto di
partenza, il grimaldello che può permetterci di aprire la
porta sul nostro futuro.
È il mezzo per radunare gente, per permettere di
conoscere e di conoscersi.
Ipotizzare una Caselle che sia promotrice di
eventi, capace di prolungare percorsi e discorsi può sembrare
utopico.
Ma senza la capacità di osare, di provare a
mutare schemi, continueremo a perpetuare un ruolo che non ci
deve appartenere: noi senza cuore e senza idee.
Noi un aereoplanino bianco perso sulla carta
geografica, con la vita che ha deciso di percorrere
irrimediabilmente altre rotte.
Elis Calegari
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| Terra Madre: ma da
dove nasce questo progetto e che cosa si propone?
Evoca il concetto di terra intesa come madre e divinità, e
introduce a seguito dell’Incontro a livello internazionale tra
le Comunità del Cibo tenutosi a Torino dal 20 al 23 ottobre
2004 un nuovo attore nel campo della produzione alimentare. La
Comunità del Cibo, una definizione nuova, ma dalle radici
antiche, che rimanda a una filiera allungata, dai
selezionatori di sementi e razze ai contadini, dai
distributori ai dettaglianti, a chi quotidianamente vive con
la terra. È infatti di tutte queste abilità e di tutte queste
figure professionali che ha bisogno il cibo di qualità per
essere prodotto, distribuito e consumato, per essere risorsa
economica, ambientale, sociale e culturale. Il futuro
dell’agricoltura e del cibo, e quindi dell’umanità, è nelle
mani di tante persone dalle diverse, ma concatenate,
esperienze: cuochi, promotori, agricoltori, pescatori,
raccoglitori di prodotti spontanei, allevatori.
Terra Madre è il luogo in cui le comunità del cibo si
riuniscono, si incontrano, si scambiano esperienze e
comunicano il loro saper fare, per cercare di arricchire il
proprio bagaglio culturale. Ognuna di esse da qualche cosa ad
un’altra e da questa, al tempo stesso, riceve.
Terra Madre è il luogo in cui i grandi temi che preoccupano
oggi tutti i produttori di cibo verranno dibattuti ed
esaminati: biodiversità, fame, povertà, acqua, sostenibilità,
tecnologie tradizionali, educazione alimentare, agricoltura
biologica, ruolo delle donne, legami tra sviluppo delle
economie rurali e prevenzione dei conflitti. Ma rientra anche
il momento per discutere di temi specifici, di trattare
argomenti legati a determinati territori, produzioni,
tecniche, mercati e così via.
Terra Madre è il luogo dove si incontrano le comunità del
cibo da tutto il mondo, si incrociano i saperi e le
esperienze, dove migliaia di persone si conosceranno e
ritroveranno temi, problematiche o successi comuni.
Un progetto in cui importanti realtà istituzionali,
associative e imprenditoriali hanno creduto, riconoscendone
l’unicità e la peculiarità.
Ovunque nel mondo, agricoltori lavorano la terra e
utilizzano quanto la natura ha messo loro a disposizione per
produrre e ottenere coltivazioni di qualità: sui terrazzamenti
valtellinesi, dove ogni operazione viene ancora effettuata
manualmente, nel pieno rispetto della tradizione e della
salvaguardia del territorio montano, così come sui pendii
collinari di Tehuacan, in Messico, dove le popolazioni
indigene stanno cercando di recuperare una coltura
antichissima, o sulle Ande peruviane, dove ancora si utilizza
la chaquitalla, tecnica arcaica di aratura che vede
l’impiego di mani e piedi.
Mondi distanti che condividono probabilmente le stesse
difficoltà e sono alla ricerca di tecnologie che possano
facilitare il loro lavoro.
Mara
Milanesio | |
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Conosciamoci attraverso i
sapori
Questa è l’esatta denominazione della manifestazione
enogastronomia che si terrà questo mese nella nostra città.
Come sempre abbiamo voluto riportare la voce dell’Assessore al
commercio, Paolo Gremo:
"Come già accennato nel numero scorso, questa sarà la terza
edizione della sagra. Le prime due ci sono servite per
portare, per la prima volta, commercianti casellesi con
prodotti nostrani all’ultima edizione del Salone del gusto di
Torino, innegabile vetrina enogastronomica di valenza
internazionale.
Proprio visitando il Salone del gusto e vedendo quanto
realizzato dallo Slow Food con "Terra Madre", abbiamo pensato
di provare a portare un evento simile, certamente di portata
inferiore, nella nostra cittadina.
Caselle è per tutti lo scalo aeroportuale della città di
Torino, crocevia di comunicazioni nazionali e internazionali,
ma esclusivamente luogo di transito per altri lidi.
Ritengo, invece, che sia indispensabile investire molto
sull’accoglienza di possibili turisti, che si sentano attratti
a visitare il nostro paese.
Certo ci vogliono un’apertura mentale ed una sensibilità
più marcate, un tessuto sociale più permeabile.
La strada intrapresa dell’enogastronomia è una delle tante
per socializzare con il resto del mondo
In tre anni, da quando l’amministrazione comunale ha
iniziato a fare progetti di questo tipo sul territorio, la
situazione economica di Caselle è certamente cambiata.
Non si può negare che stanno sorgendo punti economici
innovativi, ma nel contempo vogliamo trarre forza dalle
risorse del territorio, senza, perciò, tralasciare o negare il
preesistente.
Una manifestazione dal forte carattere socioculturale e
commerciale come questa sagra, deve essere vista come il fiore
all’occhiello della comunità.
Deve diventare una vetrina fondamentale per chi opera nel
centro storico, che con l’esperienza acquisita può
contrapporsi degnamente ai grandi e spersonalizzati centri
commerciali.
È nostra intenzione rivalutare e far rilucere i negozi del
centro di Caselle, che possono diventare un polo d’attrazione,
con prodotti di alta specializzazione, anche di nicchia,
introvabili nei colossi del ‘mordi e fuggi’, e con una cura
per il cliente che certamente in essi non esiste.
La sagra di maggio, perciò, con il coordinamento
dell’Amministrazione, dei commercianti, delle associazioni e
del giornale locale e dello Slow Food, avrà lo scopo di
‘rifare il trucco’ alla città, perché essa possa presentare il
lato migliore di sé.
Puntiamo molto sull’ etnicità della sagra, lavorando con
associazioni multietniche che già operano nella città di
Torino, perché riteniamo sia fondamentale educare i giovani e
i giovanissimi alle diversità culturali, fonte di crescita
sociale per entrambi le parti.
Abbiamo ricercato tutti i luoghi italiani che contenessero
il nome "Caselle": ce ne sono ventisei, da Catanzaro a
Treviso, quattro sono paesi, i rimanenti frazioni. Alcuni di
loro ci hanno assicurato la presenza con prodotti tipici della
zona di provenienza, altri verranno a farci visita per
prepararsi alla manifestazione del prossimo anno".
Patrizia Bertolo
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Il saluto della Confraternita del "Salam d’la
Turgia"
La confraternita del Salam d’la Turgia di Caselle Torinese
ha lo scopo di ricercare, conservare, divulgare e tramandare
le tradizioni storiche, culturali ed enogastronomiche locali e
in particolare le antiche costumanze casellesi.
Proprio per questo motivo ci siamo fortemente impegnati al
fine di realizzare tre grandi manifestazioni.
La prima, quella del 13 marzo 2005, con il 1° Concorso
Valli di Lanzo del Salam d’la Turgia e il 1° Concorso Valli di
Lanzo dei piatti tradizionali ed innovativi preparati con il
Salam d’la Turgia.
Devo affermare che ha avuto un insperato successo, sia per
affluenza di pubblico e sia per il plauso ricevuto da parte di
ben 13 Confraternite, Sodalizi e Accademie che ci hanno
onorato con la loro presenza.
La seconda manifestazione, che ci sta tuttora impegnando, è
la Sagra del Salam d’la Turgia che si terrà dal 18 al 22
maggio denominata "Conosciamoci attraverso i Sapori"
Auspichiamo di rinnovare il successo per l’affluenza di
pubblico e di lasciare un piacevole ricordo di una grande
enogastronomia diversa.
La terza manifestazione è ancora in fase di preparazione.
Vi daremo al più presto tutte le informazioni.
Porto il saluto della Confraternita del Salam d’la Turgia
di Caselle ed il mio personale con l’invito per Domenica 22
maggio nel centro storico di Caselle per degustare insieme il
Salam d’la Turgia, il Pan Gindru, i dolci, i formaggi e i
grandi vini ed altre sorprese.
Il Gran Maestro
Mauro Pogliano
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Il saluto del Sindaco
È passato un altro anno dall’ultima edizione di un
appuntamento che per Caselle Torinese è diventato tradizione e
che si ripropone per la terza volta.
Sicuramente i cambiamenti che hanno coinvolto la nostra
società sono stati molti: mi trovo oggi ad amministrare una
Città in costante crescita demografica ed economica. Ritengo
doveroso prendere in considerazione tutti gli aspetti e le
strade possibili per dare ai miei cittadini il più ampio
ventaglio di prospettive per il futuro oltre ai migliori
servizi possibili.
Si sta lavorando alla creazione di punti economici
innovativi ma nel contempo si opera per rilanciare tutto ciò
che è preesistente, sottolineando l’insostituibile patrimonio
da esso costituito.
Ne sarà esempio la terza edizione della sagra culturale ed
enogastronomica la quale, in una settimana di eventi, vedrà
coinvolte tutte le componenti economiche ed associative del
territorio prendendo spunto dalle origini più remote dello
stesso e affiancandovi l’importantissimo apporto dato dalle
componenti multirazziali che costituiscono la società
odierna.
Mi sento quindi di inviare a tutti un forte messaggio: le
forze rappresentante dalle antiche tradizioni locali unite a
quelle portate da tutte le popolazioni che vivono nel nostro
territorio costituiscono un patrimonio che, lavorando in
sinergia, può rappresentare indubbiamente il principale motore
di sviluppo della nostra Città.
Il Sindaco
Giuseppe Marsaglia Cagnola
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"Piccoli cuochi" grandi
protagonisti
Raffaella Di Carlo ha creato nel 1998/1999 la scuola dei
"Piccoli cuochi" a Caselle. Proprio ai piccoli casellesi viene
chiesto di continuare le tradizioni passate.
Il 22 Maggio prepareranno una ricetta con il salame di
Turgia, una sorta di pane fritto. Dice la Di Carlo "stiamo
ricercando nuove ricette con il salame di Turgia che uniscano
la tradizione e la novità, anche quella dei piccolo cuochi".
Proprio i Piccoli cuochi, prosegue, "daranno dimostrazione
di come è cambiato il modo di impastare e la manualità che
porta dietro. Riscoprire la manualità è il motto della scuola.
Oggi, come un tempo, dalla farina, acqua e sale si potranno
ottenere pasta alla chitarra, orecchiette al coltello,
gnocchetti con l’attrezzo, pasta con il ferretto ed i
maccheroni al ceppo".
D.G.
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| La scuola del gusto
Scuola & Caselle
"La situazione della scuola casellese? Direi essere buona",
dice la Dirigente Scolastica Maria Costantino.
"Il corpo docente è qualificato, la maggior parte risiede a
Caselle o in paesi limitrofi, ciò è garanzia di continuità nel
tempo favorendo un rapporto più aperto con la comunità.
La popolazione scolastica è decisamente numerosa: 25 classi
nella scuola primaria per un totale di 536 bambini; 9 classi
nella scuola dell’Infanzia per un totale di 221 bambini.
Come la scuola elementare si relaziona con il
territorio?
La Dirigente afferma: "I docenti reputano fondamentale che
i ragazzi si sentano parte attiva del paese in cui vivono.
Fin dalla scuola materna si fanno studi del territorio con
costruzione di mappe, visite e studi dei luoghi
caratteristici, conoscenza degli uffici comunali.
Nella scuola primaria è attiva la collaborazione con
diversi enti presenti sul territorio: oltre a frequentare la
piscina del plesso Rodari, collaboriamo con lo CSEN, il Tennis
Club, il Caselle Volley, l’Associazione "Vivere il verde", la
Scuola dei "Piccoli cuochi".
I bambini con i loro docenti partecipano alle interessanti
attività proposte dalla Biblioteca Comunale.
Alcuni nostri alunni fanno parte del Consiglio Comunale dei
Ragazzi e in questo periodo sono molto impegnati nella
realizzazione del progetto proposto dagli alunni della scuola
"Collodi" che ha vinto il concorso lo scorso anno.
Il progetto riguarda l’allestimento di una rotonda ed è
stato ideato dalla classe 3a B della Rodari.
Il logo del Consiglio Comunale dei Ragazzi è stato invece
realizzato da Alberto Marchetti, della 5a B della Rodari."
Caselle come si sta rapportando con le nuove immigrazioni:
come vivono i bambini stranieri?
"La scuola casellese diventa sempre più multietnica, il
numero dei bambini stranieri che frequentano la nostra
istituzione scolastica aumenta di anno in anno; ci sono alunni
che arrivano dalla Moldavia, Romania, Albania, Marocco,
Colombia, Senegal, Cile.
Gli scolari vengono a scuola volentieri e sono sereni, c’è
un progetto che aiuta i bambini ad integrarsi nella società e
a prendere confidenza con la nuova lingua".
La sagra casellese di fine maggio ci porta a porre un
quesito: la scuola educa al gusto e al mangiare sano?
"L’80% dei bambini frequentanti la scuola usufruisce della
mensa, questo è un momento altamente educativo. È il luogo
dove i giovani fanno conoscenza con tutte le tipologie di
cibo.
C’è una commissione mensa composta da genitori e insegnanti
che controlla che gli alimenti siano consoni alle prescrizioni
della dietista e le proprietà organolettiche siano
rispettate.
L’educazione alimentare è un obiettivo trasversale che
viene trattato nel corso di tutto l’iter scolastico. È
importante che la scuola sia in prima linea nell’educazione
alimentare per evitare che malattie quali anoressia e bulimia
colpiscano i nostri giovani".
Quale ruolo si dà la scuola primaria, quali sono i progetti
che avete per la sagra del Salame di Turgia?
"Le classi quinte hanno predisposto materiali – ricerche,
ricette, disegni – che esporranno durante la sagra presso la
sala F.lli Cervi. Inoltre, il momento più alto e più
qualificante l’avranno partecipando al convegno predisposto
appositamente per loro nella giornata di giovedì 19
maggio.
Scuola, cultura e istituzioni unite? Non è già un bel
programma di per sé?"
Davide
Gosti | |
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Ma cos'è sto "paniere"?
Il Paniere è un marchio creato dalla Provincia di Torino
per accogliere tutti i prodotti agroalimentari ed agricoli del
territorio provinciale, che in base a verifiche
tecnico-scientifiche risultano essere prodotti in maniera
artigianale da produttori locali, che appartengono alla
tradizione storica locale, sono prodotti con materie prime
locali che costituiscono una potenzialità per lo sviluppo
locale nel territorio torinese.
Il "Paniere dei prodotti tipici della provincia di Torino"
attualmente riguarda circa 1.000 produttori, pari al 10% delle
aziende della provincia di Torino. Ad oggi sono 26 le
specialità agroalimentari che possono vantare l’appartenenza a
questo marchio, ma bisogna inoltre considerare che questi
prodotti tipici aumenteranno a trentadue in occasione delle
Olimpiadi del 2006. Queste specialità saranno tratte dai cento
prodotti agroalimentari tradizionali della provincia di
Torino. Inoltre, a questa rete vanno aggiunti i vini DOC
torinesi, una rete di 95 ristoranti, alcuni dei quali fanno
parte della selezione Slow Food, e 11 punti vendita. Per
quanto riguarda le produzioni ortofrutticole che rientrano in
questi prodotti selezionati vengono adottati i metodi
colturali stabiliti per le produzioni da agricoltura biologica
o integrata.
Per ognuno dei prodotti del "Paniere" è stato definito un
disciplinare di produzione e questi sono riuniti sotto
un’Associazione di produttori promossi dalla Provincia di
Torino e da molte Comunità Montane e Comuni del territorio
della provincia, fra cui il comune di Caselle e la
Confraternita del Salame di Turgia per quel che riguarda il
prodotto tipico casellese.
Infine, la Provincia di Torino intende certificare e
rendere visibili i prodotti del "Paniere" con la richiesta di
marchi DOP e IGP e con azioni di marketing e di
comunicazione.
Mara Milanesio
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Intervista alla dott. Di Bella
Dirigente della Provincia di Torino
Abbiamo intervistato la dottoressa Elena Di Bella del
settore Sviluppo rurale e montano e valorizzazione delle
produzioni tipiche della Provincia di Torino che interverrà
durante la giornata dedicata al prodotto tipico casellese: il
Salame di Turgia.
Quali sono i parametri per decidere se un prodotto rientra
all’interno del paniere?
"Ci sono dei parametri tecnici legati alla tradizionalità
della tecnologia o comunque della produzione che deve
dimostrare, documentandola per scritto, che ci sia una
tradizione storica reale oppure nel caso di trasformazione o,
nel caso di prodotti freschi che si tratti di cultiver
autoctone, cioè legate al territorio. Nel caso del salame di
turgia è stato registrato con documenti storici alla mano che
si trattava di una produzione che ha una tradizione
pluricentenaria in Piemonte e nella provincia di Torino in
particolare. Inoltre, un prodotto per rientrare nel paniere
devono essere di materia prima locale e avere la
trasformazione e la produzione di tipo artigianale e non
industriale, quindi si tratta medi piccoli salumifici, non
salumifici industriali, prendendo come esempio il salame di
turgia. Infine è importante la dimensione economica, perché un
prodotto che ha tutte queste caratteristiche ma che è in via
di estinzione, che magari a solo più due produttori non
destinati ad aumentare di numero non viene accolto all’interno
del paniere, in quanto questo ha una finalità economica e non
solo culturale".
Ma da cosa è nata l’idea i creare questo paniere di
prodotti tipici della Provincia di Torino?
"L’idea è nata dalla necessità per la provincia di Torino
di dire al mondo che non era solo una provincia industriale ma
aveva un patrimonio di biodiversità e di eccellenze
agroalimentari pari a quella della provincia di Cuneo almeno
in termini di numero e poi quello di poter commercializzare e
promuovere prodotti piccoli che da soli non avrebbero avuto la
possibilità di avere la garanzia che viene offerta da
paniere".
Avrà qualche legame con le Olimpiadi?
"Il paniere dei prodotti tipici è diventato uno sponsor
ufficiale delle Olimpiadi di Torino 2006, e quindi si sta
misurando con le regole di opportunità che un evento di questa
portata può dare ad uno sponsor molto particolare, a dei
prodotti di nicchia che si devono confrontare con grandi
realtà e con uno scenario internazionale di vasta portata. I
prodotti di "nicchia" possono essere valorizzati all’interno
di mercati non solo regionali, avere comunque un loro posto e
una loro importanza non solo in termini economici, ma anche in
termini culturali se parliamo di terra madre ma anche in
modelli di sviluppo".
E la Card Paniere 2005?
"L’operazione prevede il diritto di ritirare un premio per
tutti coloro che avranno totalizzato 5 punti cenando o
pranzando nei Ristoranti che aderiscono all’iniziativa o
effettuando almeno 5 spese in differenti punti vendita. Il
premio sarà consegnato presentando l’apposita "Card 2005" su
cui saranno stati apposti i 5 timbri dei Negozi o dei
Ristoranti dove sono stati effettuati gli acquisti e le
consumazioni".
Mara
Milanesio |
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Paolo Bertolone
Un protagonista del gusto
Paolo Bertolone, per tutti da sempre"el dotor", farmacista
e casellese doc, 84 anni portati con la vivacità e l’ironia di
chi si è mantenuto giovane dentro, è un fine intenditore di
cucina, un cultore attento ed appassionato delle tradizioni
culinarie nostrane e non. Quasi ce ne fosse bisogno il dottor
Bertolone conferma come spesso le passioni si abbiano in
eredità e che, come un bene prezioso, diano ossigeno e brio
alla vita. "Di certo qualcosa nel DNA ci doveva essere scritto
visto che già mio bisnonno, prima del 1880, aveva la trattoria
del "Ciucras" ossia "del Campanile vecchio", di cui rimane un
vecchio muro di cinta, a Borgaro, nei pressi dell’Emporio
Angiuoni, la mia bisnonna invece gestiva il "Cavallo Bianco",
in Via Torino, a Caselle. Dal loro amore per la cucina nacque
quella che veniva chiamata "Trattoria con alloggio", per tutti
"Il caffè della Stazione". Mia madre era cuoca provetta nel
ristorante ed io nacqui tra i profumi delle ricette
materne".
Dopo la guerra Paolo Bertolone inizia ad esplorare il mondo
variegato dei cuochi piemontesi "Venni chiamato da alcuni
cuochi torinesi come addetto alle pubbliche relazioni,
lavorare al loro fianco mi aprì inattesi orizzonti e mi
permise di conoscere persone nuove e frequentare ambienti
importanti. Coltivare questa passione mi ha di certo allungato
la vita, anche perché essere farmacisti, ai miei tempi,
significava tirar su la serranda alle 5 e mezza e chiudere
alla sera al rintocco dell’Ave Maria del campanile." Paolo
Bertolone oggi riveste la prestigiosa carica di pubbliche
relazioni per l’italia del discepolato di Auguste Escofier,
leggendario chef francese, e rappresenta il Piemonte in
rassegne e incontri enogastronomici, è giornalista tesserato
come aderente all’ASA (associazione stampa agroalimentare) e
pubblica articoli su "Sapori d’Italia" e riviste affini.
Questo hobby lo ha portato in giro per il mondo e i ricordi
che si susseguono sono tanti:
"Uno dei più prestigiosi incarichi come ‘discepolo’ fu
all’Hotel de Paris, a Montecarlo, dove venne allestita una
tipica cena piemontese con il classico brasato al barolo e il
"nostro" zabaglione, ben diverso da quello francese che è
tutt’altra cosa. Una curiosità? Il nome zabaglione sembra
derivi da un certo Fra Pasquale de Baillon, prima divenne
"crema di Fra Baillon" e in seguito, quando il frate venne
santificato, fu semplicemente "Saint Baillon" molto simile al
nostro termine piemontese.
Il premio per la riuscitissima cena fu la possibilità di
prendere parte, in rappresentanza dell’Italia, alla rassegna
"Paesi del Mediterraneo", a cui aderivano tutti i paesi
dell’area mediterranea, presso il Salone delle Stelle dello
Sporting Club di Montecarlo, alla presenza della famiglia
Ranieri al gran completo. Cucinammo il "risotto sabaudo"
(riso, fonduta e tartufo) per 700 persone, fu un’emozione
indicibile.
Ricordo anche la mia partecipazione ad un’importante
convention a Toronto, 40 giorni tra i profumi e i sapori delle
cucine di mezzo mondo, vinse inaspettatamente la Cina con
piatti molto particolari, di certo diversi da quelli che siamo
abituati a gustare nei ristoranti cinesi odierni".
Il dottor Bertolone rappresenta anche un’importante memoria
storica della cucina che fu, di quei piatti tradizionali,
propri della tradizione contadina, che si sono persi in
quest’era di omologazione del gusto "Ci sono sapori che oggi
si sono quasi estinti, "chicche" gustose, difficili da
trovare, come le "Ferse", ossia le frattaglie di bovino che
accompagnavano la polenta. Chi ancora sa cucinare le poetiche
"Bàtsoà" (le calze di seta), che altro non erano che le
caviglie del maiale che i salumai, "pacioccandole", sentivano
morbide come una calza di seta? Esistevano anche ricette
farmacologiche ritenute miracolose come "L’eva fua" (l’acqua
di fuoco): si faceva bollire dell’acqua, si arroventava un
ferro e, quando era divenuto rosso incandescente, lo si
immergeva nell’acqua. Ricordo che molti dottori del tempo la
prescrivevano ai loro pazienti come un vero toccasana".
Il dottor Bertolone rievoca una curiosa, quanto diffusa
usanza dei tempi che furono, quella delle "confraternite",
nate con lo scopo di assicurare un piatto caldo ai viandanti
che si fermavano presso la chiesa dei Battuti "Anni fa
costituimmo insieme ad un gruppo di amici casellesi la
confraternita denominata "Cisrà" a difesa di questa semplice
minestra dei frati fatta di piselli secchi, offerta ai
viandanti che si fermavano a Caselle. Di questa tradizione
rimane un segno visibile a tutti, lo stesso che riconoscevano
i pellegrini affamati, basta alzare gli occhi verso il tetto
della Chiesa dei Battuti, ai lati della croce si possono
notare delle grandi sfere mezze gialle e mezze verdi, proprio
come il colore dei piselli secchi. A Lanzo, vicino alla croce
del campanile della Confraternita, è raffigurato un salame,
perché questo era il piatto offerto dai frati".
Sarà possibile veder sfilare alcune di queste curiose
confraternite enogastronomiche anche a Caselle, il 22
maggio.
E a proposito di sapori dimenticati e ritrovati Paolo
Bertolone ci fa dono di un vecchio menù casellese, ritrovato
nella soffitta della "Caccia Reale" Il menù venne proposto una
sola volta in una cena speciale in cui anche le cameriere
indossarono abiti ricavati dagli ex-voto della Chiesa dei
Battuti e successivamente venne pubblicato sulla Stampa nella
rubrica "Saper spendere". Si gustò un piatto tipico della
nostra tradizione che è "la polenta e gidula" (un’erba dal
sapore asprigno che cresceva spontanea nei prati di mezza
montagna), "le bergne càude", ossia le prugne dei frutteti che
venivano scartate e fatte bollire e "il caffè col tuirul",
polvere di caffè mescolata con l’acqua e girata come si fa con
la polenta. In aggiunta si assaporarono i "diablotin", tipici
cioccolatini piemontesi dalla caratteristica forma piatta. Il
tutto accompagnato da buon vino, fresca acqua di pozzo e
"gherse e ghersin", ossia grissini grandi e piccoli fatti con
la ricetta originale".
Nei nostri giorni scanditi da "fast food" e da "quattro
salti in padella", da pasti frugali ed affrettati, è un
piacere sapere di poter attingere ad una memoria dei sapori e
dei gusti di un tempo, fatta di semplicità e genuinità, è una
goduria del palato riassaporare i piatti della tradizione, per
riconquistare sapori ed odori perduti.
Le culture alimentari resistono alla globalizzazione e
vanno tramandate come un bene prezioso alle generazioni future
perché parte di un patrimonio che sentiamo "nostro", che è
vivo e vitale. Valorizzare le tradizioni culinarie vuol dire
non soltanto rieducare i nostri sensi ma anche riappropriarci
del gusto della vita che è pur fatta del piacere della
convivialità e dei profumi di una tavola imbandita a
festa.
Antonella Ruo
Redda |
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Percorsi gustosi
Dal Barolo al tartufo d’Alba, dai salami alle tome
d’alpeggio, il Piemonte è terra di leccornie. E i parchi fanno
la loro parte, mettendo in luce un universo di gusti legati
soprattutto alla tradizione rurale.
Sulla qualità delle carni si basano piatti tipici semplici
ma insuperabili come la carne cruda battuta al coltello o il
bollito misto alla piemontese, o ancora il vitello tonnato,
gli arrosti ed i più elaborati brasati.
Il pensiero corre poi ai variegati profumi di frattaglie
rosolate, olio e marsala provenienti dalla memorabile
"finanziera" cucinata in casa. Nata nell’astigiano per
recuperare rigaglie e frattaglie di pollo, la finanziera è un
misto di creste, bargigli, ghiandole e fegatini di pollo, cui
oggi si aggiungono filetti di manzo, animelle di vitello,
funghi e volendo qualche verdura, il tutto cotto in maniera
lunga ed elaborata con burro, olio e marsala. Un piatto
imperdibile che sintetizza i dettami della cucina piemontese:
da un lato, nella più autentica tradizione contadina, riciclo
e riutilizzo e dall’altro una raffinata capacità di
rielaborazione, retaggio della cucina di corte e di una più
ampia"cultura del mangiar bene". Nascono da questo felice
connubio anche i ripieni (riciclo degli avanzi) utilizzati per
le verdure ed i celebri agnolotti, nonché i brasati (cottura
nel vino di carni troppo frollate) e molti altri piatti
piemontesi.
Dalle cosce delle capre dell’Ossola nascono i sapori
atavici, selvatici e affumicati del"violino di capra", un
piccolo e pregiato prosciutto che deve il suo nome alla forma
e alla tecnica di taglio che lo vede appoggiato ad una spalla
e affettato con il coltello usato a mo’ di archetto. Una
leccornia per pochi, per lo più di produzione famigliare, e da
consumarsi rigorosamente nei giorni di festa.
Conservare e insaccare la carne è pratica che fa ampiamente
parte della tradizione regionale, dalla "mocetta", carne di
stambecco o di camoscio conservata sotto sale (Gran Paradiso),
alla "Bresaola della Val d’Ossola", meno conosciuta di quella
Valtellinese, ma altrettanto buona.
Stupefacente è poi la varietà e la bontà dei salami: dai
sentori selvatici e speziati dei cacciatorini di capra tipici
dell’Ossola (Val Grande), alla polpa morbida e piccantina
del"salam d’la doja" (Monte Fenera) che prende nome
dall’antico recipiente di terracotta dove stagionavano gli
insaccati ricoperti di strutto. dal "Batiur o Mariur" (Po
cuneese), un salame di sole carni suine insaccate nella
vescica del maiale, consumato tipicamente in due occasioni di
grande festa: battesimo e matrimonio (da cui i due nomi in
dialetto). Alla morbida e tenera "muletta monferrina" (Sacro
monte di Crea), il cui nome singolare (non vengono infatti
usate carni o budella equine per la sua preparazione) sembra
sia stato coniato dai reduci delle guerre risorgimentali di
ritorno dal fronte dopo aver fatto conoscenza con le "mule",
ovvero le ragazze triestine.
Altro baluardo della tavola Piemontese che ben si
accompagna ai salumi è il formaggio. Incredibile è la varietà
di tome di montagna: se ne trova almeno una per ogni vallata,
dalle Alpi Marittime all’Ossola, tutte diverse e squisitamente
insaporite da erba e fiori di pascolo. E poi ancora: i Caprini
freschi dell’Ossola, la "Sola di Pecora" e i caprini di Chiusa
Pesio, l’erborinato Murinengo delGran Bosco di Salbertrand e
ai confini con la Lombardia, nel Parco del Ticino, la celebre
Gorgonzola.
Tra i prodotti tipici un posto importante è riservato alle
"verdure", di cui i piemontesi sono stati per secoli grandi
consumatori, quando il pane bianco era un miraggio e la carne
un privilegio di alta borghesia e nobilità. Non a caso proprio
il piatto simbolo piemontese per eccellenza, la "bagna caoda"
(un intigolo caldo di aglio, olio e acciughe), si distingue
per la bontà e la varietà delle verdure con cui si mangia.
La gustosa "bagna" nasce in Provenza nel Medioevo dalla
fantasia degli operai delle saline, che, seduti in circolo, la
adottano come espediente collettivo per ammorbidire e rendere
più gustoso il loro terribile pane. Grazie alle peregrinazioni
commerciali attraverso le Alpi, questo piatto povero e
semplice da preparare si diffuse poi nel mondo contadino
piemontese che lo personalizzò sostituendo al pane le verdure
della terra piemontese.
Ancora oggi, la "bagna caoda" conserva il carattere festoso
di rito sociale e collettivo e si consuma intingendo in uno
scaldino comune le verdure del Piemonte: il cardo gobbo di
Nizza Monferrato, i peperoni di Carmagnola, i topinambur,
cavoli, cipollotti e molte altre verdure autunnali sia cotte
che crude.
Pregevole è invece l’attenzione che sta portando a
riscoprire antiche varietà montane di patata: dal Gran Bosco
di Salbertrand che segnala la piccola e saporita "Patata del
Bur" da bollire e mangiare con la buccia, alle Alpi Marittime
dove si sta recuperando la "Piatlìna" di Entracque dalla polpa
bianca d’ottimo sapore, e ancora alle Capanne di Marcarolo
dove a essere salvata è la "Quarantina Bianca Genovese" dal
gusto delicato e particolare, adatta a ogni tipo di cottura e
tradizionalmente usata per gli gnocchi o per accompagnare lo
stoccafisso e le trenette al pesto.
Tra le coltivazioni meritano una citazione anche il riso di
qualità (Lame del Sesia), la menta e le erbe aromatiche (Po
cuneese) ed il "fagiolo di Cuneo" (Alpi Marittime), uno
splendido borlotto screziato di rosso, ingrediente immancabile
per il "marsènc", tipico minestrone di verdure cotto a lungo
in un recipiente di terracotta.
Per finire il nostro "menù", come da tradizione, non
mancano frutta e dolci. Innanzitutto le Martin Sec, pere
piccole e irregolari dalla polpa gialla crocante e granulosa e
dalla sottile pelle color ruggine (Alpi Marittime). Un
ingrediente irrinunciabile per alcuni celebre ricette: la
cognà (mostarda d’uva), il timballo e le pere al vino
(delizioso dessert).
Vanno citate anche la fragola di San Mauro e la fragolina
di Rivodora (Collina torinese), nonché le antiche varietà di
mele (pare che all’inizio del secolo scorso il Piemonte ne
vantasse migliaia) rustiche, belle, aromatiche e profumate,
come la Grigia di Torriana, la Buras, la Dominici, la Carla,
la Runsé... (Po cuneese).
Per i dolci vi rimandiamo al "Paniere", sperando che questa
rapida carrellata vi abbia avvicinato a capire, attraverso
gastronomia e prodotti tipici, parte del complesso intreccio
tra natura e
cultura. |
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C'era una volta la fiera. . .
Era scritto sempre così: "Il Sindaco rende noto che la
Fiera solita a tenersi in questo Comune nei mesi di ..........
avrà luogo il ..........".
Variavano solo le date e la firma del Sindaco.
Erano quattro le Fiere che si tenevano in Caselle, sempre
rigorosamente nei giorni lavorativi: la fiera di marzo, il
secondo lunedì del mese, la fiera dei "purtigai" (arance). Era
la fiera che apriva la stagione delle fiere nella zona. La
seconda "dij rastei e dei caplin" il secondo martedì di
maggio, quella di settembre, il martedì della festa di Caselle
e l’ultima la fiera di Sant’Andrea il primo lunedì di dicembre
che chiudeva il ciclo delle fiere nella zona.
Le fiere che attiravano il maggior numero di visitatori
erano la prima di marzo e l’ultima a dicembre. La prima perché
i lavori in campagna non avevano ancora un grosso impegno e a
dicembre perché i lavori in campagna erano finiti.
Ora la fiera di marzo è stata cancellata e per Caselle la
prima fiera è quella di maggio, spostata, come quella di
dicembre, alla domenica.
Per il mondo rurale questa fiera di maggio non ha mai avuto
una grossa importanza perché i lavori erano iniziati e sovente
vi era già il fieno in parte tagliato. Sì, si faceva una
scappata proprio per acquistare "il caplin" perché il sole è
ormai forte e qualche piccolo attrezzo che mancava, ma nulla
più. Ora con la fiera alla domenica, se con una bella
giornata, arrivano moltissime persone, anche dai paesi
vicini.
In questi giorni, poco prima del 25 aprile e fino ad alcuni
giorni dopo il primo maggio, vi sono anche le giostre.
Quest’anno, per l’indisponibilità del prato della fiera, hanno
occupato una parte di Piazza Falcone, ex Motu.
Qualcuno magari pensa che sia la festa patronale, visto che
siamo vicini a San Vittore, patrono di Caselle, 14 maggio e a
San Marco, 25 aprile, che con San Rocco, 16 agosto, ne sono i
compatroni.
Le giostre ed il parco divertimenti in questi tempi è una
tradizione nata alla fine degli anni quaranta, inizi
cinquanta, a cura di alcuni capi famiglia vicini al Prato
Fiera e quindi al Baulino. Persone che alle 7 di ogni domenica
erano a Messa nella cappella del Baulino e si deliziavano ai
canti di Tota Ines, l’infermiera che godeva di una bella
voce.
Per raccogliere fondi per questa struttura, da sempre amata
dai Casellesi, decisero di far nascere la festa di Santo
Spirito, o dell’Ospedale come si diceva in parole molto
semplici. Veniva allestito anche un Banco di Beneficenza e la
festa si svolgeva sotto l’acquedotto, nell’area occupata dal
Palatenda.
Tra i fondatori ricordiamo Bruna, Musci, Odilone ed
Enrietti.
Scrivendo di "rastei" ci ricordiamo di un aneddoto che più
volte ha raccontato nostro nonno: classe 1884.
Ci diceva di un ragazzo di campagna, arrivato da militare,
quindi un po’ snob, che girando nell’aia della cascina aveva
trovato un attrezzo (il rastello) a terra girato con i "denti"
verso il cielo. Avendo ripetutamente chiesto di quale attrezzo
si trattasse e non avendo avuto risposta, aveva posato la
pianta del piede sui denti, calcando abbastanza pesantemente.
L’attrezzo sollecitato da una così robusta pressione si alzò
improvvisamente e colpì in modo violento, sul viso, il
malcapitato ragazzo snob. Questi, urlando per il male, imprecò
dicendo "a l’è ‘l rastel". Si può sempre provare per
credere.
L.C. |
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pagina 10
| Storia dell’ufficio postale di
Caselle
Il periodo prefilatelico
Nell’importante e preziosa opera in tre volumi "Storia
postale del Regno di Sardegna dalle origini all’introduzione
del francobollo" pubblicata a Castagnola, Svizzera, da
Vollmeier Editore, gli autori Paolo Vollmeier, Chiarino
Boragni e Arnaldo Omodeo, a proposito di Caselle affermano che
in questa località esisteva un Ufficio Postale prima
dell’occupazione francese e che forse l’Ufficio operò anche
durante la Nazione Piemontese (dall’8 luglio 1800, data della
legge istitutiva, al 1° aprile 1801; il giorno seguente il
Piemonte, diviso in sei dipartimenti fu unito politicamente
alla Francia con un nuovo riassetto amministrativo di tipo
francese). Non risulta funzionante durante l’occupazione
francese ma fu in ogni caso riaperto dopo la restaurazione dei
Savoia, vale a dire con il rientro a Torino, il 21 maggio
1814, del Re di Sardegna Vittorio Emanuele I. Dal 1818 è un
Ufficio Postale di 4° classe e dal 1836 un Ufficio a
Provvigione. Naturalmente non dicono nulla sulla dislocazione
fisica dell’ufficio o sul personale impiegato.
In questo periodo, dagli storici postali chiamato
"prefilatelico", le lettere avevano un aspetto leggermente
diverso da quanto siamo abituati a vedere ai giorni nostri, la
busta non esisteva e il francobollo non era ancora stato
inventato, verrà, infatti, introdotto nel 1840 in Inghilterra
e solo undici anni più tardi nel Regno di Sardegna. Chi voleva
inviare una lettera aveva tre possibilità: depositarla non
affrancata in una buca postale o affrancarla e/o assicurarla,
in questi due ultimi casi doveva necessariamente recarsi
all’ufficio postale. Nel primo caso la tassa era pagata dal
destinatario, negli altri due casi era pagata dal mittente. La
maggior parte dei corrispondenti preferiva spedire la propria
corrispondenza in "Porto Dovuto", il pagamento avveniva al
ricevimento della lettera da parte del destinatario e non
erano apposti ulteriori timbri oltre al lineare della località
di partenza; l’impiegato si limitava a scrivere, sul lato
dell’indirizzo, l’importo della tassa da riscuotere. In questo
modo si aveva la facoltà di rifiutare, e quindi non pagare i
plichi ricevuti. In quell’epoca la corrispondenza era ritenuta
merce preziosa, la tassa era elevata e il trasporto era anche
soggetto a rischi, era quindi ritenuto del tutto normale
pagare solo alla consegna. Considerando le tariffe postali
dell’epoca, ricevere delle lettere era un lusso che potevano
permettersi solo le classi agiate. L’affrancamento preventivo
era obbligatorio, fino al confine, solo per le lettere dirette
all’estero. Nel caso in cui il mittente avesse voluto comunque
pagare in anticipo, si sarebbe recato all’ufficio postale,
dove, accanto al lineare "CASELLE" l’impiegato avrebbe apposto
il timbro "PP" ossia Porto Pagato. Per evitare cattive
interpretazioni occorre precisare che un timbro "PD", "Porto a
Destino" non in dotazione all’ufficio di Caselle, era stato
istituito nella Convenzione del 27 agosto 1838, con la Francia
e significava che la tassa era stata completamente pagata in
anticipo fino a destinazione e non, come consuetudine solo
fino al confine.
Premesso queste divagazioni di carattere generale, vorrei
fare alcune considerazioni su una piccola lettera scoperta per
caso. L’attenzione è richiamata subito dal timbro lineare di
"CASELLE". È uno dei timbri in dotazione agli Uffici Postali
del Regno di Sardegna negli anni che precedono l’introduzione
del francobollo. Caselle dal settembre 1816 al maggio 1848
ebbe in dotazione il timbro apposto su questa lettera. Aveva
anche in dotazione un secondo timbro che differiva da questo
per la "C" di Caselle leggermente più alta delle altre
lettere. Esso fu fornito all’ufficio postale il 6 ottobre
1801, ma risulta usato con una certa continuità solo nel
periodo che va dal mese di agosto 1819 al mese di gennaio
1849. La lettera è stata scritta il 16 aprile 1845, è
indirizzata ad un fabbricante di carta di Meina, vicino ad
Arona e sul retro è apposto il timbro d’arrivo "Arona 25
Aprile".
Le "Regie Patenti" del 30 aprile 1844 "…con le quali S.M.
stabilisce sulle precise esistenti distanze in linea retta
dagli uni agli altri uffizii, la tassa delle corrispondenze",
avevano fissato le nuove tariffe postali, non più come in
passato sui numeri delle poste dei cavalli, ma sulla distanza
in chilometri calcolati in linea d’aria. Secondo queste
tariffe, la nostra lettera, dovendo percorrere una distanza
compresa fra i 65 e 110 chilometri, è tassata per 30 centesimi
corrispondenti a tre decimi di lira e per questo l’impiegato
del nostro ufficio postale avrebbe dovuto apporre il numero
tre. Stranamente è indicato il numero "6". Non è un errore, ma
è l’indicazione di sei soldi corrispondenti appunto a trenta
centesimi. Fino a pochi anni or sono era ancora facile,
parlando con persone anziane, sentire il termine "20 soldi"
per indicare una lira. L’articolo tre delle "Regie Patenti"
cita, infatti, che "dall’ufficio di partenza a quello di
destinazione interna, per ciascuna lettera semplice, che debba
percorrere una distanza sino a 110 chilometri è stabilita la
tassa di 3 decimi ossiano 30 centesimi di lira pari a 6 soldi
da segnarsi sulla lettera..."
Terminato questo primo esame superficiale ed esterno della
lettera, vale a dire di tutte quelle cose che generalmente
interessano un collezionista di Storia Postale, apro la
lettera e leggo il testo, incuriosito dal fatto che la lettera
fosse indirizzata ad un fabbricante di carta, cosa che
richiama subito l’attenzione di un casellese un poco attento
alla storia della nostra città, importante e direi famosa per
la sua produzione di carta nei secoli passati. Ecco il testo:
"Caselle li 16 aprile 1845, Lo scopo della presente si è di
avvisarlo che il 14 del prossimo maggio io mi porto in Torino
per affari miei particolari, infratempo avendo io composto una
piccola gramatica per riguardo alla fabbricazione carta tanto
alla tina quanto alla macchina, incollatura, imbiancamento non
che un buon metodo per azzurrarla quale la dedicai al
Degnissimo Sig. Pietro di Lei figlio, onde mi potrà dire ove
dovrò ricapitarla per fargliela pervenire, che la troverà di
suo aggredimento" e poi il testo prosegue con formule di
cortesia e saluti.
Per un momento la mia mente è andata al preziosissimo
volumetto di Dennis E. Rhodes, edito dalla società storica
delle valli di Lanzo e con una nota introduttiva di Giovanni
Donna d’Oldenico, sulle Antiche cartiere di Caselle. Per un
casellese è un motivo d’orgoglio sentire l’autore affermare
che "l’industria della carta in Caselle è molto antica" e che
"essa, allo stato attuale delle ricerche, può dirsi la prima
del Piemonte e coeva a quella di Fabriano, in quanto Benedetto
Baudi di Vesme trovò notizia di una fabbrica di carta in
Caselle fin dal 1181". E ancora, "ai tempi in cui il Fabri
stampava in Caselle, avevano cartiera in loco il maestro
Franceschino ed il maestro Giovanni Vach di Caselle". Da
questi tempi, l’industria della carta si era tramandata, si
era sviluppata, la mia curiosità avrebbe voluto conoscere
meglio la tecnologia impiegata da questi maestri artigiani.
Tutta la mia curiosità poteva essere forse soddisfatta dalla
Grammatica scritta dall’autore della mia lettera che forse
conteneva anche disegni, schemi, filigrane, prodotti
impiegati.
Ho così tentato di ritrovare questa "Grammatica",
testimonianza della rivoluzione industriale piemontese e forse
documento curioso per Caselle e la sua storia; ho sfogliato i
cataloghi di alcune biblioteche e interpellato qualche esperto
ma fino ad ora le mie ricerche non hanno dato buoni
frutti.
Caselle aveva anche, sempre in merito alla produzione della
carta, altri primati: la carta bollata postale per i
"Cavallini Sardi" e la carta ricavata dal legno, la Cartiera
Cappuccino fu, infatti, la prima, a Caselle, a preparare, l’8
marzo 1825, "carta con pura sostanza di legno di pioppo, di
salice, di spiallacciatura di falegnami e di steli di
canapa".
Antonio
Gai |
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Caselle città della carta: la "Magonza"
piemontese
Caselle come Fabriano? Non è un’esagerazione o un eccesso
di campanilismo: la nostra città si colloca a pieno titolo tra
i paesi in cui per prima si è prodotta la carta e si sono
stampati gli incunaboli. Secondo lo studio dello storico Baudi
di Vesme, la prima attività di fabbricazione cartaria risale
al 1181, quasi di due secoli precedente alle altre città
piemontesi. Questa precocità si deve soprattutto alla
limpidezza delle acque della Stura, ricca di ghiaie e sempre
scorrevole, e alle bealere derivate sulle cui sponde nacquero
innumerevoli battitoi per la fabbricazione e l’essiccazione
della carta.
Molte famiglie casellesi quindi nel Medioevo si dedicavano
a questo mestiere e avevano ciascuno un marchio proprio,
ovvero la filigrana. La generazione più prolifica di cartai fu
certamente quella dei Vach (forse di origine olandese),
operativi dal 1330 circa, che utilizzavano come marchio una
testa di bovino, uno "stemma parlante" come si è soliti
definirlo. A testimoniare l’importanza della loro attività
basti dire che sui Protocolli dei Notai Vescovili compare
proprio il loro stemma.
Continuando nel tempo, sappiamo che nel Settecento a
Caselle vi erano tre cartiere: la Cappuccino che aveva come
filigrana la figura di un frate cappuccino (che ottenne
persino il Brevetto Reale e venne utilizzata nel 1818-19 per
la stampigliatura dei famosi "cavallini", predecessori del
francobollo!), quella dei Rassello e degli Scotto e
nell’Ottocento si arrivò addirittura a sei.
Erano ricercatissimi, per ovvi motivi, gli stracci e si
moltiplicarono perciò ordinanze severe che vietavano di
esportare i cenci in altri luoghi. La figura del "cenciaiolo"
– dal significato completamente diverso rispetto ad oggi – si
fece dominatrice: un tiranno che teneva sotto scacco i
proprietari di cartiere, i quali, forse per ingraziarselo, lo
raffiguravano persino nelle loro filigrane.
Abbiamo parlato precedentemente di bealere e, a questo
proposito, non si può non citare la bealera dei Sinibaldi, di
probabile origine longobarda che ha alimentato per tanti anni
la cartiera più famosa di Caselle, la Carignana e quella dei
Molini, posta all’ingresso del paese arrivando da Ciriè.
La Carignana, dal nome di chiara derivazione sabauda,
sfruttò da sempre l’energia della bealera annessa per la
macerazione della canapa e per la produzione di carta, tanto
che nel 1572 il duca Emanuele Filiberto le conferì il titolo
di Battitoio Ducale della Carta. Il nome attuale deriva invece
dal principe Tommaso Savoia-Carignano che nel 1620 ricevette
in appannaggio dal padre, tra gli altri, il territorio di
Caselle dove stabilì alcune delle sue residenze preferite: la
tenuta di caccia, detta appunto la Carignana e il Castello,
nell’attuale piazza Boschiassi, che il principe fece decorare
esternamente con eleganti e misteriose figure allegoriche
(ridotte oggi a pochi frammenti).
Passano i secoli, cambiano i proprietari, ma la Carignana
continua a produrre carta fino al 1974, anno in cui viene
acquistata dalla Kelemata spa, ditta di cosmetici e profumi,
proprietaria ancora oggi.
Dopo questo breve excursus storico sull’importanza della
tradizione cartaria a Caselle, citata in molti manuali che
trattano l’argomento, dobbiamo purtroppo constatare che nulla
rimane oggi di questo antico primato. Non vi sono più cartiere
attive e non si sa che fine abbiano fatto i macchinari che
fino agli anni Settanta producevano carta e cartone in
abbondanza.
L’obiettivo di questo servizio speciale è anche quello di
recuperare la memoria storica in gran parte perduta e di
valorizzare un primato davvero unico per Caselle.
Laura
Giordano |
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pagina 12
| Si vota il 12 e 13 giugno: per
cosa?
I referendum sulla procreazione
medicalmente assistita
Il prossimo 12 e 13 giugno saremo chiamati alle urne, per
la seconda volta nell’anno, per esprimere un SI o un NO su 4
referendum popolari relativi alla legge 40/2004 sulla
procreazione medicalmente assistita. La richiesta di
referendum era stata proposta per abrogare l’intera legge (non
è stata ammessa), ed in alternativa alcune sue parti. Si
tratta di una legge voluta e approvata dal precedente governo
Berlusconi. Dal 1974 siamo stati chiamati a votare ben 14
volte su temi referendari e in molti casi abbiamo dovuto
esprimerci, su più temi nella stessa consultazione. Il caso
più eclatante è stato 10 anni fa, l’11-06-1995, ove ogni
elettore presentandosi al seggio si è visto consegnare ben 12
schede, con altrettanti quesiti su cui esprimere il proprio
parere. Nel caso attuale pur con un tema comune, i quesiti su
cui esprimersi, ripeto, sono ben 4:
"Per la tutela della salute della donna". Cancella il
divieto di creare in vitro più di 3 embrioni e l’obbligo di
trasferire questi ultimi, con un unico impianto nell’utero
materno. Artic…
Abrogazione totale dell’art. 1 per "L’autodeterminazione
della tutela e della salute della donna" per affermare che i
diritti delle persone già nate non sono equivalenti ai diritti
dell’embrione. Artic…
Abroga gli articoli che limitano la libertà di ricerca
scientifica sull’embrione per consentire nuove cure per
malattie come l’Alzheimer… Artic…
"Per la fecondazione eterologa". Cancella il divieto di
utilizzare ovuli o sperma di una persona (donatore) esterna
alla coppia. Artic…
I promotori del referendum invitano a votare 4 SI: per
tutelare la salute delle donne, aiutare coloro che sono
affetti da patologie ereditarie gravi, cancellare la norma che
equipara i diritti del concepito a quelli dei genitori,
consentire la ricerca scientifica sulle cellule staminali di
origine embrionale, permettere anche alle coppie con gravi
problemi di sterilità di avere figli.
Le forze politiche della maggioranza di governo, invece,
propongono l’astensionismo per invalidare i referendum
lasciando quindi in piedi la legge. Dal 1997, tutti i
referendum sono stati annullati per il mancato raggiungimento
del quorum di votanti previsto dalla costituzione (superamento
del 50%). Questo aspetto non è positivo perché è importante
non sprecare un’opportunità democratica per far contare le
nostre opinioni. Se manca una conoscenza specifica dei
problemi non è difficile trovare i mezzi per acquisire
informazioni; è importante non limitarsi a cogliere gli spot
televisivi, ma approfondire le nostre conoscenze e ricordarsi
che una materia che non ci tocca personalmente può essere
determinante per il destino di altre persone.
Ernesto
Scalco |
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pagina 13
| A Caselle, in pieno centro
Un angolo d’oriente
A Caselle, in Via Torino, c’è un angolo d’Oriente dove
trovare un vero tesoro… anche la lampada d’Aladino.
Vale la pena recarsi a "Le sette porte d’Oriente", in Via
Torino, proprio davanti alla Canonica di San Giovanni e
fermarsi non solo a guardare le meraviglie che il piccolissimo
negozio offre, ma soprattutto a scambiare quattro chiacchiere
con la proprietaria, Tiziana Robbiano.
Casellese da sempre, figlia dell’ottico e fotografo
Antonio, nasce con: "la voglia di voler conoscere, non solo
vedere, culture diverse, paesi lontani".
A 11 anni legge nel tempo libero libri di archeologia e
psicologia: "Dentro di me c’è sempre stato un bisogno profondo
di conoscere, di arricchire la mia cultura, di crescere a
livello personale. Mi sono portata appresso per tanto tempo la
voglia di camminare tra case bianche che si stagliano contro
un cielo azzurro".
A 12 anni, grazie ad un’amica, compie il suo primo viaggio,
a Malta, dove scopre la cultura megalitica, realizzando il suo
primo sogno: "Ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi
hanno formato, da cui ho attinto tante sfaccettature che hanno
iniziato a modellarmi".
La solitudine del piccolo paese non le è mai pesato: "Io ho
volato stando ferma, per questo la mia non è solitudine, ma
ricerca di me stessa".
Divora libri sull’India, sul Marocco, sulla Turchia: "...
sola contro tutti, rinforzandomi ancora di più".
Si diploma in ragioneria, poi porta a termine gli studi di
ottica e affianca il padre nel negozio: "Ho sempre trattato i
miei clienti con rispetto e affetto, cercando la loro
interiorità. Posso affermare che ne sono stata ripagata
appieno dal punto di vista personale".
In effetti mentre si chiacchiera comodamente sedute su un
divanetto berbero in quell’angolo davvero speciale, siamo
continuamente interrotte da persone che la salutano, che si
fermano per scambiare quattro parole, per curiosare o
acquistare: per tutti c’è posto.
Tiziana inizia a viaggiare, raggiungendo paesi finora
visitati sui suoi libri; osserva, studia, chiede e ne ritorna
ricca di esperienze entusiasmanti.
"La fortuna mi ha permesso di conoscere al momento giusto
una persona che mi ha dato la chance di migliorarmi. È ancora
adesso il mio fornitore. Si chiama Aziz e l’ho incontrato a
Milano. Aziz è eccezionale, cerca nei piccoli villaggi gli
artigiani e commissiona loro la merce, importandola poi
direttamente. Permette, così, di recuperare o mantenere vive
arti antiche che, senza mercato, andrebbero altrimenti perse.
Credo che neanche lui sappia di preciso il patrimonio che gli
passa tra le dita, dato che io ho scoperto per caso alla
mostra di Sgarbi, di avere in negozio pezzi unici pubblicati
su cataloghi esclusivi".
La vita non è sempre facile, neanche per Tiziana, che
attraversa un brutta esperienza personale. I consigli e la
stima degli amici e di Aziz le danno la forza di reagire: "Mi
sono buttata anima e corpo nella realizzazione di questo
negozio, con la stessa apprensione e lo stesso entusiasmo con
cui si affronta la nascita di un figlio. Ho progettato
l’ambientazione, mi sono battuta contro chi mi diceva che era
impossibile fare quello che pensavo, ho detto io come poter
inserire la porta che è in fondo al negozio e che si apriva in
senso opposto. Ho scelto i colori degli interni, le stoffe, le
tende: ho risalito la corrente come un salmone".
Così il 20 marzo 2004 si inaugura "Le sette porte
d’Oriente": "Ho voluto scrivere il nome in italiano ed in
arabo, perché credo che non vi siano confini tra le culture:
da ciascuna si possono prender le cose migliori e applicarle
nella quotidianità".
L’inizio, come da copione, è in salita: un negozio così
etnico a Caselle suscita perplessità: "I primi commenti erano
del tipo: – Bellissime queste cose, ma non sono adatte alle
nostre case –. Io credo che ogni oggetto fatto con amore e
manualità stia bene in ogni luogo. E tutto ciò che espongo
posso assicurare che è frutto di abili mani di uomini e donne
che hanno lavorato con impegno e amore per il loro manufatto.
Da quell’oggetto dipende il loro futuro, non certo facile come
quello di chi l’oggetto lo può comprare e godere qui in
Occidente".
In quei pochi metri quadri si può passare un
pomeriggio.
Ci si imbatte in straordinari pezzi d’arredamento, unici
nella loro fattura, provenienti dal Marocco: da lampade a
applique in finissimo vetro colorato, a cassettiere in legno
scolpito, a tritaspezie in argento e osso, meraviglie che si
possono ammirare sul catalogo d’arredamento "AD".
I gioielli, originari del Marocco, dell’India e della
Tailandia, sono incredibilmente affascinanti: in argento e
pietre dure, decorati con scritte coraniche o antichissime
formule magiche, collane, pendagli finemente cesellati. Molti
sono inseriti nel prestigioso catalogo "Anelli etnici".
L’abbigliamento è made in Nepal, Pakistan e India, in pura
seta, in cachemire e seta, dai colori più suggestivi; si
possono acquistare scialli, caffettani, gonne, pantaloni, top
o borse ricamate con pietre dure e perline, ma l’elenco
sarebbe ancora lungo.
Quando un nuovo possibile cliente entra "solo per
curiosare" e chiede o legge il prezzo, diventa un nuovo
affezionato cliente, perché i prezzi sono veramente alla
portata di tutte le tasche: "Questo perché importo
direttamente dal posto di fabbricazione", ci spiega
Tiziana.
Quando le chiedo il perché della scelta ardita che ha
fatto, mi risponde di getto: "È un grido per non morire,
perché stanno uccidendo il piccolo commercio nella nostra
città. Io voglio resistere, non farmi cancellare dai grossi
colossi che stanno per sorgere nei dintorni. Ma come sempre
sono sola a gridare per non morire".
Tiziana continua a risalire la corrente come i salmoni, ma
prima o poi : "... deciderò di gettare la spugna, non è detto
che la mia vita finisca qui dove sono nata: un negozio come il
mio potrebbe vivere e espandersi in altri lidi, dove la gente
è meno chiusa".
Non lasciamo cadere nel nulla questo tentativo di cambiare
qualcosa nel nostro piccolo mondo antico, non lasciamo volare
via sul tappeto volante questo angolo d’Oriente.
Patrizia
Bertolo |
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Solo il destino li ha fermati
Eduardo Galleano ha scritto da qualche parte che nella vita
uno può "cambiare moglie, fede politica, persino religione",
ma la squadra del cuore no.
E lo sappiamo bene noi che per ora abbiamo un grande
avvenire dietro alle spalle.
Anche perché, per fortuna e sfortuna nostra, nessuno è più
stato come loro e anche se non abbiamo avuto il piacere di
vederli, li abbiamo conosciuti ed amati come le persone più
care: i tifosi più vecchi ti dicevano, quando guardavi Alfredo
Di Stefano giocare, che lui era quello che assomigliava di più
a capitan Valentino; Brera, e non solo lui, riteneva Virgilio
Maroso il più forte del lotto: dicono fosse semplicemente
oltre, davanti, nel ruolo, d’almeno venticinque anni.
Ma tutti erano dei grandi: Bacigalupo, Ballarin, Maroso,
Castigliano, Grezar, Rigamonti, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola,
Ossola...
Abbiamo avuto in dono dal destino e dalla storia questa
litania che sa di saga e di dolore.
Siamo, perché così i giorni hanno voluto scegliere per noi,
amore e morte.
Anche se sentivamo d’essere meritevoli di qualcosa di
diverso. Ma nulla c’è mai stato risparmiato. Paradossalmente
però questo destino ha fortificato la nostra fede e siamo
prima di tutto granata.
Ecco perché siamo qui oggi, perché questa fede si perpetui.
Per quanto dobbiamo loro.
Chi sceglie, ma forse è più giusto dire chi nasce, Toro,
come ha scritto il più granata degli uomini scrittori,
Giampaolo Ormezzano, scopre presto d’essere nell’Iliade della
vita Ettore e non Achille: Achille è della Juve, protetto
dagli dei e per questo alla fine vincerà.
Ma a noi piacciono le sfide impossibili, quelle contro:
quelle che solo il Toro può.
Lì il granata si fa pelle, torna come forza sottile il
tremendismo e sappiamo resistere.
Io non so se ricordate il momento preciso in cui siete
diventati del Toro, io no.
Ricordo solo la panchetta su cui un giorno incisi: Vieri,
Scesa, Buzzacchera... e poi subito dopo: Bacigalupo, Ballarin,
Maroso...
Di loro abbiamo letto e sentito molto: cosa aggiungere? I
loro record li conosciamo: dal 10 a 0 rifilato
all’Alessandria, ai cinque scudetti vinti di fila.
Hanno vinto tutto, solo il destino li ha fermati.
Da allora, da quel 4 maggio del ’49 abbiamo vissuto spesso
di ricordi, ma non è un caso che in un altro maggio, in un
giorno assai più felice, dopo il 16 maggio 1976, dopo l’ultimo
scudetto vinto, squadra e popolo granata sentirono il bisogno
d’andare a Superga, quasi si trattasse di saldare un debito
d’onore: quasi a dire "Avete visto?, ce l’abbiamo fatta a
restituire un Toro degno voi".
Non so che futuro ci aspetta, se un giorno le nostre
tribolazioni finiranno, so solo che da domani molti di noi
parcheggeranno qui molto più volentieri.
Anche noi sappiamo di non camminare mai soli, come cantano
a Liverpool: con noi abbiamo Bacigalupo, Ballarin, Maroso...
Tutto il Grande Torino. Qui. Ora. Per sempre.
Elis
Calegari |
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Grazie a "Cose Nostre" Pina d’le scole
e i Calvo si sono incontrati dopo 60 anni
Come una favola
Anche le "nostre" storie, come le favole, a volte, hanno un
inaspettato lieto fine, è successo con la storia di Pina e
Fredo, raccontata nel numero scorso. Pina Borgano, il marito
Fredo e la figlia Rita, allora in fasce, vennero accolti nella
primavera del 1944 nella Cascina "La Cavaliera", dalla
famiglia Calvo e lì condivisero pane e lavoro, fatiche e
preoccupazioni per una guerra che sembrava non finire mai. È
con un pizzico di orgoglio che oggi possiamo scrivere che,
grazie all’articolo di "Cose Nostre", dopo 60 anni, Pina e la
figlia Rita hanno potuto ringraziare di persona la famiglia
Calvo.
L’incontro è avvenuto il 1° maggio e Pina lo racconta con
viva emozione: "Non mi sembrava vero di dover attraversare di
nuovo la Stura per andare ad abbracciare la famiglia Calvo che
aveva letto l’articolo e che ci aveva cercato. Ora, a
novant’anni, mi accompagnava mia figlia ormai adulta,
sessant’anni fa, lo stesso giorno, il 1° maggio, passavo il
fiume con un fagotto e Rita in braccio. È stata un’emozione
che mi resterà nel cuore per sempre".
Ad accoglierle è stato Cristoforo "Tofu" Calvo con la
moglie, che all’epoca aveva 15 anni e ben ricorda quella donna
dolce e forte che cullava una bimba di pochi mesi. Pina ancora
ricorda:
"Della vecchia cascina ‘La Cavaliera’ non rimane che un
cumulo di macerie, ora la famiglia Calvo vive alla ‘Bellota’,
a Robassomero, nella tenuta Remmert. Ci hanno accolto in modo
davvero caloroso e con le lacrime agli occhi ci siamo
abbracciati e abbiamo rievocato tanti episodi di allora.
Cristoforo si ricordava di Fredo che faceva coraggio ai
ragazzi dicendo che la guerra sarebbe finita presto. In quegli
anni bisognava pagare la tassa "annonaria" che prevedeva si
desse buona parte del raccolto al Fascio, Fredo cercava sempre
di nascondere qualche sacco di grano perchè si potesse fare il
pane per tutti. Anche quando siamo tornati a Caselle andavamo
a prendere un po’ di pane ‘bianco’ dalla famiglia Calvo per
darlo a Rita, che è cresciuta col pane della Cavaliera. Non mi
basteranno mai le parole per dire loro grazie per tutto quello
che hanno fatto per noi".
Tutte le favole hanno come appendice una morale, anche
questa ci ricorda come la solidarietà abbia radici profonde
nel cuore di chi l’ha fatta e di chi l’ha ricevuta e che i
suoi frutti restano sempreverdi a ricordarne il valore
immenso.
Antonella Ruo
Redda |
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pagina 16
| Una notizia attesa
La circonvallazione si
farà!
La circonvallazione ad "est" di Mappano si farà. Lo ha
confermato in un incontro apposito con i sindaci del
territorio anche l’assessore provinciale Giovanni Ossola. L’ex
sindaco di Settimo, passato da oltre un anno alla corte di
Antonio Saitta, ha incontrato i sindaci Barrea e Marsaglia
insieme al presidente del consorzio intercomunale di Mappano,
Antonio Zappia lo scorso 28 aprile. Proprio Zappia, che da
anni sta seguendo passo dopo passo l’iter per la realizzazione
della circonvallazione, traccia le linee guida da seguire nei
prossimi mesi: "Questa volta ci siamo veramente ed è un grande
passo avanti per il paese. La provincia si è fatta interamente
carico dell’opera, compresa la progettazione. Si tratta di una
presa di responsabilità importante dopo anni di
tentennamenti". L’ente provinciale ha incaricato i propri
tecnici di redigere il progetto definitivo della
circonvallazione di Mappano che inizierà dalla rotonda
d’ingresso alla superstrada Torino-Caselle e terminerà, dopo i
dovuti accordi con il comune di Leinì, nei pressi del
caseificio pugliese. In questo modo tutto il traffico non
diretto a Mappano sarà deviato sulla circonvallazione, priva
di semafori e intersezioni e, per questo motivo, decisamente
più rapida e meno congestionata. Per la prima volta dopo una
quindicina d’anni, gli enti interessati hanno fatto un deciso
passo in avanti nella risoluzione del problema. Tenendo anche
conto che la circonvallazione ad est del paese resta l’unica
alternativa valida per snellire il traffico in transito su via
Rivarolo e strada Cuorgnè. Traffico contro il quale, nei mesi
scorsi, si sono giustamente scagliati anche i cittadini
mappanesi, stanchi di vedere il centro del paese devastato dal
passaggio giornaliero di migliaia di veicoli, molti dei quali
anche pesanti. "L’iter burocratico, ovviamente, durerà ancora
qualche mese – spiega Antonio Zappia – a settembre
programmeremo un’assemblea pubblica nella quale la provincia
spiegherà il suo progetto. Al momento non è possibile
azzardare una tempistica entro la quale l’opera sarà
completata. Diciamo solo che, dopo tanti anni, finalmente ci
si è presi la responsabilità di risolvere il problema del
traffico a Mappano". Salvo imprevisti, dopo la progettazione e
la presentazione ai cittadini, è possibile che entro un anno
possano aprirsi i primi cantieri. Per Mappano si tratta di
un’opera di vitale importanza perché snellire il traffico
sull’arteria principale significa anche riqualificare il
centro del paese e dare il via ad altri progetti ancora solo
"ipotizzati" per il miglioramento della qualità della
vita.
Alessandro
Previati |
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pagina 17
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Tutto il programma del maggio
mappanese
L’importanza del Maggio Mappanese corre attraverso le
attenzioni dei cittadini di Mappano, del territorio di
appartenenza e nelle richieste di tanti artisti che chiedono
di parteciparvi. Un programma elaborato nel gradimento dei
numerosi cittadini che seguono e attendono le feste di maggio.
Per questa considerazione, quest’anno, è stata posta una
maggiore attenzione verso il più duttile e conosciuto
strumento musicale: la fisarmonica, con due importanti
orchestre dirette dai prestigiosi Maestri Paolo Tricò e Gian
Pietro Ottino. I concerti di musica da camera per pianoforte e
violino con il Duo Teresa Egle Cosenza - Francesco Villa, il
Trio Euterpe e ancora l’orchestra a fiati "La Novella" che
chiuderà il maggio musicale.
Nel canto, risorsa mappanese, va sottolineato un importante
gemellaggio tra la Corale di Mappano e quella di Mentone. Con
questo incontro si apriranno i festeggiamenti per il 15° anno
della fondazione della nostra Corale. Sempre nel canto ci
saranno due importanti espressioni con le soprano Cherrie Anne
Grieve e Yasmine Ferrero Varsino e nella canzone classica
napoletana Annarita Geremia e Michele Tangorra.
La danza, espressione di alto livello, è rappresentata
dalla Compagnia Arkè, dalla Scuola mappanese Arabesque e dalla
Dance Mania di esaltazione orientale. In quest’ultima
formazione ci pregiamo di avere, per la prima volta, la
partecipazione della "regina della danza del ventre"
Aziza.
La poesia e la letteratura si intrecceranno con il teatro,
un teatro come rivisitazione del linguaggio piemontese e
partenopeo.
Ma altri importanti appuntamenti ricorrono nel vasto
programma, come la festa delle regioni, la musica per i
giovani e tre appuntamenti pomeridiani per i bambini.
L’intero programma, che raccomandiamo di leggere con
attenzione, è racchiuso nei colori delle fotografie e nella
cornice dello splendore delle arti figurative con numerosi e
prestigiosi artisti, coordinati da Stefano Rollero e Michele
Privileggi. Un programma stilato nei valori artistici della
conoscenza e del sapere che viene mantenuto con il contributo
delle Amministrazioni di appartenenza, dell’Assessore alla
Cultura della Provincia di Torino Valter Giuliano, dell’Imper
Italia Spa e della Varian Spa.
Vorrei ringraziare i cittadini e le associazioni che hanno
offerto la propria collaborazione per svolgere al meglio
l’ampio programma. Mi sia consentito di ricordare un
significativo collaboratore delle passate edizioni, Franco Di
Nicoli: un cittadino esemplare che fin dal primo momento è
stato al mio fianco, dividendo ogni fatica senza mai
lamentarsi. A Franco, che purtroppo ci ha lasciati per sempre,
va il mio affettuoso ricordo ed il ringraziamento, senza alcun
dubbio, di tante persone che lo hanno avuto per
amico.
Antonio Zappia
Il Maggio Mappanese noto a tutti i cittadini per la sua
impronta di carattere altamente culturale, nel programma di
quest’anno abbiamo aggiunto alcuni appuntamenti dedicati al
divertimento di bambini e genitori: Ludobus e lo spettacolo di
Arlecchino. Inoltre due appuntamenti per i ragazzi con
Sportland Tour e il mega concerto dove i giovani di Mappano
sono protagonisti.
Certi che allargando le proposte il Maggio Mappanese
diverrà il Maggio per tutti, vi aspettiamo
numerosi.
La Pro Loco di Mappano
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Sabato 14 maggio - ore
21,00
Chiesa Parrocchiale - Via Gen. Dalla
Chiesa
Concerto d’apertura con la Fisorchestra
diretta dal M° Paolo Tricò oscar mondiale della
fisarmonica
musiche dal repertorio classico e di Astor
Piazzolla
Domenica 15 maggio - ore 21,00
Sala delle colonne del Consorzio
Classiche canzoni napoletane con Annarita
Geremia, Antonio Pedico e la partecipazione di Michele
Tangorra
Martedì 17 maggio – ore
21,00
Sala delle colonne del Consorzio
La preghiera delle regioni con la
Comunità Cattolica di Mappano
Mercoledì 18 maggio - ore
21,00
Sala delle colonne del Consorzio
Yucotan Guatemala proiezione di
diapositive in dissolvenza
di Luigi Gai
Giovedì 19 maggio - ore
21,00
Sala delle colonne del Consorzio
Serata conclusiva Uni 3 Mappano col
laboratorio teatrale coordinato dai docenti L. Bosìa e L.
Boggio
Venerdì 20 maggio - ore
21,00
Piazza Don Amerano
Notte di festa ballando tutti insieme
con la musica latino-americana
Sabato 21 maggio – ore
21,00
Chiesa Parrocchiale - Via Gen. Dalla
Chiesa
la Corale di Mappano diretta da Enrica
Baldi Borsello
e la Corale di Mentone diretta da Louis
Garrigues
in concerto
Domenica 22 maggio - ore
17,00
Piazza Cesare Pavese
Arlecchino e i suoi burattini
spettacolo di animazione teatrale con
burattini e attore Arlecchino per bambini e
adulti
Lunedì 23 maggio - ore
21,00
Chiostro del Consorzio
la Compagnia di danza giovanile cubana
Nenè Traviesa nelle danze di espressione caraibica
e la Scuola di danza Arabesque
nella danza "Tarzan" ispirato da Walt
Disney
Mercoledì 25 maggio - ore 21,00
Sala delle colonne del Consorzio
Archivio e storia di Caselle
raccontati da Gianni Rigodanza e Daniela
Siccardi
Giovedì 26 maggio - ore
21,00
Sala delle colonne del Consorzio
Concerto per pianoforte e violino
Teresa Egle Cosenza - violino, Francesco
Villa - pianoforte, musiche di Mozart - Liszt -
Bach
Venerdì 27 maggio - ore
21,00
Chiostro del Consorzio
Concerto di musica cover con i Red River
dell’Associazione 4/4 di Rivarossa, musiche di Ligabue
- Battisti - Clapton
Sabato 28 maggio - ore
18-24
Piazza Don Amerano
Festa delle regioni con la Comunità
cattolica di Mappano
Martedì 31 maggio - ore
21,00
Piazza della Fontana
Le danze giocose con le Scuole di danza
l’Arabesque di Mappano, diretta da Carla Perino
La Dance di Caselle, diretta da Claudia
Paralovo, musiche dal repertorio classico
Giugno
Mercoledì 1° giugno - ore
21,00
Piazza Cesare Pavese
GioFestival - La musica e i giovani di
Mappano
Giovedì 2 giugno - ore
21,00
Sala delle colonne del Consorzio
concerto con il Trio Euterpe Yasmine
Ferrero Varsino - soprano, Rosalba Murgi - flauto,
Luca Sironi - pianoforte e i solisti Cherrie Anne
Grieve - soprano, Richard Ozanne - pianoforte, musiche
di Handel - Vivaldi - Chopin - Ozanne - Rossini - Puccini
- Donizetti
Venerdì 3 giugno - ore
21,15
Piazza Cesare Pavese
La Compagnia teatrale "Zanni Teatro" presenta
Pautasso Antonio esperto in matrimonio , commedia in piemontese di Amendola e
Corbucci
Sabato 4 giugno - ore
14,30
Piazza Don Amerano
Ludobus - Gruppo di animazione per bambini
con la Cooperativa Valdocco
Sabato 4 giugno - ore
21,15
Piazza della Fontana
A perfect circle (zero smok) con la
Compagnia di danza Arkè diretta da Matilde De Marchi e
Anna Grazia D’Antico
Domenica 5 giugno - ore
15,00
Piazza Don Amerano
Mostra canina
Domenica 5 giugno - ore
21,00
Chiesa Parrocchiale - Via Gen. Dalla
Chiesa
L’Orchestra delle Fisarmoniche di Andorno
Micca diretta dal M° Gian Pietro Ottino in concerto,
musiche dal repertorio classico
Martedì 7 giugno – ore
17,00
Biblioteca del Consorzio di Mappano
La Prof.ssa Ivana Panebianco, Roberto Canella
e Antonio Zappia presentano il libro di Andrea Borla In
prima persona. Sarà presente l’autore
Mercoledì 8 giugno - ore
21,00
Sala delle colonne del Consorzio
Voci diverse per la poesia,
versi di: Alberti - Arendt - Evtushenko - Gozzano -
Ungaretti - Prevert - Wiltman - Pasolini - Risi - Manacorda -
Pozzi - Frassa - Campora. Letture di: Carla Cretier - Michela
Geremia - Livio Vaschetto - Luca Baracco - Antonio Zappia,
al pianoforte Francesca Rudari con sue musiche scritte
per la poesia
Giovedì 9 giugno - ore
21,15
Piazza della Fontana
Danze orientali come gioia di vivere
con la Scuola Dance Mania diretta da Caterina
Galaverna e la partecipazione straordinaria di
Aziza, musiche di Abdel Wahab - Ramzy - Dvleter e
di autori anonimi
Venerdì 10 giugno - ore
21,15
Piazza Cesare Pavese
La Compagnia teatrale La Funicolare presenta
Ditegli sempre di sì, commedia in due atti di
Edoardo De Filippo
Sabato 11 giugno - ore
16,00
Sala delle colonne del Consorzio
Saggio degli allievi della Scuola Raggi di
note - corsi Yamaha
diretto da Tatiana Balocco
Sabato 11 giugno - ore
21,15
Piazza Cesare Pavese
Gran concerto della Filarmonica di Caselle"La
Novella" diretta dal M° Bruno Lampa, musiche classiche
e moderne
Domenica 12 giugno - ore
9,30-18
Piazza Don Amerano e dintorni
Sportland tour per bambini e ragazzi
con calcio a 5 - minibasket e volley
Domenica 12 giugno - ore
20-24
Piazza Don Amerano
Ballando per la conclusione delle feste
apertura con "I Lavandé" e "Sbandieratori" di
Mappano
Nel corso della manifestazione verranno
allestite, nella sala delle colonne del Consorzio, mostre di
arti figurative e fotografiche.
Per la fotografia
Da sabato 14 a venerdì 20
maggio
mostra del Circolo Fotografico di
Caselle
Per la pittura
(orari di apertura 17 - 19,30)
Da sabato 21 a venerdì 27
maggio
esporranno Ada Sgrò Falcombello - Susanna
Viale - Francesco La Porta - Mario De Luca - Esterina
Pereno
Da sabato 28 maggio a venerdì 3
giugno
esporranno Salvatore Martinico - Giuliana
Bricco - Luisa Mischiatti - Ivan Cambiolo - Fulvia
Richiardi
Da sabato 4 a domenica 12
giugno
esporranno Stefania Carollo - Valeria Oliveri
- Stefano Rollero Maria Teresa Amore - Richard Ozanne -
Michele Privileggi
Sito artistico:
www.arturin.it |
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pagina 18
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20° anniversario del nucleo elicotteri dei
Vigili del Fuoco in Piemonte
Il Nucleo Elicotteri dei Vigili del Fuoco competente sul
territorio piemontese é stato costituito il 3 marzo 1985 come
Nucleo Elicotteri Piemonte e Valle D’Aosta dell’allora
Ispettorato Interregionale (ora Direzione Regionale
Piemonte).
All’inizio la sede era ubicata alla Caserma del Comando
Provinciale dei Vigili del Fuoco di Corso Regina Margherita a
Torino ed il reparto era composto da 3 piloti e 3 tecnici
specialisti e disponeva di un unico Agusta-Bell AB206
"JetRanger III" marche I-VFAA (poi reimmatricolato come
aeromobile di Stato VF14 con nominativo radio "Drago 14").
Tre anni più tardi, nel 1988, il reparto si sposta nella
nuova sede costruita ai margini dell’aeroporto di Caselle.
Il Nucleo ha la possibilità di svolgere manutenzioni fino a
100 ore di funzionamento della "cellula/motore" dell’AB206,
mentre per le grandi revisioni gli elicotteri vengono inviati
alla ditta costruttrice.
Nel 1990 con l’assegnazione dei non più recenti, ma
potenti, AB204VVF (ex AB204AS provenienti dalla Marina
Militare Italiana) modificati in base alle esigenze dei VV.F.,
il Nucleo Elicotteri poté disporre di una linea di volo più
idonea ai compiti istituzionali assegnati.
L’elicottero con il passare degli anni dimostrò la sua
insostituibile validità in situazioni che nessun altro mezzo
poteva eguagliare.
L’ultimo AB204VVF di Torino é stato in servizio sino alla
fine del 2002, fornendo grandi soddisfazioni sul piano
operativo in quanto in grado di sollevare notevoli carichi al
"gancio baricentrico" ed adatto al soccorso in alta montagna
grazie all’ausilio del verricello di soccorso.
Come primo Capo Nucleo Elicotteri (N.E.) di Torino venne
nominato il Com.te Sergio D’Agostino (allora anche Capo N.E.
di Genova).
Successivamente venne nominato Capo N.E. il Com.te Ennio
Terenzi (pilota istruttore di Grosseto).
L’attuale Com.te Dario Cuppone prese il comando nel marzo
1994 diventando il primo Capo N.E. effettivo del territorio ed
é anche residente nella nostra città di Caselle.
Dopo la dismissione dei vetusti ma sempre validi AB204VVF,
dal mese di marzo 2004 é in dotazione un nuovo AB412EP (marche
VF66), e il personale spera di poter potenziare la flotta con
un ulteriore elicottero dello stesso tipo.
Da tempo si sta provvedendo all’ampliamento della sede di
Caselle in previsione delle nuove dotazioni di cui il Nucleo
necessita anche in funzione dell’imminente evento olimpico del
2006.
È in fase di elaborazione un protocollo d’intesa tra i
VV.F. di Torino ed il Comune di Torino per l’acquisto di un
nuovo elicottero Agusta A109E "Power", di cui tre esemplari
sono già operativi al Corpo Nazionale VV.F., elicottero idoneo
allo svolgimento dei compiti istituzionali, ed in particolare
al trasporto veloce e al soccorso aereo.
Questi velivoli sono dotati di avionica avanzata,
verricello, gancio baricentrico, faro di ricerca e
altoparlante.20°
Il Com.te Dario Cuppone ci ha dichiarato che: "Il Nucleo
Elicotteri dei Vigili del Fuoco di Torino, ha ormai raggiunto
un alto livello di professionalità grazie alla esperienza
maturata nel corso di questi 20 anni, in particolar modo in
occasione degli eventi alluvionali che hanno colpito il nostro
territorio, che ci hanno visti impegnati non solo nei soccorsi
ma anche nel coordinamento di tutti gli elicotteri intervenuti
(ben 23 nell’anno 2000). Tutto questo è stato possibile grazie
agli strumenti messi a disposizione dall’Amministrazione
Centrale dei VV.F. e della capacità e professionalità
dimostrata dal personale pilota e tecnico specialista
appartenente al N.E. VV.F. di Torino che ho l’onore di
rappresentare".
Attualmente l’organico del N.E. di Torino/Caselle é
composto da 12 piloti, 8 tecnici specialisti ed un
amministrativo, mentre la flotta consta di due AB206
"JetRanger III" (VF19 e VF27) e di un AB412EP
(VF66).
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| Anche l’Alenia Aeronautica
partecipa alla costruzione del più grosso aereo civile mai
costruito, l’Airbus A380, che é decollato per la prima volta
il 27 aprile scorso dalla pista "32L" dell’aeroporto di
Toulouse-Blagnac nel sud-ovest della Francia.
Ai comandi del prototipo il vice presidente della "flight
division" dell’Airbus, Claude Lelaie ed il "chief test pilot"
Jaques Rosay ed altri quattro membri di equipaggio.
Al primo volo, della durata di 3 ore e 54 minuti hanno
assistito più di 40.000 spettatori oltre alle maestranze della
ditta costruttrice, agli invitati, alla stampa e alle
televisioni di tutto il mondo.
Il velivolo misura 73 metri di lunghezza, 24 metri in
altezza ed ha una apertura alare di circa 80 metri, con un
peso a pieno carico di oltre 550 tonnellate e può trasportare
fino a 800 passeggeri.
L’aereo è già stato ordinato da 15 compagnie aeree in 154
esemplari mentre l’entrata in servizio é prevista verso la
seconda metà del 2006 con la Singapore Airlines che è il suo
cliente di lancio.
L’Alenia Aeronautica partecipa al programma con la
costruzione di quasi tutta la sezione centrale della fusoliera
ed ha consegnato la prima unità nell’agosto del
2003.
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| Il 27
aprile l’Assemblea ordinaria degli Azionisti di SAGAT S.p.A.,
riunitasi sotto la presidenza di Mario Carrara, ha approvato
il bilancio di esercizio della Capogruppo e il Consolidato del
2004, varati dal Consiglio di Amministrazione lo scorso 16
marzo.
Il Conto Economico Civilistico ha registrato un utile netto
di esercizio di 6.279 migliaia di euro (+28% sul dato
2003).
L’incoraggiante bilancio economico dell’aeroporto è però
stridente con lo scarso aumento dei collegamenti aerei, che
nell’ultimo anno ha visto la perdita di importanti
destinazioni come Amsterdam e Lisbona e la diminuzione di
collegamenti da parte di compagnie come la Ryanair, la
Meridiana e l’AirOne, solo in parte compensate dagli ultimi
nuovi voli.
Intanto si è conclusa domenica 17 aprile la stagione dei
charter invernali 2004/2005.
A partire dall’ultimo week-end del mese di novembre scorso
e per 21 fine settimana consecutivi, l’aeroporto di Caselle ha
registrato un flusso di quasi 180 mila passeggeri (179.818),
record storico per il traffico dei "charter neve" allo scalo
torinese.
Rispetto alla scorsa stagione, il numero degli sciatori
stranieri che hanno scelto le montagne del Piemonte e della
Valle d’Aosta per le loro vacanze invernali ha registrato un
incremento di circa il 4%.
Per quanto riguarda il miglioramento del servizio il 21
aprile è stato inaugurato il BaByPorto, il nuovo punto gioco
dello scalo.
Collocato sul lato sinistro della Sala Partenze, proprio a
fianco della Sala Vip, il BabyPorto vuole essere un servizio
di custodia e di gioco educativo riservato ai figli dei
dipendenti aeroportuali e di tutti i passeggeri
dell’aeroporto.
Al punto gioco potranno accedere tutti i bambini e le
bambine con età da tre a dieci anni compresi, ed è previsto
anche uno spazio di accoglienza dedicato ai bambini di età
compresa fra zero e tre anni (attrezzato con angolo morbido,
fasciatoio, divanetti) che potranno frequentare lo spazio in
presenza di un adulto accompagnatore.
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| Nelle foto dall’alto in basso
a sinistra:
• di fronte allo AB204 (VF31), il Com.te Dario Cuppone,
terzo da destra, con piloti e tecnici del N.E. VV.F di
Caselle, ripresi al rientro da una missione di soccorso
durante l’alluvione dell’ottobre 2000;
• l’elicottero AB206 (I-VFAA) in sosta a Caselle nel
1986.
A destra:
• primo volo dell’Airbus A380 (F-WWOW), con la splendida
cornice dei Pirenei innevati;
• carico di sciatori provenienti da Varsavia, l’Airbus
A320-233 (HA-LPE) della Wizz Air, ripreso in atterraggio a
Caselle il 9
aprile. |
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