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Aprile 2005

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Editoriale

E venne un uomo...

È davvero difficile provare ad aggiungere altre parole alla fine terrena di Giovanni Paolo II.

Troppo è già stato raccontato, troppo è già stato ripreso e visto.

Tuttavia, per questo Papa, per questo uomo che ha inciso così profondamente nella storia degli ultimi ventisei anni qualcosa va ancora detto. Anche da noi.

Papa Wojtyla a Caselle ha fatto scalo spesso e, se è pur vero che nel nostro comune al massimo è transitato e in modo anche relativo, ci sono le foto che pubblichiamo in questa e in altre pagine a dirci che nelle occasioni in cui è venuto in visita a Torino e in Piemonte c’erano i nostri sindaci ad attenderlo, e l’arrivo dell’aereo pontificio è sempre stato salutato con l’interesse e la gioia dovuta.

La prima volta che Sua Santità fece visita a Torino in veste di Vicario di Cristo fu nell’80.

Erano appena trascorsi due anni da quando il Karol Wojtyla arcivescovo di Cracovia era venuto da umile pellegrino per rendere omaggio alla Sindone in occasione dell’ostensione; quando ci tornò da Papa trovò una città dilaniata dal terrorismo. L’esortazione che fece, semplice e pure chiarissima, “Torino non avere paura”, aveva “in nuce” – non avere paura, mai – tutta l’essenza del pontificato di questo successore di Pietro, che viene già ritenuto degno d’essere ricordato tra i grandi della storia.

L’accanimento mediatico che ha accompagnato l’avvicinarsi della sua ora suprema ne ha ingigantito e spettacolarizzato la figura, ma non è l’onda delle emozioni a dover sancire la statura di questo uomo.

Un uomo che ha inteso il sacrificio come vita e la vita come sacrificio.

Avremo per sempre negli occhi l’immagine del Papa che appare a quella finestra, quel grido muto e lacerante che giustamente qualcuno ha paragonato alla disperata grandezza del quadro di Munch.

Fino alla fine ha saputo lasciarci in eredità quella voglia di darsi, di continuare a fare che ha contraddistinto tutto il suo magistero apostolico.

Per capire però la grandezza di questo Papa bisogna ripercorrere fin dall’inizio il corso del suo pontificato.

Quando venne presentato alla folla questo Papa straniero, questo Papa polacco come “tout court” venne identificato, e ci dissero che si sarebbe chiamato Giovanni Paolo come il suo predecessore, parve ai più una scelta singolare ed emotiva, dettata più dalla breve vita pontificale di Papa Luciani che da altro. Non era così.

Per come sono andate le cose, per come è andata la storia dell’ultima porzione del ’900, si è portati a dire che nel ’78 il conclave della chiesa di Roma, scegliendo Wojtyla, aveva letto benissimo lo scenario politico futuro, visto molto più in là di qualsiasi altro. V’è però da dire che forse neppure le alte sfere del Vaticano avevano lontanamente ipotizzato di che cosa sarebbe stato capace Giovanni Paolo II.

Giovanni come Giovanni XXIII, il Papa buono, il Papa contadino, colui che promuovendo il Concilio Vaticano II aveva posto le basi per cambiare radicalmente la chiesa di Cristo; Paolo come Paolo VI il papa che aveva sì concluso il rinnovamento, ma che l’aveva fatto cercando di mantenere comunque distanza e conservazione, non fosse altro per cercare di frenare una rivoluzione ecclesiastica troppo ricca di contraddizioni, che rischiava di far procedere il mondo cattolico in modo sbrigliato: con tanto vigore e rinnovato entusiasmo sì, ma senza capire bene dove certi percorsi potessero condurre.

Ripensando a quando Giovanni Paolo II è salito al soglio pontificio, si è portati a dire che ereditò una chiesa che stentava a reggere il passo con la progressiva laicizzazione della società occidentale, una società che si votava ad una corsa unica e univoca verso il materialismo e il liberismo del mercato globale.

Solo con una presenza forte, con una presenza costante - anche volando da un continente all’altro in modo incessante - un Papa avrebbe potuto ridare un ruolo alla Chiesa. Il messaggio fu subito chiaro: con Wojtyla era il Pontefice che andava verso il mondo, non viceversa.

La personalità eccezionale di Giovanni Paolo II l’ha portato poi a realizzare più d’un miracolo politico : è riuscito come nessun altro nell’impresa di rappresentare al tempo stesso la Chiesa della tradizione e quella dell’innovazione; di mostrarsi col volto più progressista del Concilio Vaticano II e con quello che riaffermava la centralità curiale; di proporre la lotta al comunismo e una critica feroce ed eccezionale al capitalismo.

Pur sapendo che tanto della nostra società e della nostra politica sarebbe rimasta impermeabile ai contenuti di certi suoi messaggi, non ha rinunciato a tuonare contro la mafia e contro la guerra.

A ben vedere, crollato il Mogol comunista, è stato l’unico capace di porsi in contrapposizione con l’impero degli USA: Wojtyla l’unico tra i grandi potenti della terra a ripudiare in modo netto e chiaro le guerre preventive con la loro cultura di morte.

A volte il modo d’interpretare il suo ruolo è sembrato ai laici anacronistico; quel suo volersi ergere quasi ad angelo che punta la spada contro il male, ripresentando il Male con tanto di diavolo a corredo, è sembrato lontano dalla nostra moderna cultura.

Lui però non ha declinato, doveva cercare di portare avanti la sua missione e solo rispolverando temi e toni forti avrebbe potuto coinvolgere le genti per lanciare le crociate che hanno rappresentato il punto più alto della sua carriera politica.

Non era facile nell’Est europeo degli anni ‘80 proporsi in modo dirompente: era ancora troppo fesco il ricordo di che fine fece la “Primavera di Praga” per non temere che il Cremlino avrebbe reagito ovunque con i carri armati. Eppure la sua Polonia era in fermento, gli operai in rivolta: i Polacchi sarebbero corsi ancora una volta suicidi contro i tank ?

 D’acchito, Solidarnosc e Walesa, Danzica e le speranze di tutti i popoli d’oltre cortina sembravano aver innescato solo un processo pericoloso, senza sbocco e senza ritorno.

Sembrava pallido e inconsistente il provare a contrastare Mosca con le icone della Madonna di Tchestochova. Eppure come la goccia che scava la pietra, Wojtyla continuò la sua opera, nel segno della Beata Vergine e del recupero della forza che viene da una fede, che pareva allora degna solo della derisione.

Si tornò ad avere paura di dover “Morire per Danzica” come recitava un tormentone alla fine degli anni ’30, di infilarci in un terzo conflitto mondiale, con la promessa non remota di scenari da “day after”.

Giovanni Paolo II, vuoi anche per l’arrivo di Gorbaciov e delle marce fondamenta dell’impero sovietico, invece riuscì nell’impresa di contribuire in modo sostanziale a seppellire il tutto senza spargimenti di sangue, ad esclusione di quello romeno di Ceaosescu e i suoi: un muro, quello di Berlino, andò giù e fu il trionfo della lungimiranza Wojtyla. Alle cose della forza aveva sostituito la forza delle cose, rispolverando fedi sepolte e valori antichi.

Ma non era ancora sufficiente per ridare al mondo un ordine basato su precetti cristiani e per restituire una preminenza indiscussa alla chiesa di Roma.

 Bisognava pensare all’ Africa e al Terzo Mondo in toto, a costo di schierarsi contro i gesuiti e affiancare l’impianto più rivoluzionario della chiesa in America Latina; c’era da provare a chiedere scusa per i troppi peccati che la chiesa di Roma aveva commesso nei secoli, per il troppo sangue versato in nome di Cristo; c’era da perseguire la ricerca della pace anche a costo di entrare in collisione con Stati Uniti.

Il Papa in preghiera silente, con il viso contro il “Muro del pianto”, il papa capace di tuonare contro i due Bush per loro politca guerrafondaia seppur preventiva, hanno portato Wojtyla ad una statura inavvicinabile.

Nel suo discorso d’investitura disse una frase che subito ce lo rese simpatico: “Se sbaglio mi corrigerete”. Non ce n’è stato bisogno, Santità.

Pur non condivisibile in alcune sue scelte, Giovanni Paolo II ha fatto tutto quello che doveva fare.

Non gli è riuscito di avvicinare Mosca e la chiesa ortodossa, e il tentativo di riunificare le chiese cristiane è la sua incompiuta ed è questo uno degli ardui compiti che toccano al suo successore.

“Morto un papa se ne fa un altro” si usa dire, a significare che la cosa non finisce, che la continuità c’è e ci sarà.

Chi uscirà Papa dal prossimo conclave avrà però un fardello pesante da portare e se è vero che la via è segnata, sarà difficile per chiunque ripetere le gesta di papa Wojtyla.

Saprà l’alto consesso di Roma vedere lontano e oltre come seppero i padri nel lontano ’78?

Ti guardi indietro e pensi che sia passata un’eternità, un’epoca.

Quella di Giovanni Paolo II, appunto.

Un uomo che venne da lontano per provare a fare qualcosa di irripetibile.

E ci riuscì.

Elis Calegari

 
 
 
 

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pagina 3Tante immagini, tante parole e considerazioni in questi giorni sulla figura del Papa.Da quando si sono aggravate le sue condizioni di salute, già instabili da tempo, i media ci hanno messo a disposizione, in tempo reale, tante pieghe della vita diGiovanni Paolo II, il suo passato e il suo futuro (“Quanto riuscirà a combattere con l’aggravarsi della malattia...?).

In questa cornice mi ha colpito non poco una battuta ascoltata mentre affiggevo fuori della chiesa l’avviso della S. Messa per il Papa. Un anziano, quasi coscritto diGiovanni Paolo II, ha detto molto familiarmente:“Arrivederci, sei stato un Papa e ti sei fatto sentire uno di noi”. Sintetizza, forse, tutta la serie di riflessioni più disparate che si ascoltano in questi giorni. Un Papa (“Il personaggio che ha cambiato il corso della storia di questi anni... L’uomo che ha saputo guidare le scelte della Chiesa alla luce delVaticano II... che ha cercato di seminare pace in ogni momento, chiedendo anche perdono degli errori del passato della Chiesa...”). Uno di noi (“Ha dimostrato il suo amore per i bambini, li ha abbracciati... non si è tirato indietro di fronte ai sofferenti: ha condiviso con loro la malattia, ha testimoniato una grande forza nell’affrontarla... ha espresso la sua gioia incontrando popolazioni più diverse e ha sottolineato con energia la necessità di riconoscere la dignità della persona umana, sempre, in ogni situazione, ad ogni costo... ha sempre pagato di persona...”).

Quando, dopo un po’ di tempo si spegneranno i riflettori dei media e di tante nostre emozioni, che cosa rimarrà per me, per ognuno di noi (più che per la grande storia) diGiovanni Paolo II “un Papa, uno di noi”?

Se lui ha veramente inciso nella mia vita (e non è solo legato a questi momenti) da che cosa lo posso capire e lo capiranno gli altri?

•Lui ha voluto portare pace, ha voluto essere uomo di dialogo, pur in mezzo a tante incomprensioni, anche all’interno della Chiesa stessa.E io, che faccio per essere “un costruttore, un seminatore di pace”? Cerco il dialogo e la pace, oppure semino zizzania con troppa facilità? Costruisco muri più che riallacciare ponti?

•Lui ha voluto, anche con i suoi viaggi, giungere a tutti, senza escludere nessuno. Io sono disponibile a questa apertura oppure mi accontento del mio guscio?

•Lui ha gridato apertamente, già nei primi tempi del suo pontificato e lo ha vissuto in prima persona:“Non abbiate paura: aprite, spalancate le porte a Cristo!”. Noi cerchiamo di fare nostro questo invito o lo ignoriamo?

•“La dignità della persona umana al di sopra di tutto!”: quante testimonianze in proposito! Noi ci sforziamo di metterla al di sopra degli interessi, delle ideologie...

Mi auguro che in ognuno di noi, Giovanni Paolo II abbia seminato qualcosa di bello, di importante e di impegnativo. Forse in momenti diversi del suo pontificato; non ultimi, questi giorni dopo la sua morte. Mi ha colpito la testimonianza di una ragazza:“Mi dispiace di essermi resa conto solo in questi momenti, nella sua sofferenza e nella sua morte, della figura di questo Papa. Mi rincresce di non averlo notato e conosciuto prima”.

Notato, lo abbiamo notato tutti. Conosciuto... abbiamo ancora tempo di farlo, attraverso l’insegnamento e la testimonianza che ci ha lasciato. E continuiamo a sentircelo vicino nel nostro cammino quotidiano, a livello umano come un grande personaggio e, per i credenti, come un grande Papa.

Don Claudio Giai Gischia

Il Mondo intero ha perso un “Uomo” del tutto singolare, così unico che un quotidiano nazionale pochi giorni dopo la sua scomparsa titolava emblematicamente “Non se ne farà un altro”.

I cattolici e molti laici piangono oggi la scomparsa del Santo Padre, che in 27 anni di pontificato ha mostrato, come un Giano bifronte, una personalità complessa: egli è stato infatti un impareggiabile teologo ed un sottile filosofo, in grado di catalizzare magneticamente l’interesse dei giovani, i suoi giovani.

Non dimenticheremo facilmente la sua presenza ai raduni dei Papa boys, quando accompagnava il ritmo della musica, o le apparizioni in Piazza San Pietro, cariche di pathos e determinanti per scrivere memorabili pagine di storia internazionale, che sostengono la dignità della persona umana e l’unità tra i popoli della Terra.

Ricordo dunque con orgoglio l’imponente partecipazione dei cittadini di Caselle e della frazione Mappano alla Messa celebrata dai parroci delle due comunità e dedicata al Santo Padre. Don Claudio e Don Pierantonio, affiancati sapientemente da don Tomas e dal diacono Marco, hanno saputo ancora una volta unire idealmente e spiritualmente i cittadini, seguendo così uno degli insegnamenti più alti di Giovanni Paolo II: la comunione delle genti.

Grazie alla volontà delle due Parrocchie, i casellesi ed i mappanesi, già uniti territorialmente, si sono ritrovati nel misticismo della preghiera, accomunati dal desiderio di pregare insieme il Santo Padre.

Grazie Papa Giovanni Paolo II per quello che hai fatto in vita e per l’eredità altamente spirituale che lasci a tutti noi.

Il Sindaco

Giuseppe
Marsaglia Cagnola

 

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Perfettamente in linea con la gran parte della provincia di Torino, anche Caselle ha consegnato la vittoria delle elezioni regionali alla candidata del centrosinistra Mercedes Bresso. Il successo dell’Unione, a Caselle dove ha votato il 72.3% degli aventi dirtto, è risultato essere molto più marcato, nelle percentuali, rispetto al dato finale. La Bresso ha infatti ottenuto 5346 voti pari al 57.6% contro i 3747 voti ottenuti dallo sfidante Enzo Ghigo che si è fermato al 40.4%. Per dovere di cronaca ricordiamo anche gli altri due candidati in lizza per la presidenza regionale: Gianfranco Rotondi della nuova Democrazia Cristiana (81 voti per lo 0.9%) e Lodovico Ellena per Alternativa Sociale con Alessandra Mussolini (101 voti pari all’1.1%).

 

I PARTITI

I Democratici di Sinistra sono il primo partito di Caselle. La quercia, infatti, si prende il gradino più importante del podio dall’alto dei suoi 1494 voti che, tradotti in percentuale, sono pari al 19.1%. Forza Italia è il primo partito del centrodestra ma si ferma al 17.9% con 1399 voti. A sorridere maggiormente di questa tornata elettorale, almeno nei numeri, è Rifondazione Comunista che diventa il terzo partito della città con l’11,8% delle preferenze pari a 923 voti. Persino la Margherita, che pur vanta di essere rappresentata in municipio nientemeno che dal sindaco Marsaglia, deve chinare la testa e fermarsi, con 874 voti, all’11,4%. Il resto del centrodestra zoppica vistosamente. Alleanza Nazionale è al 7.7% (605 voti), l’Udc, dopo l’exploit dell’anno scorso, raccoglie 321 voti, pari al 4.1%. Bene la Lega Nord che diventa il terzo partito della coalizione strappando il 6.4% con 500 voti tondi tondi. Il resto del centrosinistra, invece, conferma i valori di forza ottenuti anche a livello nazionale.

 

LE PREFERENZE

È la lista di Forza Italia che, alle Regionali, ha ottenuto il maggior numero di preferenze espresse per i consiglieri: ben 523. A ruota ci sono i Ds con 424 preferenze nominali. I casellesi hanno votato in massa Margherita Peroglio (103 preferenze) che però non è stata eletta. Bene, invece, Oscar Bertettp, eletto a livello regionale e forte, a Caselle, di ben 87 preferenze. Nella Margherita spiccano le 82 preferenze espresse a favore di Davide Gariglio che sarà eletto in regione come il più votato del partito con 10.146 preferenze. Molto meno positivi, invece, i risultati per Franco Maria Botta dell’Udc che a Caselle ha raccolto ben 82 preferenze. Troppo poche per sperare in un posto nel consiglio regionale. Il candidato consigliere più votato resta comunque Sergio Cretier, di Rifondazione Comunista. Mappanese doc è stato votato da 308 concittadini ma questo non è bastato all’elezione a palazzo Lascaris. Rifondazione è anche, con 429 preferenze nominali espresse, il secondo partito “più votato” a livello di preferenze personali. Il primo tra i partiti del centrosinistra. La sconfitta globale per Forza Italia non ha comunque messo i bastoni tra le ruote all’elezione di tre candidati molto noti in zona: Giuliano Manolino, Emilio Filippo Burzi e, soprattutto, Caterina Ferrero. I tre hanno racimolato, rispettivamente, 62, 113 e 139 preferenze. Tutti e tre sono stati eletti all’opposizione della giunta Bresso. Proprio nella lista della neo presidentessa della regione, si presentava un altro mappanese doc. Marco Bongi, indipendente, votato da 245 casellesi. Purtroppo non è bastato per la sua elezione.

 

IL VOTO

Ci sono diverse chiavi di lettura per il voto dello scorso aprile. Anche in base ai confronti con le elezioni precedenti. Ad ottenere l’aumento di consensi più vistoso è Rifondazione Comunista che passa dall’8% a quasi il 12%. Merito, sicuramente, della candidatura locale di Sergio Cretier. Per contro c’è un calo dei Comunisti Italiani rispetto alle provinciali, dove era candidato il segretario casellese Endrio Milano, ma non rispetto al dato complessivo delle europee dove il partito avanza addirittura di uno 0,2% passando dal 3,6% al 3,8%. Nonostante a livello nazionale il centrodestra perda consensi praticamente ovunque, a Caselle, invece, i partiti che si rifanno alla coalizione di Silvio Berlusconi crescono sensibilmente. Persino Forza Italia, che alle europee si era fermata al 16,5%, cresce di quasi un punto e mezzo, tamponando l’emorragia di voti nel resto della coalizione e raggiungendo, sommando i partiti, una percentuale di voti che potrebbe in qualche modo destare attenzione alla maggioranza che, attualmente, governa Caselle. Il vantaggio del centrosinistra è comunque ancora ampio benché la somma dei partiti, escluse le liste ad hoc create appositamente per questa tornata elettorale (vedi “Insieme per Bresso”) superi di un soffio il 50% dei voti espressi dai casellesi. A Mappano si ripete il dato globale benché restino un’incognita i risultati ottenuti da Rifondazione e dalla lista Insieme per Bresso che potevano contare su un candidato forte residente proprio nella frazione. Il centrosinistra, quindi, a Caselle come a Mappano, mantiene il suo vantaggio sugli avversari che però, al contrario che in altri comuni anche vicini (escluso, ovviamente, Leinì), hanno risentito molto meno del voto “di protesta” che gli italiani hanno espresso anche in riferimento alle politiche sbagliate del governo Berlusconi.

Alessandro Previati

 

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Carissimi amici, concedetemi questa confidenziale libertà: questo 25 aprile non è solamente un anniversario, un compleanno che inevitabilmente si ripete ad ogni scadere dei 365 giorni trascorsi da quello precedente; non è un giubileo o una ricorrenza, ma è una pietra miliare nella Storia del nostro Paese. È una Storia che segue quella millenaria della nostra penisola. Il nostro bel Paese, l’Italia, ha sempre fatto gola alle popolazioni nordiche le quali, sempre devastando e saccheggiando con efferata violenza, si sono avvicendate, dopo la caduta dell’Impero Romano, a disputarsi la nostra terra, il nostro sole e il nostro mare.

Ora la nostra Scuola ci parla di Carlo Magno, di Vercingetorige, diFederico Barbarossa, dei Franchi, dei Galli, degli Unni; ci parla dei Lanzichenecchi, dei Normanni, e tanti altri, ma in quanto alla storia, si ferma, dopo l’Unità d’Italia, alla prima guerra mondiale. Perché? Perché dobbiamo noi, pochi sopravvissuti all’epica impresa che ha debellato gli ultimi fanatici barbari, mantenere il ricordo fra le generazioni presenti e future di ciò che rappresenta per noi, italiani tutti, il 25 Aprile? Fascismo, Nazismo, Resistenza sono per le giovani leve insorgenti, come lo tsunami, un fenomeno pauroso del quale non si riesce a comprendere esattamente l’origine. Libertà, Civiltà, Democrazia sono altrettanti termini ritornati a fare parte del nostro vocabolario come sessanta annifa, dopo una lunga, feroce, coraggiosa lotta sostenuta, anche nelle nostre valli da molti e coraggiosi concittadini, hanno voluto recuparare appunto la Libertà. Ricordiamolo questo 25 aprile 2005; ricordiamo con deferente e affettuso ricordo coloro i quali hanno versato il loro sangue generoso e che non sono riusciti a godere dei benefici che il loro sacrificio ha portato a tutti noi.Festeggiamo questi sessanta anni passati dalla conclusione di una delle più spaventose guerre della storia dell’umanità e insieme festeggiamo anche l fine di una vergognosa dittatura che ci aveva resi schiavi e servi di un esercito straniero e che tanti lutti ha seminato tra l’italica gente. Viviamo da “Cittadini Liberi” il 25 aprile, una giornata di festa perché ce la meritiamo: per ricordare questa Libertà che tutti noi, indipendentemente dal nostro credo politico, oggi ancora viviamo.

 

Per il Direttivo della sezione A.N.P.I. di Caselle

Il Presidente

Severino Montrucchio

 

La piazza è da sempre il nucleo di un luogo, punto d’incontro e di passaggio da cui si diramano strade e vie, il suo nome ne è il simbolo: passa di bocca in bocca e diventa punto di riferimento nella quotidianità.

Nel cuore di Caselle c’è Piazza Boschiassi ma quanti sono i casellesi che sanno dare un volto e una storia a Vincenzo Boschiassi?

Rievocare chi fu vuol dire  non solo raccontare di un uomo che difese strenuamente libertà e giustizia, ma anche riportare alla luce un frammento di vita che ci appartiene, evocare una storia che è parte della nostra comunità e come tale patrimonio di tutti noi.

Piero Martin, segretario dell’ANPI, è nipote di Vincenzo Boschiassi, il cui padre Modesto fu già figura illustre di medico casellese, amato e stimato per le sue doti di umanità.

La testimonianza di Piero, commossa e partecipe, è quella di un bambino di nove anni, cresciuto all’ombra di uno zio leggendario. Così racconta: “Sono nato a Caselle nel 1934, ma sono vissuto a Torino, finché sfollato, nel luglio del 1943, sono andato a vivere dai nonni a Caselle. Abitavamo nel Castello, al primo piano, sopra l’asilo, in quella che è stata la vecchia sede della Pro Loco. Mio zio Vincenzo era avvocato ma da subito si dimostrò ostile al fascismo tanto che venne radiato dall’Albo e per questo incontrò non poche difficoltà sul lavoro.

Di lui si dice fosse cordiale ed allegro con gli amici, ma tagliente e sarcastico con chi lo avversava, di certo era un uomo di forti ideali e di grande coraggio. Da subito aderì al movimento partigiano, senza curarsi troppo dei rischi che correva,  tanto che ospitò e protesse un soldato russo sfuggito alla prigionia dei tedeschi. Le cose si complicarono in breve tempo così che i tedeschi andarono a cercarlo nel suo studio di via Bligny, a Torino. Sentendosi braccato decise di fuggire in Valle d’Aosta con un compagno israelita, fuggiasco pure lui”.

Ed è qui che i ricordi di Piero bambino si fanno più intensi, nel rievocare quel capodanno del 1943, quando Vincenzo Boschiassi tornò a casa di nascosto, prima di darsi alla macchia.

“Mio zio era tornato a dormire a casa la notte dell’ultimo dell’anno del ’43, ultimamente le sue visite erano rapide ed improvvise in quanto ricercato, ma per me era sempre una festa vederlo ed abbracciarlo. Fu verso le prime ore del mattino che arrivarono due camion di tedeschi e si fermarono in piazza. Ricordo che zio Vincenzo si era appena lavato, versando l’acqua della brocca nel catino che aveva in camera e stavamo chiacchierando, io e lui, sul balcone che guarda verso le scuole elementari. Non ci fu tempo per niente: quando sentì dell’arrivo dei tedeschi, mi guardò e mi disse solo: – Ricordati che tu non mi hai visto e lì, al mio posto, dormiva tuo padre –.

Rapido si calò nel cortile con l’aiuto di una vecchia pianta di vite che aderiva al muro e, aiutato dal bidello della scuola, uscì nel paese. Fuggì verso il Porto dei Gaj, dove attraversò la Stura sul ponte rudimentale che permetteva il passaggio all’altra sponda. Forse voleva dirigersi a Venaria dove abitava la fidanzata”.

Ci sono momenti che restano indelebili nella memoria. Si fissano con il loro seguito di emozioni e di ripensamenti.

Per Piero Martin gli attimi che seguirono quella fuga avventurosa rivivono intensi e drammatici come allora.

“Sentii bussare alla porta e poi udii delle voci concitate nella stanza accanto. Fu quando rientrai nella camera di mio zio che vidi la pistola: l’aveva dimenticata nella fretta, così, col cuore in gola, la gettai nel catino pieno d’acqua sporca, dove mio zio si era lavato poco prima. Pochi istanti dopo rimasi impietrito davanti ai tedeschi che, con le armi in pugno, mi si pararono davanti.

– Chi ha dormito in questo letto ? – mi chiesero.

Mio padre! – dissi deciso, ricordando le ultime parole di zio Vincenzo.

I tedeschi iniziarono una minuziosa perquisizione: voltarono e rivoltarono cassetti ed armadi, tagliarono persino la fodera dei materassi, mentre io, terrorizzato, speravo che quell’acqua fosse abbastanza nera da oscurare la vista dell’arma.

Per anni non dissi a nessuno ciò che avevo fatto e quella pistola non so che fine fece, certo quel gesto di bimbo ci salvò la vita”.

Passarono pochi giorni e nel paese cominciò a serpeggiare la notizia che Vincenzo Boschiassi fosse tra i partigiani uccisi nell’eccidio di Traves, così Piero rievoca l’episodio:

“Doveva esserci quel 6 gennaio del 1944 una riunione di partigiani a Traves presso una  “piola”, nella frazione Biò, poco distante dalla stazione. Qualcuno sicuramente fece la spia così vennero arrestati e fucilati il padrone dell’osteria, Giacomo Vottero e i suoi due figli, Guido e Giulio, insieme a  Giuseppe Occhiola, Giuseppe e Felice Lanfranco, due partigiani del posto.

Poi i tedeschi raggiunsero il treno che alle 9 arrivava alla stazione: sopra c’erano mio zio, Carlo Cravero e altri compagni.

I tedeschi aprirono subito il fuoco, mentre qualcuno cercava di mettersi in salvo gettandosi giù nella neve: Libero De Zolt fu colpito e morì, Vincenzo e Carlo Cravero vennero arrestati , messi al muro e fucilati.

Di loro rimane un nome scritto nel cippo eretto davanti alla stazione di Traves, a memoria del loro sacrificio”.

Piero Martin non ricorda come seppe dell’uccisione di suo zio, si sa che toccò alla sorella Iolanda e all’amica Grazia Castagna il triste compito di recarsi all’obitorio del cimitero di Traves per riconoscere la salma del loro caro.

Lo trovarono con le mani chiuse a pugno, come per farsi forza contro il dolore, sul viso una smorfia di disprezzo e dall’angolo dell’occhio sinistro un rivolo di sangue. Non portava segni di maltrattamenti: solo un livido sulla schiena ed il colpo fatale alla nuca.

Possa questa storia aiutarci a ricordare che il nome di una piazza, della “nostra piazza”, non è una vuota ripetizione di suoni ma ha il sapore forte e dolce della parola libertà e il volto coraggioso di un uomo che sacrificò la sua vita per rendere migliore la nostra.

Antonella Ruo Redda

 

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25 aprile 1945: ci sono date che ci appartengono come bussole della memoria perché evocano sentimenti ed emozioni, segnano persone e luoghi, fanno riemergere valori  d’altri tempi come il coraggio, il sacrificio, la solidarietà.

Ci sono date che sentiamo nostre, che uniscono una comunità, che rivivono, ogni anno diverse ed uguali, nei ricordi di chi le ha vissute e rese un bene di tutti.

Pina  Borgano oggi ha 90 anni, portati con il sorriso e la forza di chi ha vissuto anni difficili, col peso di un marito partigiano e di una famiglia da sfamare.

Erano arrivati da Barge, lei e Fredo, nell’aprile del 40, pochi mesi e il marito fu chiamato al fronte: due anni di “garitta” e dolore in Albania finché non tornò a casa mutilato alla mano sinistra, e della guerra non volle parlare più.

Fredo divenne poi staffetta partigiana: andava e veniva, veniva ed andava, mai una parola in famiglia su quello che faceva perché lo sentiva come un dovere verso se stesso e verso gli altri.

C’è una data che segna la loro storia e Pina ricorda tutto di quel giorno: “Era il 29 aprile 1944 quando Giacomo Bellino, il fabbro mio vicino di casa, mi portò una tremenda notizia: i tedeschi cercavano Fredo, doveva scappare subito .

Era successo che lui aveva aiutato quattro soldati che volevano raggiungere i partigiani:  aveva portato loro degli abiti civili che aveva in casa, ma i quattro furono arrestati e costretti a confessare.

I partigiani dissero a Fredo di andare alla Cascina della Cavaliera, oltre la Stura, non c’era tempo da perdere e lui scappò lì, dalla famiglia Calvo”.

Trascorsero giorni di ansia e preoccupazione, Pina restò sola con Rita, la figlia di tre mesi, ad aspettare una buona notizia.

“Sono trascorsi alcuni giorni e poi è arrivata una mula a prenderci. Ho fatto un fagotto, ho stretto a me Rita e col cuore in gola sono scappata anch’io alla “Cavaliera”. Mi ricordo che ero talmente spaventata che Rita, a causa del mio latte, si è ammalata di gastrite e allora i partigiani hanno fatto arrivare alla cascina il dottor Mussa, partigiano pure lui, per visitare la piccola”.

Quelli furono anni di grande solidarietà, ma anche di inaspettati tradimenti. Pina rievoca con commozione la disponibilità della famiglia che li aveva accolti .

“La famiglia Calvo era numerosa, erano in 14 ma non facevano differenza tra noi e loro. Mio marito li aiutava nei campi e io facevo le calze per tutti, ne facevo il più possibile per cercare di sdebitarmi. Ancora oggi sento il dovere di ringraziarli per quello che hanno fatto per noi. C’era tanta gente buona ma c’era anche chi faceva la spia. Casa nostra fu messa sottosopra dai tedeschi perché una nostra vicina li fece entrare; aggiunse pure che se lo avesse saputo avrebbe detto loro dove eravamo nascosti. Anche questo non si può dimenticare.”

Dopo due mesi di clandestinità Pina e Fredo ritornarono in via Caldano, dove abitavano ma la paura restò.

“I Tedeschi stazionavano a pochi metri dal nostro cancello, perché lì c’era il posto di blocco; spesso li sentivamo far baldoria nell’osteria di “Giacu Blin” e nel campo di bocce vicino a casa nostra. Sovente c’erano i rastrellamenti, i partigiani catturati venivano fatti sfilare per le vie del paese per spaventare la gente, vedevamo portar via persone che conoscevamo, come quelli delle famiglie Crosetto e Chiabotto, famiglie che videro morire due dei loro cari”.

Ma la violenza della guerra non ha colore, come il sangue dei suoi caduti e Pina ce lo ricorda rievocando un episodio di quei tempi:

“Stavo andando a prendere il pane quando, proprio vicino alla Chiesa dei Battuti ho assistito ad una fucilazione. Quattro donne partigiane fucilarono quattro “repubblichini”, ricordo ancora che uno prima di morire sussurrava “mamma”. Mandarono a chiamare  Don Anglesio, che benedì le salme”.

La notizia della Liberazione arrivò veloce, di porta in porta e fu subito festa.

 “Noi sentivamo di nascosto Radio Londra, ci radunavamo intorno al tavolo, a volte venivano anche i vicini che non avevano l’apparecchio e ascoltavamo dell’avanzata degli Americani e speravamo nella fine della guerra. Non ricordo chi ci portò la notizia, so solo che il 25 aprile siamo corsi tutti in piazza Boschiassi a far festa. C’erano i carri bestiame bardati con i tricolori, le bandiere sventolavano ovunque e c’era gente di tutte le età che si abbracciava, cantava e urlava “Viva la pace, viva la libertà”.

Gli anni successivi non furono facili, mancava tutto e bisognava ricostruire, ma c’era un bene prezioso: la libertà appena riconquistata. Fredo riuscì a trovare lavoro prima alla Conceria e poi come bidello alle Scuole Elementari; Pina cercava coi sacrifici di mandare avanti la famiglia.

“La spesa si faceva con la tessera e si poteva comprare poco, io ricevevo una doppia razione di zucchero per via della bambina, così andavo alla Cascina Formagera e la cambiavo con la farina per fare la pasta. Rita è cresciuta a “panada” perché era la cosa più sana e nutriente che potessi prepararle.

Ed è un ricordo della figlia Rita a testimoniare come la vita del partigiano Fredo fu spesa bene : “Al funerale di mio padre mi si avvicinarono alcune persone che non conoscevo: erano ex-partigiani di Ivrea. Mi dissero che avevano conosciuto papà, che lui aveva salvato molte vite e aiutato molte persone, che loro erano lì perché avevano sentito che era mancato un uomo giusto”.

È ascoltando la  storia di Pina e di Fredo, di gente come loro semplice e sincera, che ha faticato e resistito che riscopriamo, noi italiani del duemila, il privilegio di poter condividere con altri pane e libertà.

Antonella Ruo Redda

Mercoledì 23 marzo 2005 la maggioranza di centro destra che regge il Governo Berlusconi ha definitivamente approvato in Senato la riforma che distrugge in un sol colpo tutti gli equilibri democratici della nostra Costituzione: quelli che, nell’organizzazione dello Stato, conducono e reggono i rapporti tra maggioranze e minoranze, quelli che disciplinano e controllano i rapporti tra poteri e contro poteri del Governo, quelli che garantiscono il mantenimento di condizioni di armonia e di solidarietà fra unità e pluralismo territoriale.

Con una procedura convulsa, che ha fortemente limitato i diritti dell’opposizione. La maggioranza diGoverno in Senato ha costruito un nuovo regime politico, nel quale un Primo Ministro elettivo avrà il potere di gestire, senza necessità di investiture istituzionali o di fiducia, una sua maggioranza in Parlamento, che, in caso di dissenso, può congedare quando vuole.

La Costituzione del 1948 ci ricorda che la libertà non ha senso e non si materializza davvero se non ha la base in un patto condiviso, a partire dal quale vi sono l’orgoglio dell’appartenenza a un grande Paese, il senso civico che impronta le relazioni tra i cittadini, una tavola di valori cui ancorare le scelte politiche concrete, una “realistica utopia” che presiede alle relazioni con il resto del mondo.

Per andare avanti su questa strada devono essere cancellate le norme con le quali in prima lettura, alla Camera ed al Senato, sono state manomesse le regole democratiche fissate dalla nostra Costituzione per l’agire democratico e partecipativo delle nostre istituzioni.

L’ANPI dovrà essere in prima linea per opporsi, con lo strumento referendario, alla riforma della nostra Costituzione, al fine di conservare al nostro Paese e alla nostra comunità nazionale tutto il patrimonio etico e politico sorto dalla Resistenza, per una patria autenticamente democratica nella quale riconoscersi con orgoglio che sia di esempio nel contesto internazionale.

Le celebrazioni del 60° anniversario della Liberazione saranno il primo appuntamento per rinnovare unitariamente, senza nessuna distinzione, l’impegno dei cittadini italiani a difesa di quella bandiera di libertà, di uguaglianza e di giustizia che si chiama Costituzione.

Il Comitato Nazionale

ANPI

 

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Abbiamo intervistato Alberto Dal Poz, Presidente del Gruppo Giovani Industriali di Torino.

Che cosa ne pensa della situazione economico – industriale attuale del Piemonte?

“Malgrado i moderati segnali di ripresa che arrivano dall’estero, in particolare dagli Stati Uniti, sono davvero pochi i segnali di crescita e sviluppo dell’economia piemontese. Le indicazioni che ci arrivano, poi dall’analisi dell’attività industriale, confermano un profilo piatto del mercato, una sostanziale stasi degli investimenti e il protrarsi di un generale clima di incertezza, aggravato dalle testimonianzedi guerra e di terrorismo che quotidianamente entrano nelle nostre case. Non mancano, inoltre, i casi di profonda crisi di importanti aziende torinesi operanti in settori diversi, dalla meccanica all’ICT. Non voglio, però, segnare solo casi negativi, esistono infatti casi di aziende operanti in settori tradizionali e non che hanno notevoli incrementi di fatturato, di occupazione e di ampliamento della produzione. Le aziende che sono riuscite negli anni a differenziare i propri sbocchi di mercato potranno avere buone possibilità di sviluppo, anche perché il costo del denaro continua ad essere contenuto. Nello stesso tempo, stiamo tutti subendo l’impennata dei costi di materie prime fondamentali, quali l’acciaio e il petrolio”.

Qual è la sua ricetta per risolvere questa situazione?

“Per prima cosa, come rappresentante dei Giovani Imprenditori Torinesi, voglio e devo essere ottimista. Il primo ingrediente del cambiamento è sicuramente la presa di consapevolezza delle realtà e dei contesti industriali eccellenti che caratterizzano il nostro territorio. Il fatto che le nostre aziende operino all’interno di filiere fortemente specializzate e riconosciute in tutto il mondo, deve essere il punto di partenza. Serve poi una promozione delle nostre eccellenze a livello internazionale, magari sviluppando nuovi progetti insieme alle istituzioni locali, porto ad esempio il caso di “From Concept to Car” per il settore Automive. Venendo al compito nostro come imprenditori, dobbiamo assolutamente proseguire lungo la strada dell’innovazione dei nostri prodotti, processi o servizi: oggi si parla continuamente di ricerca e sviluppo, solo applicando concretamente questi principi nelle aziende, con l’aiuto, ripeto, delle istituzioni locali e del governo potremo cercare di sopravvivere come aziende e come territorio nell’ambito di uno scenario competitivo sempre più ampio e difficile.”

Il Gruppo Giovani Imprenditori di Torino, il primo nato in Italia continua ancora oggi a mantenere quello spirito e quella voglia di fare iniziale?

“Forse dovremmo cercare di aumentare il nostro spirito di intraprendenza e la continua voglia di fare e sperimentare! Certo le condizioni al contorno delle nostre imprese sono molto cambiate rispetto al 1959, quello che però mai deve mancare ad un gruppo come il nostro è la profonda consapevolezza di essere una componente importante del processo di cambiamento della nostra Provinicia e del nostro tessuto industriale. Se nello svolgere i compiti che ci spettano durante il nostro mandato, riusciremo a profondere una parte della passione che quotidianamente ci spinge ad occuparci in prima persona delle nostre imprese, allora, davvero, potremo dire di aver dato un reale e propositivo contributo al miglioramento del nostro sistema industriale. Daremo del nostro meglio per essere parte attiva nella realizzazione del programma del nostro nuovo presidente Alberto Tazzetti che, mi piace sempre ricordarlo, è un nostro “past president”.

Mara Milanesio

 

Come redigere un curriculum? Quale modello utilizzare? Quali voci prevedere e dove collocarle? Sono questi alcuni degli interrogativi che spesso si pongono coloro che devono presentare una domanda di lavoro allegando la propria “presentazione”: il curriculum vitae. Dubbi non di poco conto se si pensa che questo spesso costituisce il biglietto da visita di se stessi, il “documento” in base al quale si potrà accedere o meno alle successive fasi delle selezioni, come colloqui o test.

Al fine di aiutare i cittadini a comunicare le proprie qualifiche e competenze in modo efficiente e trasparente, la Commissione Europea ha recentemente approvato un modello europeo di curriculum vitae, uguale per tutti i paesi dell’Unione Europea.

Il modello, che ha anche l’obiettivo di facilitare la mobilità dei lavoratori in Europa attraverso l’introduzione di uno schema comune di presentazione delle competenze individuali, quasi certamente diventerà un punto riferimento per tutti gli aspiranti lavoratori.

È disponibile in tutte le lingue ed è scaricabile da internet sul sito del ministero del Welfare o andando su un motore di ricerca e digitando “curriculum vitae europeo”.

La stesura di un curriculum per coloro che cercano lavoro assume un significato sempre più importante anche a seguito della Legge Biagi che ha riformato profondamente il mercato del lavoro ampliando il numero di soggetti pubblici e privati coinvolti nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro. La legge Biagi ha introdotto nuovi contratti e ne ha modificati altri già esistenti regolando l’applicazione con numerosi decreti, circolari e contratti collettivi

Il contratto di lavoro a progetto è una delle novità più importanti della Legge Biagi, poiché sostituisce dal 24 ottobre 2003 i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa che hanno avuto nel corso di questi anni una grande diffusione.

I contratti stipulati dopo il 24 ottobre 2003 devono contenere uno o più progetti specifici o programmi di lavoro o fasi di esso determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato, nel rispetto del coordinamento con l’organizzazione del committente e indipendentemente dal tempo impiegato per l’esecuzione dell’attività lavorativa.

Invece, il contratto di lavoro intermittente definito anche a chiamata o job on call è un nuovo rapporto di lavoro subordinato con il quale il lavoratore si pone a disposizione di un datore di lavoro in determinati periodi della settimana, del mese o dell’anno.

La caratteristica principale è l’alternarsi di fasi in cui non vi è effettiva prestazione lavorativa ma semplice attesa del lavoratore alla chiamata, cioè la cosiddetta disponibilità, e fasi in cui vi è prestazione effettiva di lavoro.

Indubbiamente il lavoro che si prospetta per i prossimi anni ha caratteristiche atipiche e di forte flessibilità. Infatti il termine flessibilità negli ultimi anni è entrato a far parte del linguaggio corrente in tema di diritto del lavoro da parte delle istituzioni e delle “parti sociali”, sindacati, associazioni dei lavoratori.

Con Flessibilità s’intendono infatti misure legislative in grado di rendere il rapporto lavorativo di tipo subordinato meno oneroso e meno vincolante, senza però far venir meno i diritti acquisiti del lavoratore.

L’ampio dibattito che si è aperto in Italia sulle possibili soluzioni per favorire l’occupazione, ha posto in evidenza alcuni dei fattori più gravi, che ostacolano l’aumento della domanda di lavoro da parte del settore privato.

La Confindustria ha più volte indicato nell’elevato costo del lavoro l’ostacolo principale alle assunzioni a tempo indeterminato. Gli oneri contributivi e la pressione fiscale, che comunque gravano anche sui lavoratori, sono tali da scoraggiare i privati nell’assumere nuovo personale.

D’altra parte, i contratti di lavoro presentano una forte rigidità da rappresentare quasi un onere quando un’azienda si trova nelle condizioni di dover ridurre il personale a causa di una diminuzione della produzione.

 

 

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Si contano davvero sulla punta delle dita i giovani che riescono ad andare via di casa, lasciando la famiglia d’origine, prima dei 30 anni. Lavoro precario, una carriera futura ancora da costruire sembrano i principali impedimenti a quello che una volta si apostrofava con l’espressione “farsi una famiglia”. “D’altra parte noi donne – afferma Simona, di 28 anni, residente a Caselle da due – abbiamo in testa di diventare mogli e madri, ma con calma. Personalmente ritengo inopportuno affrettare i tempi, anche se so di non essere più una ragazzina!”

Le ragazze ambiscono ad ottenere le stesse soddisfazioni dei loro coetanei maschi, ma pare che dopo aver iniziato a realizzare l’obiettivo comincino a pensare finalmente alla famiglia. Ma alcuni giovani sono poco fiduciosi nel loro futuro professionale. “Non ci sono più le opportunità di lavoro che avevano i miei genitori – afferma Marco di 20 anni – Io ora frequento architettura, ma chissà se riuscirò a trovare lavoro quando finisco. Ogni tanto penso che devo imparare le lingue orientali e andare in Cina subito dopo la laurea”.

Invece Roberta laureata in Economia sottolinea quanto “siamo in una fase di crisi, una fase che va combattuta con coraggio e con gli investimenti da parte degli imprenditori. Gli investimenti sono essenziali per la ripresa, non solo dell’economia, ma soprattutto delle imprese che danno lavoro alla persone. Certo le necessità delle imprese sono di essere anche aiutate dal sistema finanziario che deve porsi al fianco delle imprese.”

“Io ho fatto le magistrali, ora fatico a trovare un posto di lavoro. Magari lavoro per un anno con una cooperativa all’interno di qualche progetto e poi ritorno a casa. – dice Anna di 35 anni, sposata con due bambini – Con i tempi che corrono e con il costo delle vita che aumenta di giorno in giorno non possiamo permetterci di vivere solo con lo stipendio di mio marito”.

Alcuni giovani cercano lavoro d’estate quando sono a casa da scuola. “Da quando ho compiuto 18 anni – afferma Clara di 25 anni – d’estate vado nei villaggi turistici a lavorare, anche se il rapporto ore lavorate-guadagno non è dei migliori. Però voglio essere indipendente e non pesare sulle spalle dei miei genitori”

“Io lavoro in un call centre qui in zona – afferma Andrea di 21 anni – lavoro tre ore tutte le sere, dalle 17 alle 20. Di giorno vado all’università e quando torno da Torino corro al lavoro. All’inizio era divertente, poi l’idea di ripetere tutti i giorni le stesse cose, con le stesse domande e le stessa risposte e con la cornetta in mano, e dopo una giornata di lezioni e di studio, inizio a sentire la stanchezza, però preferisco guadagnare qualcosa per le mie spese.”

“Ho iniziato a fare le promozioni nei supermercati quando sono diventata maggiorenne- dice Adelina di 20 anni – e mentre sto studiando continuo a farle il venerdì, sabato e domenica. Cambia ipermercato e prodotto quasi ogni settimana, ma non sono riuscita a trovare nessun altro lavoro, meno flessibile e che mi occupi solo i fine settimana”.

Invece Giovanna di 25 anni ha trovato lavoro andando all’Informa Giovani di Palazzo Mosca. “Andavo sovente all’Informa Giovani da Vanina e Paola, e guardando le varie offerte di lavoro che vengono esposte in bacheca, ho trovato un’agenzia interinale che stava cercando una segretaria d’azienda. Sono andata dall’agenzia, ho fatto il colloquio con l’azienda, la quale mi ha fatto un contratto di tre mesi part-time. Una volta scaduto il contratto mi hanno assunto con un contratto di due anni e con possibilità di assunzione a tempo indeterminato. Meno male che a Caselle c’è l’Informa Giovani!”

 

Mara Milanesio

 

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Per provare ad essere “ecologicamente corretti”, per provare a risparmiare rispettando l’ambiente tra poco partirà una lodevole campagna comunale: la raccolta differenziata “porta a porta”.

Non più i cassonetti per strada e masserizie ammonticchiate in cattiva mostra accanto ad essi, ma contenitori per i vari tipi di scarto.

Il tutto per cercare di rendere  migliore la nostra città.

Per capire come stiano effettivamente le cose siamo andati ad intervistare l’Assessore Comunale deputato all’Ambiente, Paolo Odetti.

– Assessore Odetti, Caselle e Mappano sono pulite? –

“Caselle e Mappano sono abbastanza pulite. Il livello complessivo dipende dai soldi dell’Amministrazione e quindi dei cittadini.”

– Come intendete migliorare la pulizia della nostra città? –

“Innanzitutto per fare un buon lavoro abbiamo bisogno anche che i cittadini segnalino all’Ufficio zone in cui permangono rifiuti o, ad esempio, resti di incidenti. Non solo. Anche i cittadini devono fare la loro parte: il regolamento comunale in materia sin dagli anni 60 o 70 chiede che siano i proprietari degli immobili o i negozianti a pulire i marciapiedi di fronte alle case. Dal prossimo mese di giugno partirà la raccolta differenziata casa per casa. Questo agevolerà anche la pulizia delle strade, poiché rimuoveremo i cassonetti attorno a cui c’era dello sporco.”

– Come funzionerà la raccolta differenziata? –

“A metà aprile inizieremo a distribuire il materiale informativo e con la Fiera del 1° Maggio apriremo il punto informativo, a cui seguiranno degli incontri con la cittadinanza. Nei punti informativi verranno distribuiti i nuovi contenitori (per l’organico, il vetro, la carta e per l’indifferenziato ed un sacchetto nero per la plastica). Poi divideremo il paese in zone ed invieremo le informazioni ed il calendario in cui la famiglia o il condominio dovranno esporre il contenitore. A Mappano, però, partiremo un po’ dopo per aspettare il Comune di Borgaro e dare un servizio omogeneo su tutta l’area”.

– Perché questo sistema? Dobbiamo forse incrementare la raccolta differenziata? –

“Le famiglie casellesi raccolgono in modo differenziato il 24% degli scarti, che sale al 33% includendo le aziende. Il progetto di raccolta casa per casa dovrà far salire queste cifre ad almeno al 55%, ma si spera anche al 60%. Si deve comprendere, anche se non si ha un animo ambientalista, che lo smaltimento dei rifiuti ha dei costi sempre crescenti. L’inceneritore che verrà costruito dovrà bruciare, per la legge Ronchi, solo materiale selezionato e lasciare alla ditta la selezione ha costi dieci volte superiori. Tutti questi costi, si badi bene, colpiscono le tasche dei casellesi, quindi, che lo si faccia per amore della natura o per amore del proprio portafoglio, la raccolta differenziata ha solo vantaggi”.

Magari all’inizio qualcuno si preoccuperà per i troppi contenitori, dirà che era meglio prima, ma alla lunga ci sarà da ricredersi.

Il bilancio comunale ne risentirà in modo positivo e poi se riusciamo pure a dare una mano a tenere più pulita Caselle e questo vecchio mondo non è che vada male, che “sgogni”, o no?

 

Davide Gosti

 

Venerdì Santo è un giorno di sofferenza. La sofferenza che si ricorda nasce dalla violenza. Ciò nonostante qualcuno ha pensato bene di usare violenza contro contro gli arredi di Piazza Boschiassi. I fiori sono stati presi e buttati nella fontana rovinando le fioriere ed i fiori. Non solo. La terra, i petali e le foglie hanno intasato la fontana, e questo è solo l’ultimo episodio di vandalismo nella nostra città.

Come si può pensare di avere una bella città se c’è chi continua a danneggiarla? Per l’Assessore Odetti «contro questo vandalismo dei ragazzini, una valida soluzione può essere la videosorveglianza con la telecamera piazzata sui mezzi dei vigili, che, nel primo mese di sperimentazione, ha dato ottimi risultati».

Il Comandante dei Vigili Urbani, dott. Alessandro Teppa, sottolinea che «il Corpo dei Vigili ha pochi effettivi. Se durante le ore diurne viene svolto un ottimo lavoro di prevenzione, di notte la competenza passa ai Carabinieri che fanno un ottimo lavoro, ma non possono essere ovunque e per fermare questi vandali occorre coglierli sul fatto».

Il problema è serio ed è di tutti. Sia dei giovani vandali, sia di noi cittadini che siamo chiamati a pagare le spese che i loro atti producono. Soldi che potrebbero essere ugualmente spesi per abbellire ancora di più la città. Non è quindi solo dal lavoro dei Vigili e dei Carabinieri che possiamo attendere dei risultati: tutti noi dobbiamo vigilare e segnalare quello che sappiamo e vediamo. Perchè tutto ha un costo ed è un costo che ricade su di noi tutti.

Mi chiedo anche perché avvengano questi atti. Forse perchè a Caselle non c’è nulla da fare? Forse perchè non controlliamo abbastanza i nostri figli? Sono tutte ipotesi che non giustificano il distruggere le proprietà comuni.

Davide Gosti

 

 

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È il titolo della conferenza, che si è tenuta nella sala Fratelli Cervi, la sera del 1 aprile, organizzata dall’associazione di volontariato “Progetto Cernobyl” di Caselle, in collaborazione con l’assessorato alle politiche educative e culturali. L’iniziativa è la prima della serie di manifestazioni per il decennale della fondazione dell’associazione casellese, che dal 1996, si è occupata di gestire progetti di accoglienza, ospitando per un mese all’anno un gruppo di bimbi; in totale 148 bimbi provenienti dalle zone interessate dal noto incidente nucleare. Nell’introduzione di serata, il numeroso pubblico, è stato invitato al secondo appuntamento già programmato per il 15 aprile, dove il tema sarà meno tecnico ma altrettanto interessante; si evidenzieranno i problemi sociali e sanitari conseguenti alla tragedia, le motivazioni, i benefici sanitari e psicologici dell’accoglienza temporanea fuori dalle aree ancora tutt’oggi fortemente compromesse. L’invito a cogliere l’opportunità di informarsi, non è solo rivolto alle famiglie ospitanti, ma a tutti coloro che hanno voglia di conoscere meglio fatti di un passato recente. L’assessore Bertini ha poi voluto con poche e significative parole elogiare l’impegno costante di tutto il direttivo dell’associazione; ringraziando la tenace signora Ida responsabile dell’associazione sin dal ’98; ha ricordato che il Comune anche quest’anno ha deliberato di sostenere l’iniziativa con il patrocinio e la copertura delle spese per il viaggio aereo degli ospiti.

È iniziata poi la relazione dell’esperto, Giampiero Godio, responsabile Legambiente Piemonte – settore energia, dichiarando che la centrale di Cernobyl non era obsoleta, anzi era tecnicamente avanzatissima per i tempi; che gli addetti erano certamente qualificati, ma che l’incidente è stato causato da un errore umano, senza alcun dubbio evitabile. L’anniversario dell’evento è molto prossimo: dall’1.23’ del 26 aprile 1986 una nube radioattiva uscita dal reattore n.°4, ha percorso migliaia di chilometri, interessando anche parte della nostra Regione (si stima che le vittime per cause indotte dalle radiazioni di Cernobyl, solo in Piemonte, siano quasi 400). Da situazioni analoghe, da qualsiasi grave evento meteorologico, da eventi esterni seppure straordinari come la caduta di un aereo, si può verificare quello che è successo a Cernobyl, con conseguenze incalcolabili. Già dai primi anni ’40 appare evidente il vantaggio di costruire centrali nucleari civili che, mentre producono energia, possono fornire plutonio e altro materiale fissile per uso militare e allo stesso tempo permettono di ammortizzare i costi con la vendita dell’energia prodotta. L’industria elettronucleare nasce dunque come ricaduta tecnologica del nucleare militare e serve anche allo sviluppo di quest’ultimo. Lo sviluppo prende avvio negli anni ’60 e raggiunge il suo apice negli anni ’70 e ’80 con la presenza nei soli USA di 105 impianti. Lo stretto legame tra nucleare civile e militare favorisce quindi la proliferazione delle armi nucleari. Al pericolo della proliferazione “segreta” si aggiunge quello dell’impatto ambientale degli impianti nucleari. Anche nel loro normale funzionamento emettono radioattività in piccoli quantitativi dato che i sistemi di filtraggio non possono eliminare tutta la radioattività dall’aria e dall’acqua che vengono continuamente aspirate ed espulse; anche piccole dosi di radioattività, nel tempo possono essere causa di danni agli esseri viventi come cancro e malformazioni genetiche. Le maggiori fuoriuscite di radioattività da centrali sono però imputabili a guasti o incidenti. Tra questi rientra anche quello avvenuto nel marzo ’79, in Pennsylvania, nella centrale di Three Miles Island, ove una semplice frattura di una pompa provocò la fusione parziale del cuore del reattore e la fuoriuscita di materiale radioattivo. L’incidente viene tenuto nascosto e sarà scoperto solo perché un radioamatore intercetta una comunicazione dei vigili del fuoco. Dopo la diffusione della notizia vengono evacuati 3.500 bambini, e subito dopo tutti i residenti nel raggio di 20 Km; più di 100.000 persone sono costrette a lasciare per sempre le loro abitazioni. Le conseguenze sanitarie di questo incidente non sono note. Di Cernobyl si sa molto o forse non ancora tutto. Di sicuro la catastrofe provoca il rilascio di una radioattività pari a 200 volte quella complessiva di Nagasaki e Hiroshima. E il bilancio, tragico, è ancora aperto. L’Ucraina e in particolare la Bielorussia sono diventate il più grande laboratorio vivente di sperimentazione e di studi degli effetti delle radiazioni.

Molti ricordano solo questo incidente, ma non sanno che dagli anni ’50, se ne sono registrati a decine, più o meno gravi: ad esempio, il 18/11/99, un Tornado della Raf, in esercitazione, precipita a meno di 600 metri dalla centrale nucleare di Torness, in Scozia.

Esiste poi un’enorme problema per smaltire le scorie; i rifiuti generati dagli impianti nucleari non trovano facili soluzioni. Per questo motivo è molto critica la situazione di Saluggia dove insiste il più grande quantitativo di scorie radioattive d’Italia, che ultimamente vengono trasportate in treno e Sellafield, in Inghilterra, per il “riprocessamento” cioè per ricavare una quota di uranio a scopi militari. Questa decisione dell’attuale governo è ritenuta eccessivamente pericolosa da tutta la comunità scientifica che ritiene l’operazione in se rischiosa per il personale addetto e per il fatto di mettere in viaggio materiale radioattivo in un periodo delicato come l’attuale.

Godio, dopo aver fatto vedere un breve ma toccante filmato in cui si vedono molti bambini, ricoverati in un ospedale, che soffrono le conseguenze di Cernobyl, ha concluso dicendo che sono quindi innumerevoli le ragioni per cui la scelta del nucleare non è assolutamente raccomandabile.

Una conclusione seguita da una lista di soluzioni alternative all’odierna produzione di energia: carbone, petrolio, gas sono in fase di rapido esaurimento e causa di aspri conflitti, sarebbe sufficiente essere meno spreconi, riducendo la temperatura nelle nostre case, usando accorgimenti nelle nuove costruzioni. Basterebbero un miglior l’isolamento termico delle case, pannelli solari e caldaie che producono elettricità e calore contemporaneamente per risparmiare il 50% sul riscaldamento, invece noi consumiamo il doppio, per unità di superficie, dei Paesi del Nord, notoriamente più freddi e non sfruttiamo minimamente l’energia solare che è l’unica totalmente gratuita e assolutamente non inquinante.

Ernesto Scalco

 

Una discarica a cielo aperto dove, probabilmente, trovano dimora anche rifiuti tossici. A Mappano di Caselle, nella zona industriale che segna il confine con il comune di Leinì, nel corso degli ultimi mesi è andata ad accumularsi una montagna di rifiuti che sta portando nell’ulteriore degrado una zona che, da anni ormai, sfugge continuamente ai tentativi di riqualificazione operati dalle amministrazioni comunali. Non è bastato, infatti il continuo insediarsi di piccole e medie aziende: in quella zona le discariche a cielo aperto spuntano come funghi, di notte regna la prostituzione e, visto quello che si può trovare a terra passeggiando a bordo strada, appare chiaro che la zona è spesso “utilizzata” come rifugio anche da drogati e spacciatori. Nell’occhio del ciclone, in particolare, via Vittona e via Cottolengo.Entrambe buie di notte, corrono per lunghi tratti nella campagna mappanese. Un isolamento naturale e una mancanza di controlli che coincidono, purtroppo, con la mancanza di rispetto per l’ambiente. Via Cottolengo, ad esempio, lunga circa due chilometri, è praticamente invasa da pattumiera di ogni tipo.Dal supermercato “Mercatone Uno” fino all’ultima azienda, infatti, sul lato della strada, scarichi di materiale edile, guaine impermeabilizzanti di catrame, televisori disttrutti, pneumatici di auto e camion, sanitari in ceramica e, purtroppo, anche diverse siringhe lasciate fin troppo in vista. “Non c’è illuminazione, la strada è piena di buche e i rifiuti pericolosi si moltiplicano di giorno in giorno – denunciano alcuni cittadini residenti nelle zone più periferiche di Mappano – qbbiamo paura, quando tramonta il sole, ad avvicinarci in quella zona”. Non solo: nascosti tra la paglia e i frigoriferi ammassati stranamente in ordine, giacciono anche due fusti che, probabilmente, sono ancora pieni di liquidi non meglio identificati. Purtroppo gli enti si rimbalzano la competenza dello smaltimento dei bidoni e intanto la pattumiera resta ai bordi della strada. Uno spettacolo indecoroso.

A.P.

 

 

 

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In ricordo di Giovanni Aghemo

“Ciau, bel cit!”

Nella notte tra il 28 e 29 marzo scorso è mancato, passando nel sonno alla morte, Giovanni Aghemo, classe 1927, tra le figure più belle del volontariato casellese.

Tra i fondatori dei volontari della Croce Verde, dell'AIDO, presidente dell’AVIS per molti anni, guadagnandosi in questa associazione la medaglia d’oro, ed anche consigliere comunale. Ultimamente, ancora, in carica come presidente della Confraternita dei Battuti, che ha avviato l’opera di restauro della Chiesa e dei dipinti. Per questo motivo le offerte raccolte durante il suo funerale sono andate a questo fine.

Tutti a Caselle lo conoscevano poiché ad una messa o ad un funerale lo hanno visto accanto al celebrante ad intonare i canti liturgici.

Sicuramente la sua vita è stata adoperata per venire incontro ai bisogni di tante persone, ottenendo come riconoscimento (come un giorno scrisse un nostro amico) “... la soddisfazione tutta Cristiana di avere dato qualche cosa di te anche agli altri”.

Estroverso, di carattere gioviale, pronto alla barzelletta e alla battuta umoristica. “Ciao bel Cit” il saluto preferito. Mentre ti guardavi intorno se vi fosse qualcuno con quelle caratteristiche, lui ti arrivava vicino e parlava. Non te ne accorgevi che il tempo passava rapidamente.

Lo scorso anno passando nella sede della Pro Loco, Milva (la Signorina della Pro Loco) quasi implorandolo gli aveva detto “venga ancora Giovanni quando pieghiamo i giornali. Ci manca tanto!”. Lui annuì, non esternando la tragedia che stava vivendo: la malattia della moglie Luigina e la morte poco più di tre mesi orsono.

Dopo oltre 50 anni di vita coniugale, ha visto spegnersi giorno dopo giorno sua moglie, rimanendo ferito profondamente.

L’abbiamo incontrato verso la metà di gennaio nei pressi di casa sua. Era la controfigura di Giovanni Aghemo.

Lui che decantava la sua velocità nell’addormentarsi e che con un poco di orgoglio ci aveva raccontato di essersi, tra l’ansia dei familiari, addormentato addirittura, nella vasca da bagno, è passato dal sonno alla morte.

Al figlio Dott. Giorgio, tra i fondatori di Cose Nostre, medico chirurgo, già Sindaco della città di Caselle, attualmente consigliere comunale, alla nuora Tiziana ed alla nipote Giuliana, giungano le cristiane condoglianze di questo giornale.

A Giovanni un cordiale grazie di quello che ci ha insegnato, ma soprattutto di quello che ci ha dato.

Luigi

 

Quando sono tornato, ho scoperto che Giovanni, Giovanni Aghemo, se n’era andato e manco avevo potuto partecipare ai suoi funerali.

Glielo dovevo. Così come tanti casellesi.

Quanti di noi si sono sentiti salutare con il suo “Ciau, bel cit” per strada, all’Avis o ovunque ti trovasse?

Di lui ho ricordi cari. Una notte dormita in piazza nell’inverno che promuovemmo un banco di beneficenza per raccogliere fondi per acquistare un rene artificiale; tre vacanze di cui una specialissima passata a ridere nelle Dolomiti, con Giorgio e Dario Pidello. Con Luigina.

Giovanni se n’è andato tre mesi soli dopo la sua adorata, mi dicono nel sonno, dopo che comunque aveva provato a vivere, persino a far risuonare ancora la sua voce da “tenorino”. Mancheranno a tanti le sue battute, la sua ironia: la sua comicità.

Se n’è andato un giusto, uno di quelli sulle cui tombe in Israele si posano più volentieri i sassi del ricordo.

Non c’ero, ma glielo poso ora.          Elis

 

C’è stato un momento preciso in cui Pietro Gila ha temuto fortemente di non invecchiare: eravamo nel ’46 e mentre stava provvedendo alla manutenzione di una cabina elettrica, qualcuno pensò bene di riavviare la corrente regalandogli una bella scossetta da 6.000 volt.

“Probabilmente è stata proprio quella “beda” a dargli quel  qualcosa in più che lo rende ancora arzillo anche adesso che è arrivato a 100 anni”, confida uno dei suoi familiari.

Già, 100 anni. Perché tanti ne ha compiuti questo vercellese nato il 6 aprile del 1905 e casellese d’adozione fin dal ’72.

A festeggiare nonno Gila c’era anche il sindaco Giuseppe Marsaglia e la festa per il neo centenario è stata davvero intensa nella casa di Via Italia ’61.

Tutta la comunità di Caselle augura a Pietro Gila… 100 di questi giorni, pur sapendo che questo traguardo lui l’ha già tagliato in scioltezza.

Auguri, Nonno Gila. Anche da “Cose Nostre”.

 

 

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Quante sono le giovani massaie, prossime e recenti spose, che sanno tirare la pasta per le lasagne con il matterello o infarcire cannelloni, rotolini, o i rituali agnolotti, inventare torte e tortine dai gusti più disparati?

C’è da scommettere che siano poche, e allora si può proporre di venire a imparare dai bambini o meglio dai piccoli cuochi della scuola di cucina casellese. Hanno dato una dimostrazione lampante, nel concorso “La ricetta inventata” sabato 19 marzo presso l’auditorium di viale Bona, dell’abilità e della passione che si può acquisire con un giusto insegnamento.

In questo caso il merito va riconosciuto a Raffaela De Carlo che ostinatamente ha impostato l’iniziativa della scuola di cucina fin dal 1999, ben supportata dall’Amministrazione Comunale con i mezzi a disposizione, mai abbastanza adeguati all’importanza della proposta. Lo scopo principale della scuola è la ricostruzione dell’anello mancante nella trasmissione di conoscenze nel campo alimentare, rappresentato un tempo dalla famiglia. Sradicamento da nuclei familiari, mancanza di tempo da parte dei genitori, pressati da irrinunciabile lavoro, ha fatto perdere tanti valori tradizionali, non solo, quel ch’è peggio, la non conoscenza degli alimenti, della loro natura, della loro provenienza, della loro produzione. Ne sono testimoni continue ricerche condotte presso le scuole che rilevano profonde ignoranze.

Ben vengano allora iniziative come queste che riescono a coinvolgere costruttivamente e allegramente i bambini, i ragazzini insieme ai genitori e ai nonni.

Il concorso ha il pregio di evidenziare l’attività dei giovani cuochi e compendia il lavoro del primo trimestre, mentre a fine anno scolastico, quindi a giugno, si svolgerà il saggio finale.

Le lezioni avvengono tutti i giorni dalle 14 alle 19 per i diversi gruppi che si avvicendano una volta alla settimana, sia per laboratori scuola in orario scolastico che per gli extra, per un’età compresa dai 5 ai 13 anni.

Il risultato è evidente già dall’elenco delle portate che segniamo a lato, insieme al nome dei partecipanti; è stato un successo che ha creato meraviglia nella giuria composta oltre che da autorità locali, da professionisti del settore, quali il presidente dell’Associazione Cuochi di Torino e Provincia LambertoGuerrer, dal formatore A.I.B.E.S. associazione barmen Sante Schena, e dallo stesso coordinatore Vattano Gianni, emerito professore del settore.

I diciassette piatti preparati per ognuno dei dieci giurati sono stati presentati con comprensibile emozione, ma anche grande entusiasmo dagli stessi artefici che risultano sicuramente essere tutti vincitori anche se il concorso deve esprimere per le sue finalità giudizi soggettivi, come puntualmente registriamo, nella scheda a parte.

L’aria di festa della manifestazione con i bambini eccitati nel ruolo di partecipanti, i genitori che hanno un’ottima occasione per conoscersi, gli amici, gli invitati, rappresenta un aspetto positivo, ma non ci deve far dimenticare il grande lavoro dietro le quinte con i sacrifici, la pazienza, di allievi e insegnante.

Alla presenza di così vasto numero di ricette inventate non possiamo fare a meno di pensare all’aforisma numero nove del celebre filosofo del gusto, Brillat-Savarin, in cui afferma che “La scoperta di un manicaretto nuovo fa per la felicità del genere umano più che la scoperta di una stella”. Una felicità alla quale i piccoli cuochi stanno dando massiccio contributo.

Domenico Musci

 

Aldo Merlo mi aveva descritto per filo e per segno di che cosa era capace la nostra Scuola Casellese dei Piccoli Cuochi, ma quello che ho visto (e, da giurato, gustato alla grande, oh yes!) è andato al di là di ogni più rosea aspettativa.

Ma Caselle non era un paese morto? Le iniziative non nascono sempre altrove?

Vedere di che cosa sia stata capace Raffaela De Carlo è stato davvero un piacere.

Bimbi che in altre occasioni ho visto incapaci di tacere neppure sotto la minaccia di un bazooka, bimbi che sui banchi di scuola si ritrovano afflitti da deboscia al cospetto d’un testo per di più regolativi, magicamente mi sono apparsi lindi, disciplinati come orologi svizzeri, con una capacità d’esposizione delle loro creazioni da destare “maraviglia”.

E si badi che  grido al bello perché non ho visto dei piccoli mostri da esposizione, dei saputelli da quiz: no, ho visto “cittadini sovrani”, gente che avrebbe mandato in sollucchero Don Dilani, gente a cui importava (“I care”) e di molto quello che stavano facendo.

Ora io non so se nel tanto provincialismo che ci pervade domani qualcuno verrà a dirmi che scrivo cose così per pura lusinga e per blandire. Poco me ne curo e poco me ne curerò. Ho scoperto un’altra cosa che mi rende fiero di essere casellese, e bene ha fatto l’amministrazione ad essere vicino ad un progetto così (se poi si riesce ad alzare anche il numero di kilowatt fruibili dai nostri facciamo tombola e i due forni non faranno più saltare il “salvavita”…) che altri comuni vicinori e non tendono ora a copiare.

Raffaela De Carlo, in tempi bassi, ha fatto davvero una cosa eccellente: i suoi sono piccoli cuochi, ma sono davvero una grande cosa.

Chapeau!

Elis Calegari

 

Lo sapevate che i pisellini verdi primavera sono coltivati dagli gnomi: “lo fanno vedere in televisione!”; che le uova crescono “alla Auchan”: “mia mamma le compra sempre lì”; che i bastoncini di pesce sono pescati, così come si vedono nel piatto naturalmente, da Capitan Findus in persona?

E che dire quando si sente: “Maestra, la mortadella non mi piace!”, ma nel piatto c’è un filetto di platessa?

In trent’anni di tempo pieno e relative mense ci sono passati davanti agli occhi bambini dai gusti e dalle conoscenze culinarie più disparate: da chi non aveva mai assaggiato la purea, a chi non aveva mai visto in tavola lo spezzatino o la macedonia.

La fame e i gusti dei bambini sono cambiati moltissimo negli anni: i primi tempi andavano via come neve al sole piattoni di pasta al sugo o al pesto, cestini di pagnottine, per non parlare delle banane.

Far assaggiare tutto ciò che c’è nel piatto, ora, è pressoché impossibile. Vedere terminata la porzione, poi, è quasi sbalorditivo. I cestini del pane vengono ritirati quasi intatti. Provate a chiedere chi vuole uno spicchio di arancia: la percentuale dei rifiuti è altissima... meglio una spremuta, non bisogna masticare. I mandaranci? Sì, ma rigorosamente senza semi: troppa fatica riuscire a separare la polpa dagli ingombranti semini!

Una bella fetta di torta al limone, allora. No, sono stufi anche di quella.

Provate, però, a dare ai bambini sacchetti di patatine salate, al gusto di formaggio, di pomodoro, di pizzaiola, anche un po’ piccanti, merendine, pop-corn, e chi più ne ha più ne metta: siate sicuri che andranno a ruba, anche tra chi a tavola di fronte ad un bel piatto di pasta storce il naso!

Sono bambini! Certo, ma se l’allarme obesità è all’ordine del giorno, forse è meglio fermarci a riflettere.

L’educazione alimentare è ormai patrimonio di quasi tutte le scuole: si parla di vitamine, di sali minerali, di alimenti che combattono i radicali liberi, che aiutano a crescere sani e forti.

Si cerca di tornare a far conoscere “di persona” a bimbi che magari sanno tutto su squali-tigre, armadilli, bradipi, visti in tivù nei tanti documentari, gli animali da cortile, patrimonio del nostro territorio. Si va perciò alla ricerca di galline (“sono loro a fare la uova che mamma compra al supermercato”); mucche (“come la Lola”); conigli, maiali, oche: animali comuni, ma che suscitano sempre la sorpresa dei piccoli.

L’ultimo suggerimento che gli esperti danno ai genitori per ridare ai bambini il piacere del cibo è quello di coinvolgerli nella preparazione del pasto: impastare gli ingredienti della torta, delle tagliatelle o della focaccia, raccontare cosa è stato fatto, seguendo l’ordine giusto e poi assaggiare il risultato ottenuto.

Insomma, il segreto è aiutarli a preparare un bel piatto di... tagliatelle di nonna Pina! E buon appetito!

 

 

meteo 
nostro

Osservazioni effettuate
 a Caselle Torinese
 Cascina Gallo Grosso
(262 m. lm.)

A cura di 
Luigi Chiabotto

 

FEBBRAIO 2005

- Temperatura minima: -9,5° i giorni 7 e 27

- Temperatura minima più alta: -1° il giorno 5

- Temperatura minima media del mese: -6,19°

- Temperatura massima: 12° i giorni 1,3,11 e 13

- Temperatura massima più bassa: -1° il giorno 5

- Temperatura massima media del mese: 0,175°

- Giorni con temperatura minima di ZERO o meno gradi: 28

- Giorni con temperatura massima di 10 o più gradi: 6

- Giorni con pioggia o neve: 1 - Totale 12 cm. di neve

- Totale pioggia e neve fusa nel mese: mm. 10

- Giorni senza sole: 3

Pioggia e neve fusa di questo mese, media dal 1980 : 40,61 mm.

- Giorni senza sole: 4

 

FEBBRAIO 2004

- Temperatura minima media del mese: -2,26°

- Temperatura massima media del mese: 8,21°

- Temperatura media del mese : 2,98°

- Giorni con pioggia o neve: 5

- Totale pioggia e neve fusa: mm. 109

- Giorni senza sole: 4

 

 

pagina 14

Caselle non è fatta solo di tetti

L’assessore Paolo Gremo presenta la terza edizione della manifestazione enogastronomica del salame della turgia, che si terrà domenica 22 maggio
Quando siamo partiti con questa avventura, – ci confida l’assessore Paolo Gremo – intendevamo riproporre un prodotto tipico ormai dimenticato. Il nostro primo obiettivo, perciò, è stato quello di dare nuova visibilità ad una peculiarità del territorio, studiandone le caratteristiche organolettiche e le radici storiche.

Nella seconda edizione ci siamo dedicati alla commercializzazione del prodotto. Quest’anno, dato che il salame della turgia è entrato a tutti gli effetti nel Paniere della Provincia di Torino 2006, ci sembra giusto allargare gli orizzonti per provare a dare un tocco di esterofilia alla nostra sagra.

Ha presente il Salone del gusto? Lo Slow Food l’ha gemellato a “Terra Madre”, invitando produttori da tutto il mondo. Bene, non così in grande, ma questo è ciò a cui noi ci ispiriamo.

D’altra parte in una società sempre più multietnica, perché non cercare di fondere caratteristiche sociali, culturali e gastronomiche?

L’Amministrazione Comunale in stretta collaborazione con lo Slow Food, le Confraternite, i commercianti e le varie associazioni, sta lavorando da tempo a questo progetto, contattando le Confraternite delle diverse regioni italiane, cercando anche di oltrepassare i confini, per far confluire qui a Caselle a maggio prodotti tipici da conoscere, rivalutare, divulgare, accompagnandoli a note di folclore, di cultura, di colore del luogo di provenienza.

Puntiamo ad avere prodotti di alta qualità presentati dai loro produttori.Questo può essere lo specchio per un futuro sviluppo della nostra città: dimostrare che sotto i tetti che si vedono dall’aereo vive una popolazione attiva, che sa proporre e proporsi per uscire dal guscio.

L’appuntamento di domenica 22 maggio, inserita nel calendario ufficiale delle manifestazioni della Provincia, sarà la conclusione di una settimana densa di iniziative, a cui è invitata tutta la cittadinanza.

I primi ad essere coinvolti saranno i ragazzi delle scuole, perché sono il nostro futuro, vivranno sempre più a contatto con altri popoli, che porteranno con sé culture e tradizioni diverse.

Proprio per insegnare loro che tutto è arricchimento, stiamo approntando degli appuntamenti di educazione alimentare per presentare cibi, lontani geograficamente, ma che potrebbero rappresentare una compensazione alla nostra alimentazione.

Lungo la settimana precedente la sagra, poi, in luoghi diversi della città si terranno serate di degustazioni guidate, condotte dallo Slow Food, con abbinamenti equilibrati tra cibo e bevande.

Stiamo cercando di realizzare menù degustazione dei prodotti del paniere nei ristoranti della città, grazie alla collaborazione dei ristoratori.

Sarà un grande avvenimento per la nostra città, tutti i cittadini sono invitati a partecipare numerosi, anzi colgo l’occasione per dare la mia disponibilità ad ascoltare suggerimenti, proposte costruttive per rendere ancora più esaltante la “3° Edizione della Sagra del salam d’la turgia”.

Patrizia Bertolo

 

Il 23 marzo 2005, nel cortile della scuola comunale Gianni Rodari, di Viale Bona, si è tenuta “La festa degli alberi”, organizzata e presentata dai ragazzi del CCR insieme a Vanina e Paola.

Il sindaco e gli assessori hanno fatto dei piccoli discorsi, nei quali hanno raccontato che questa festa, caduta in disuso, li riporta alla loro infanzia quando era celebrata ogni anno con felicità, magari perché si stava un giorno in più a casa. Questa festa vuole far riflettere un po’ sulle condizioni del nostro pianeta, su quanto sono utili per noi le piante, i boschi e le foreste, perché non ci danno solo frutti e legname, ma ci servono per respirare perché producono ossigeno. E senza di loro noi non potremmo vivere.

In più c’è stata la benedizione di don Claudio; e poi tutte le classi si sono radunate intorno alle buche per piantare gli alberi. Prima di tornare sui banchi di scuola si è assaporata una mela in compagnia a scherzare, ma anche a riflettere su quello che era stato appena detto.

Ora i bambini delle scuole elementari dovranno fare attenzione a mantenere gli alberi appena piantati, a non rovinarli e lasciarli ai prossimi alunni che frequenteranno quella scuola.

Giorgia Zentilin (III media)

 

Secondo me la festa degli alberi è un giorno molto importante per la natura, perché è come se fosse una persona che rinasce in una nuova vita. Io come partecipante mi sono molto divertita perché si parlava di una cosa molto seria.

I consiglieri del CCR hanno distribuito alla fine della manifestazione una classe a ciascun bambino.

Spero sia stata una splendida giornata di sole e di natura anche per il Sindaco, per la Direttrice e per le maestre.

Daniela Traina (elementari)

 

MARZO 2005

-Temperatura minima: -13° il giorno 2

-Temperatura minima più alta: 9° i giorni 29 e 30

-Temperatura minima media del mese: -0,66°

-Temperatura massima: 26,5° il giorno 19

-Temperatura massima più bassa: 0,5° il giorno 3

-Temperatura massima media del mese: 14,11°

-Temperatura media del mese: 6,73°

-Giorni con temperatura minima di zero e meno gradi: 16

-Giorni con temperatura massima di 10° o più gradi: 25

-Giorni con pioggia o neve: 5

-Totale pioggia e neve fusa: 52,5 mm. Neve: 2 cm. il giorno 3 ,36 mm. caduti tra il 26 e il 27

-Giorni senza sole: 1

 Pioggia e neve fusa di questo mese, medi dal 1980: mm. 59

 

MARZO 2004

-Temperatura minima media del mese: 1,31°

-Temperatura massima media del mese: 13,19°

-Temperatura media del mese: 7,25°

-Giorni con pioggia o neve: 4

-Totale pioggia e neve fusa: 52,5 mm.

-Giorni senza sole: 4

 

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Anche se climatologicamente l’inverno era finito col 28 di febbraio, l’inverno, in questo marzo 2005 è continuato fino al mattino del giorno 16, passando per i –10,2° del giorno uno e addirittura ai –13° il  mattino del giorno 2. Record delle minime per la nostra serie! E la media delle minime, seppur di poco, è stata negativa: –0,66°

I primi due giorni con aria polare. Poi per una piccola intromissione da Sud di aria più tiepida, il giorno 3 arrivano due cm. di neve molto farinosa per la bassa temperatura, –6°, che creano subito ghiaccio sulle strade con relativi fuori-strada. Alla sera del giorno 4 in campagna non vi è più traccia di neve per il clima tiepido del giorno.

Tra il 5 e il 6 notiamo un gran movimento di merli. Animali piuttosto avanti dei cespugli e delle rive. Stanno cercando il posto per costruire il nido, che sarà sempre in basso di un cespuglio. Anche le gazze sono a coppie. Sentono che andiamo verso la primavera: il risveglio della natura. Domenica 6, una bella giornata, ma nessuno nei prati a raccogliere l’insalata. I prati sono ancora bruciati dal freddo. Una bella settimana dal 6 al 13, ma ancora senza pioggia.

Il giorno 12 sono molti gli storni e le cesene assieme nei prati. Siamo nelle due settimane a cavallo di S. Giuseppe che gli studi ornitologici dicono di un gran movimento di migratori. Alati che vengono e alati che vanno. Il pettirosso è uno di questi ultimi. Dal giorno 14 è fusa la neve anche nelle zone esposte a Nord per l’aria tiepida che arriva da Sud e l'alta pressione che frena tutti i movimenti d’aria.

Il 17 le minime diventano positive e sui rami dei platani nell’ombra dell’alba si vedono molte cesene. Sono i ciak, ciak, come sono chiamate in dialetto, per il loro grido: ciak, ciak!

Rientrano verso il Nord Est dell’Europa per la nidificazione. Nel frattempo anche la temperatura del terreno, a 5 cm di profondità, è arrivata, nel breve volgere di 3 giorni, a 6°. Si potrebbe già seminare ed il mais tentare di germogliare.

Le giornate del 18 e del 19 si chiudono a 5 stelle: non una nube durante il giorno. La pressione è molto alta: 1026 bPa e il 19 registra la massima da record: 26,5°, dopo i 26° del 20 marzo 2002 e i 26° del 17 marzo 1997.

Dopo un poco di piovvigine del 22 e del 24, 4,5 mm, arriva una pioggia vera dalla sera del 26 fino al mattino del 27: 36 mm. Era dal 26 dicembre 2004, Santo Stefano, che non cadeva così abbondante. La campagna l'aspettava proprio.

Nel tardo pomeriggio del 27 due rondini volteggiano sul cortile, poi a sera vanno a dormire nella stalla dei vitelli ove sono parecchi i nidi della scorsa estate.

Comunque anche con questa pioggia, speriamo che in montagna alta sia tutta neve. Abbiamo avuto pochissima neve. Se l'estate andasse un po’ scarsa di precipitazione, non vogliamo fare sicuramente i pessimisti, avremo una siccità con poca acqua disponibile per l'irrigazione e per i pozzi degli acquedotti.

A Balma in marzo la neve non è caduta, mentre la temperatura è scesa a –18°!

La scorsa estate che l'acqua nei torrenti e nei fiumi è stata abbondante, dal 1° dicembre 2003 al 31 marzo 2004 erano caduti tra pioggia e neve fusa oltre 400 mm. Dal 1° dicembre 2004 al 31 marzo 2005 tra pioggia e neve fusa scarsi 110 mm.

Il 28, Pasquetta, già dal mattino è sereno e la giornata passa bella con buona pace dei gitanti. A sera, lontano, verso Nord Est si vedono lampi di un temporale, verso le Valli dell’Ossola. Poi, il 29, un temporale arriva anche qui, verso le 18, da Nord, con 5 mm. di pioggia e qualche chicco di grandine, così come per la sera del 30 e la notte del 31. L’instabilità classica della primavera: vai a dormire con le stelle e ti alzi che è piovuto, magari poco, ma è piovuto!

Una nota un poco curiosa: quando vi è alta pressione i galli cantano volentieri, magari fanno un duetto canoro a distanza di 50-60 mt. L’abbiamo sentito proprio nei giorni di alta pressione, prima della domenica delle Palme, il 20. Un piccolo galletto “americano” forse stanco di fare il secondo gallo in un pollaio, ha sorvolato il muro di cinta ed ha trovato un pollaio senza galli. E cantava, e cantava ed altri a rispondergli. Questo ci ha ricordato una frase della Passione di Gesù Cristo, che viene letto la domenica delle Palme: Gesù a Pietro: “Prima che il gallo canti mi rinnegherai tre volte...” ed il gallo cantò. Pietro uscito all’aperto pianse amaramente “Flexit amare” in latino. È una delle poche frasi che ricordiamo ancora.

Luigi Chiabotto

 

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Il 22 marzo negli stabilimenti dell’Alenia Aeronautica di Caselle Sud si é svolta la cerimonia di consegna del primo velivolo da trasporto C-27J “Spartan” destinato all’Aeronautica Militare Greca (Elleniki Polimiki Aeroporia).

Alla consegna erano presenti il Dott. Giorgio Zappa Direttore Generale di Finmeccanica e Presidente dell’Alenia, l’Ing. Giovanni Bertolone Amm. Del. dell’Azienda, il Gen. Georgios Avlonitis Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Greca, il Gen. S.A. Leonardo Tricarico Capo di Stato Maggiore dell’A.M.I. e l’On. Filippo Berselli Sottosegretario al Ministero della Difesa.

Alla fine della conferenza stampa e dopo il “roll-out” ufficiale dello “Spartan” il velivolo é stato presentato al folto gruppo di invitati ed autorità.

All’esibizione in volo hanno partecipato anche il Typhoon, il Tornado, il dimostratore italiano del C-27J nonché il prototipo del nuovissimo bireattore da addestramento avanzato AerMacchi M346, giunto appositamente a Caselle da Venegono (Va) che con l’occasione è stato presentato ufficialmente alla delegazione greca.

Il primo di 12 C-27J (più tre opzionati) sarà consegnato all’Aeronautica greca a breve e sarà assegnato al 354° Squadron sulla Base aerea di Elefsis nei pressi di Atene.

Sui piazzali dell’Alenia, oltre a tutta la gamma dei velivoli prodotti, era presente anche il secondo C-27J destinato alla Grecia.

Nel frattempo prosegue anche la costruzione dei velivoli destinati alla nostra aeronautica, ed il primo esemplare sarà consegnato entro la fine dell’anno alla 46° Aerobrigata di Pisa lo stesso reparto che da decenni è equipaggiato con i G.222 da cui il C-27J deriva.

Ricordiamo che l’A.M.I. al momento ha in ordine 12 esemplari.

Il C-27J “Spartan” sta destando interesse presso varie forze aeree tra cui l’US Army statunitense che ha in programma la sostituzione degli Shorts C.23 “Sherpa”.

L’eventuale ordine iniziale comporterebbe l’acquisto di 33 esemplari.

Il Canada, il Portogallo, la Finlandia, la Malaysia, l’Australia, l’Arabia Saudita, Taiwan
e molte altre nazioni hanno espresso vivo interesse per il velivolo italiano che attualmente è l’unico al mondo della sua categoria.

Anche il Ministero della Difesa della Bulgaria ha recentemente selezionato il C-27J ed a breve saranno avviate le trattative per la fornitura di otto esemplari.

 

Nuovo collegamento con Vienna dell’Austrian

Come già precedentemente annunciato, con l’orario estivo, da lunedì 4 aprile sono iniziati i collegamenti aerei fra Torino e Vienna, ad opera della Austrian Airlines tramite il suo vettore regionale Austrian Arrows meglio conosciuta sino al 2003 come Tyrolean.

L’annuncio ufficiale, dopo alcuni rimandi, è stato dato il 31 marzo con una conferenza stampa fra i responsabili della compagnia di bandiera austriaca ed i rappresentanti della SAGAT.

La Country Manager Italy & Malta della Austrian, Cinzia Fabbris ha commentato che “Grazie a questo nuovo volo da Torino, rafforziamo la nostra presenza sul mercato italiano in modo ancora più capillare, a conferma dell’importanza dell’Italia all’interno del Gruppo Austrian. Lo scalo di Torino e le ottime connessioni dal nostro hub di Vienna offriranno, in particolare a chi viaggia per motivi di lavoro, operativi funzionali agli spostamenti in giornata e alle coincidenze con i nostri voli per l’Europa dell’Est, l’Asia e l’Oriente”.

Il volo giornaliero, attualmente operato con i Bombardier CRJ100LR e -200LR (bireattori da 50 posti), parte da Caselle alle 7,50 con arrivo a Vienna alle 9,25; il rientro alla sera con partenza alle 21,10 ed arrivo a Torino alle 22,40.

Grazie all’hub di Vienna, che richiede solo 25 minuti di tempo minimo per le coincidenze con altri voli è possibile raggiungere tramite il Gruppo Austrian Airlines oltre 140 destinazioni in 66 paesi del mondo fra cui l’Estremo Oriente (Bangkok, Kuala Lumpur, Mumbai, Nuova Delhi, Osaka, Pechino, Shangai, Singapore, Tokyo), l’Australia (Melbourne, Sydney) nonché gli Stati Uniti (New York, Washington) ed il Canada (Montreal, Toronto).

Tutta l’Europa ed in particolare l’Europa dell’Est è servita in modo capillare da Vienna anche perché in questi ultimi anni la Austrian Airlines ha saputo sviluppare una rete di servizi e collegamenti di prim’ordine entrando anche nel gruppo “Star Alliance” di cui è membro dal 26 marzo 2000.

La Star Alliance è la più importante alleanza dei cieli che riunisce ben 16 compagnie aeree tra cui la Lufthansa, la United Airlines, la Varig, la SAS, la Singapore Airlines, la LOT Polish Airlines, la Air New Zealand, la Air Canada.

La Austrian vanta inoltre una delle flotte fra le più giovani e moderne d’Europa infatti l’età media degli oltre 100 aerei di cui dispone è di 6,4 anni.

Fausto Palombelli, Direttore Sviluppo Aviation & Traffic della Sagat ha dichiarato che “il nuovo collegamento con Vienna non solo permetterà ai piemontesi di raggiungere in poco tempo una destinazione prestigiosa come la capitale austriaca, ma offrirà loro anche il network Austrian attraverso l’hub di Vienna. Si tratta di una grande opportunità di crescita per il traffico business e leisure originato dall’Aeroporto di Torino, nonché un’ulteriore occasione per far conoscere ed apprezzare nel mondo le eccellenze turistiche della nostra regione”.

Ricordiamo che già alcuni anni or sono la Austrian Airlines ha collegato Torino con Vienna, volo che dopo poco tempo venne cancellato per ragioni di traffico.

Oggi però le condizioni di mercato sono notevolmente mutate e questo fa ben sperare che il volo abbia il dovuto successo, anzi che questo dia l’avvio a futuri sviluppi anche nel settore turistico.

 

 

 

ritorna a merlo.org

 

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Eugenio Guglielminetti

Di fronte al suo lavoro, che è vastissimo e molto difficilmente catalogabile in periodi e maniere, mi trovo comunque e sempre di fronte non a uno scenografo, ma a un pittore e scultore che con l’arte intrattiene un dialogo quotidiano e un rapporto simbiotico. Chi frequenta Guglielminetti, e si intrattiene con lui, può notare un suo particolare modo di muovere le mani come se disegnasse o plasmasse l’aria che lo circonda. Formulare pensieri segnici si direbbe connaturato alla sua stessa persona”.

Così Paolo Levi, curatore della mostra “CREARTEATRO”, fotografa in poche battute la figura di Eugenio Guglielminetti, scenografo e costumista, ma soprattutto artista di gran classe, assemblatore abile e artigiano del ludico e dell’arte scenica.

La Regione Piemonte, nelle storiche sale di Palazzo Cavour a Torino, ha voluto rendere omaggio a sei decenni di lavoro nell’ambito dell’arte scenografica e del costume di scena, legata al teatro, ma anche al balletto e alla TV d’autore, di uno degli artisti più poliedrici e raffinati che la nostra regione abbia mai avuto dal dopoguerra ad oggi, Eugenio Guglielminetti.

Nasce ad Asti nel 1921 ma presto frequenta l’ambiente torinese, dove all’Accademia Albertina di Belle Arti conosce Felice Casorati, divenendone allievo. Crescerà nel clima torinese degli anni 40-50 del secolo scorso, caratterizzato dal gruppo de “I Sei di Torino”, entrando in contatto con i grandi del mondo artistico-culturale del suo tempo, come Spazzapan, Soldati, Afro, Cremona, Galvano.

Guglielminetti, definirà meglio le coordinate del suo operare di pittore-scultore nei suoi ripetuti soggiorni parigini, nel secondo dopoguerra, entrando in contatto con le avanguardie internazionali. Importanti sono da considerarsi gli incontri avuti con artisti di fama quali Pablo Picasso, Karel Appel, Henry Moore, Duchamp, Chagall, Bacon, Samuel Beckett.

La mostra di Palazzo Cavour, divisa in sezioni, lungo le sue tredici sale, illustra l’arte di Guglielminetti, applicata alle opere di grandissimi personaggi del teatro mondiale, quali Alfieri, Goldoni, Molière, Shakespeare, Schiller, Sofocle, Euripide, Plauto. Non mancano per altro gli allestimenti scenografici ideati per le opere liriche e i balletti (Strauss, Rossini, Prokofief).

Un lavoro, quello di Guglielminetti, essenziale, sintetico, mai invasivo, piuttosto diremmo riempitivo, per quell’esigenza di colmare un vuoto, di definire, magari con una linea segnica, qualcosa di assente un attimo prima, dove i materiali, mai casuali, rispondono all’urgenza creativa, giocando il loro ruolo e conferendo ad ogni oggetto di scena la dignità di scultura o la nobiltà di un dipinto. Il Maestro, delle sue opere dirà “Il lavoro teatrale vive sul palco e la scenografia è una parte fondamentale dell’insieme” – e proseguendo – Se è armonica e in sintonia con l’esecuzione, non si nota, quasi non si vede. Proprio questo è l’obiettivo dello scenografo, che per svolgere bene il suo compito deve scomparire dietro gli attori. Ma questo atto interpretativo non è forse arte?”.

Guglielminetti, opera sulle sue scene e sui costumi in maniera maniacale e attenta, giocando con le luci e con le ombre di scena, conferendo all’azione la giusta importanza e caricandola di significato e pathos. Basti pensare al costume di “Cleopatra” che campeggia nell’ultima sala espositiva della mostra, uno dei 250 lavori, tra bozzetti, costumi, disegni, modellini e fotografie della collezione dell’autore, presenti.

Lo scenografo ha affrontato tutti i più importanti autori classici e moderni, arricchendo la scatola magica del palcoscenico, di originali capolavori, trasformando la pittura e la scultura in arte viva.

Dirà di lui, Carla Forno, in merito alle sue scenografie legate al teatro alfieriano “I giochi di linee spezzate, il rapporto fra i volumi, l’alternanza di pieni e di vuoti, di luci e di ombre, di rette e di curve, di spirali e di “gabbie”, tracciano il diagramma di un universo di passioni esasperate, di caratteri eccessivi, di forti contrasti, eppure di insondabili profondità interiori, fra detto e indicibile, volontà e follia, fluttuazione quanto mai moderna dell’animo”.

La produzione di Eugenio Guglielminetti si può cogliere nel senso di queste parole e ci riconsegna a tutti, attraverso il suo lavoro di oltre mezzo secolo, l’inesauribile vitalità dell’artista per il teatro, le lettere, la musica, la danza, da cui attingere con cuore puro e con l’occhio dell’anima, penetrando al di là delle apparenze, fino alla vera essenza dell’arte, metafora della vita più alta.

Franco Campora

 

“CREARTEATRO”
fino al 26 giugno ’05

Palazzo Cavour

Via Cavour n. 8 – Torino

Info 011.530690

 

Archivio Storico Comunale

L’Università delle Tre Età di Caselle aveva in programma per l’anno accademico 2004-2005 un laboratorio di “Ricerche storiche”. L’idea iniziale era quella di avvicinare gli studenti, attraverso la ricerca e l’analisi degli scritti esistenti, relativi alla storia di Caselle, alla conoscenza del passato della nostra città.

Avevamo preparato una bibliografia ed individuato alcuni argomenti da proporre e da approfondire: la storia di una famiglia o di un personaggio, o l’evoluzione architettonica di un particolare edificio.

L’idea era nata da una lezione in cui furono proiettate un centinaio di diapositive di vecchie cartoline di Caselle con una breve storia del nostro territorio dall’epoca della “centuriazione” romana, all’epoca delle Cartiere, degli opifici e fino ai giorni nostri. Due fatti hanno cambiato completamente i nostri programmi in senso insperato e positivo. La disponibilità della Dott.ssa Daniela Siccardi, la persona che ha materialmente seguito, documento per documento, la catalogazione e l’archiviazione di tutto quanto riguarda Caselle, dal 1300 ai giorni nostri, realizzando l’A.S.C. (“Archivio Storico Comunale”) e la disponibilità del comune di permettere che alcune persone si trovassero con frequenza settimanale nei locali dell’Archivio per effettuare le loro ricerche. Ho avuto così l’opportunità di seguire l’approccio metodologico di chi veramente vuole avvicinarsi ai fatti del passato da protagonista, con una partecipazione attiva per scoprire, chiarire, mettere in luce i fatti del passato e non semplicemente leggere quello che altri hanno già scritto o raccontato.

In una precedente lezione all’UNI-TRE, la Dott.ssa Siccardi aveva ampiamente illustrato l’organizzazione e la struttura dell’archivio e le difficoltà incontrate nel dare una giusta e corretta localizzazione ad ogni tassello, affinché i settecento anni racchiusi in quei faldoni fossero facilmente consultabili. In questa coinvolgente esposizione traspariva la grande soddisfazione di questa ricercatrice per la conclusione di questo suo paziente lavoro di catalogazione che valorizza e mette a disposizione di tutti, l’autentico patrimonio culturale di Caselle, e nello stesso tempo, alcune persone, forse più sensibili alla conoscenza del nostro passato, si sentivano stimolate a cimentarsi in questa nuova attività di ricerca. Non è per niente esagerato affermare che questo archivio costituisce veramente “il” patrimonio culturale della nostra città; il termine archivio richiama alla memoria il cimitero dei documenti, un luogo del passato, dove regna polvere, muffa e ragnatele, mentre, in effetti, è un luogo di studio, un luogo dove i documenti e il passato rivivono e ci parlano, un patrimonio costituito da pergamene che dal 1300, anno dopo anno, fino ai giorni nostri, raccontano, a chi è in grado di leggerle, tutta la nostra storia.

Non tutti i periodi sono però documentati con gli stessi dettagli, esistono dei periodi bui, delle ombre più o meno vaste, delle lacune più o meno gravi; purtroppo i documenti storici sono destinati a ridursi, nel corso degli anni molti fattori hanno contribuito a far sì che una certa quantità di documenti scomparisse e che venisse inesorabilmente sottratta alla memoria collettiva, basta pensare ai locali malsani in cui di solito erano accatastati i vecchi faldoni, ai roditori frequenti in questi ambienti, agli insetti, all’ignoranza e alla conseguente volontà di disfarsi rapidamente di materiale ritenuto ingombrante ed inutile e non dobbiamo nemmeno sottostimare i piccoli furti.

Oggi l’archivio, anche con queste piccole ed inevitabili lacune è una realtà, e noi, grazie al laboratorio dell’UNI–TRE, lo abbiamo sperimentato.

L’obiettivo che ci siamo posti non era molto complesso o difficile, abbiamo voluto avvicinarci lentamente a questi documenti per non incappare ai primi passi in difficoltà di comprensione, anche solo dovute alla calligrafia, abbiamo esaminato gli ordinati comunali della metà dell’ottocento, molto chiari e comprensibili anche per principianti. Non voglio entrare adesso nel merito della nostra ricerca, che sarà forse oggetto di successivi articoli, ma quello che è forse più interessante è che mentre cercavamo fra questi documenti le cose che ritenevamo interessanti per noi, abbiamo avuto modo di parlare e di rievocare gli scritti, importanti da un punto di vista metodologico, come le “Lezioni di metodo storico” di Federico Chabod, “l’Apologia della storia o il mestiere di storico” di Marc Bloch e le “Sei lezioni sulla storia” di Edward Carr. Abbiamo così sperimentato gli errori in cui si può incorrere più frequentemente, facendo questa attività, come la certezza della datazione, la mancanza di parole dovute ad inchiostri quasi corrosivi che perforano la carta, la collocazione fuori posto di alcuni ordinati, dovuta essenzialmente ad errori di rilegatura. Il passato diventa così meno distante, i personaggi citati in questi fogli sembrano quasi per incanto, rivivere, ricostruiamo i loro movimenti e ci chiediamo perché uno è ricordato da una lapide e un altro no. È forse quella che Carr chiamava la responsabilità dello storico, un fatto citato da uno storico, ripreso da un altro e poi da un altro ancora diventa un fatto storico, motivi di opportunità fanno sì che un personaggio sia ricordato da una lapide e un altro forse più meritevole sia ignorato. Il fatto che oggi buona parte degli storici dilettanti non attinga a fonti primarie ma riproponga i fatti ed i personaggi, senza una riflessione critica, nell’interpretazione di chi per primo li studiò, fa si che l’eventuale errore od omissione si tramandi e diventi certezza. E’ la responsabilità dello storico che legge i documenti e decide che cosa consegnare ai posteri, ma abbiamo anche imparato che ogni ricerca seria, deve contenere, in calce ad ogni pagina, la denominazione dell’archivio, il numero di faldone, il riferimento per rintracciare il documento, in modo che ogni successivo studioso possa ritrovarlo, verificarlo, approfondirlo, come in una gara di estrema generosità per facilitare il ritrovamento di tanti tasselli che ci aiutino a comprendere il passato, ed attraverso la comprensione del passato, capire il nostro tempo.

Antonio Gai

 

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L’ultima libreria rimasta

Libri in piazza: una passione tutta casellese

Non le solite quattro case, ma quattro libri. Anzi forse qualcuno di più.

È questo il logo dell’unica libreria rimasta a Caselle “Libri in piazza,” dopo la triste chiusura del Cantastorie. In realtà il piccolo negozio all’angolo di piazza Boschiassi e via Carlo Cravero non è proprio nuovo agli occhi dei casellesi, come ci racconta la proprietaria Monica Barba che ha inaugurato il sogno della sua vita il 31 ottobre 2003, giorno di fuoco per i librari per via dell’uscita dell’ultima serie di Harry Potter.

“Perché aprire una libreria a Caselle oggi?” chiedo alla gentile signora che mi sorride da dietro il bancone.

“Perché è sempre stato il mio desiderio e l’ho realizzato a Caselle perché è il paese in cui abito da anni, oltre che per risvegliare un po’ gli animi. La presenza del Cantastorie non mi spaventava perché trattavamo generi diversi essendo quest’ultimo un caffè letterario e un cyber-cafè, prima purtroppo della sua chiusura”.

“Ed è riuscita nel suo intento di stimolare culturalmente i casellesi?”

“A dire la verità pensavo peggio. Certo, l’inizio è stato lento e diffidente. La concorrenza delle grandi librerie della città che fanno continue offerte promozionali si fa sentire. Tuttavia con il tempo si è creata una clientela affezionata che addirittura mi tiene informata sulle novità letterarie o mi fa recensioni di generi letterari che io non leggo.”

“A proposito di generi, quali sono i libri che vanno per la maggiore? Spero non Zelig!”

“Inutile negare che il genere comico tipo Zelig va parecchio perché non è impegnativo e attira molti ragazzi giovani che però si interessano anche di fantasy, horror e di libri di musica ed è piacevole vederli entrare in una libreria. I classici, invece, sono letti solo per obbligo scolastico. Va molto bene anche il thriller, specie ultimamente con il “Codice da Vinci” di Dan Brown. Inoltre, il genere del romanzo storico interessa molte persone, specie per quanto riguarda il periodo dalla seconda guerra mondiale in poi e il tema dell’Olocausto”.

“Come vanno le vendite?”

“Abbastanza bene, ma discontinue. Ci sono periodi in cui c’è un boom di acquisti: sotto Natale e prima delle vacanze estive ad esempio, quando si ha più tempo per leggere o si sceglie un libro come regalo, tendenza sempre più diffusa negli ultimi anni. Questo vale soprattutto per il settore infantile visto che i genitori regalano molti libri ai loro bambini, anche piccolissimi”.

“C’è chi compra un libro solo come oggetto da biblioteca?”

“Sì, c’è ancora qualcuno che ama il libro come un oggetto esteticamente bello da conservare e tenere in vista. Sono gli acquirenti dei libri fotografici ad esempio o dei cataloghi di arte che però hanno quasi sempre prezzi piuttosto elevati”.

“Oltre alla normale attività di libreria, c’è l’intenzione di fare presentazioni di libri o incontri letterari?”

“Mi piacerebbe, ma lo spazio che ho a disposizione è piccolo, forse in futuro… Comunque collaboro molto e bene con la biblioteca che organizza tante iniziative per ragazzi e per adulti. Anche se il pubblico che partecipa purtroppo è sempre scarso!”

“Un’ultima domanda: perché il nome Libri in piazza?”.

“È stato scelto in casa tra i miei figli e mio marito, a dire la verità non so chi l’ha deciso. Avevo chiesto ad ognuno di pensare ad un nome e, quando me l’hanno proposto, Libri in piazza è quello che mi è piaciuto di più. Unisce l’indicazione geografica del posto con l’idea di un luogo dove i libri sono a portata di mano”.

Uno spazio accessibile a tutti – aggiungiamo noi – dove si respira un’aria serena e familiare, dove si può scegliere tranquillamente il tipo di libro che si preferisce e dove si può fare una bella chiacchierata “culturale”.

Laura Giordano

 

A questo mondo non piace il merito. Chi è bravo si trova solo. Ma forse è sempre stato così: il talento è inspiegabile, quindi inaccettabile. Oggi però mi sembra che sia trascurato più che mai, se non addirittura osteggiato e disprezzato: oggi bisogna essere furbi, appartenere a un clan, saper tessere relazioni. E chi è bravo e basta?”.

Questi, alcuni frammenti di dialogo espressi dalla scrittrice e insegnante torinese, Paola Mastrocola, Premio Campiello 2004 per il romanzo “Una barca nel bosco”, nell’interessante serata di lettura animata presentata giovedì 7 aprile 2005, nell’ambito del progetto Ludorì del Comune di Caselle Torinese, nella sala “Fratelli Cervi” in Via Mazzini 60.

Un’interessante iniziativa, quella dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Caselle, capace di portare nella cittadina eventi di spessore culturale che non possono che fare bene. 

Voci animate di questa serata, i bravi attori della compagnia teatrale Viartisti, che hanno saputo riscaldare l’evento con profondità comunicativa.

“Una barca nel bosco è come un pesce fuor d’acqua, fuori tempo, fuori luogo”.

Questa è la storia di un talento sprecato, è la storia di Gaspare Torrente, figlio di pescatori, che arriva da una piccola isoletta siciliana e approda nella metropoli, nella fredda e caotica Torino.

Frequentando il liceo, lui che aspira a diventare latinista, amando più che la playstation, gli scritti di Orazio e Verlaine, si scontrerà con una realtà a lui sconosciuta, fatta di compagni che lo considerano fuori moda, disadattato, e insegnanti poco presenti e inclini a fargli da maestri di vita e di cultura, troppo presi ad inseguire programmi, compresenze, ore d’ascolto, interscambi culturali. Sarà lui con il tempo ad omologarsi al “gruppo”, alla scuola, alla vita, in un processo di “sformazione”. Il libro si chiuderà nel segno del “verde”, inteso come mondo vegetale, che aprirà ad un gran finale dal sapore fantastico.

Ma il romanzo della Mastrocola “Una barca nel bosco”, tipico detto piemontese che identifica l’essere fuori luogo, riesce a toccare anche le corde della comicità e dell’ironia, ma soprattutto ci svela quel microcosmo giovanile, fatto di linguaggi codificati e modi di dire, quasi incomprensibile al mondo degli adulti.

È evidente che la scrittrice, ma soprattutto l’insegnante Paola Mastrocola, auspichi un futuro nella scuola, diciamo migliore, anzi sollecitata su come immagina la scuola ideale, così s’è espressa “Una scuola alta, che insegna cose difficili, sfida continuamente l’intelligenza a imprese sempre più ardue e pretende un grande impegno. Una scuola chiusa a tutte le sollecitazioni esterne più frivole, alle infinite dispersioni e ai collegamenti che i giovani hanno già normalmente nella loro vita quotidiana e che quindi sarebbe bene, almeno nell’universo scolastico limitare. Infine, una scuola che sa anche premiare i migliori, e non solo cercare di riacchiappare i dispersi”.

Franco Campora

 

Un romanzo di vita. Un affresco del nostro tempo, dei nostri luoghi, del nostro status sociale. Senza banalità o retorica. Si intitola “In prima persona” ed è il primo libro di uno scrittore emergente, Andrea Borla. Lanciato di recente dalla casa editrice “Il Foglio”, il libro vede svilupparsi la trama in una Torino colpita da ripetuti atti di terrorismo e lacerata da nuove e antiche tensioni sociali. I sei protagonisti del romanzo vengono da mondi contrapposti, dall’alta borghesia alla contestazione, e sono caratterizzati da modi diversi di affrontare la vita. “Il libro parte da un incontro avvenuto alla fermata del 2 a Mirafiori – racconta l’autore – lei è una no-global, lui un impiegato. Due modi diversi di vivere la vita. Le contrapposizioni sono alla base del libro. È l’intreccio di tre storie d’amore diverse e anche se un personaggio si chiama Andrea, di autobiografico c’è poco”. “In prima persona” trova stretta qualsiasi etichetta formale. Né giallo, né rosa, ma nemmeno autobiografia. E sta in questo, probabilmente, la sua vera forza, la novità che ha spinto Borla a pubblicare questa storia. “Dobbiamo smettere di tenere troppe cose nel cassetto – continua lo scrittore – ovviamente non tutto quello che scriviamo deve essere per forza pubblicato. Una volta finito il libro ho pensato che valesse la pena cimentarmi nel mondo dell’editoria… ed eccomi qua”. Nato nel 1974, Andrea Borla ha collaborato per diversi anni con giornali locali e case editrici specializzate in scolastica e formazione professionale. Ha spedito il suo romanzo a diverse case editrici prima di trovare la competenza e la serietà de “Il Foglio”, casa di Piombino che viaggia parallelamente alla rivista “Il Foglio Letterario”. Il direttore, Gordiano Lupi, promuove coraggiosamente autori emergenti offrendo quel supporto e quell’attenzione che rischiano di non trovare presso le grandi case editrici. “Spero che il libro ottenga un successo sufficiente a convincere l’editore a pubblicarne un altro – dice Andrea Borla – il secondo romanzo, infatti, è già pronto ma, per ora, resta chiuso nel cassetto. E ho tante idee anche per un terzo racconto. Tutti libri, ci tengo a dirlo, assolutamente diversi da questo”. È possibile acquistare “In prima persona” sui siti internet: www.ilfoglioletterario.it e www.Internetbookshop.it. Il libro è inoltre disponibile presso le seguenti librerie della provincia di Torino:

Libreria Librarsi – Piazza Annunziata 12 – 10078 Venaria Reale – tel. 011/49.57.34

Libri in piazza – Via Cravero 6 – 10072 Caselle

Libreria Garbolino – Via Costa 17 – 10073 Ciriè – tel. 011/920.24.13

Libreria Garbolino – Via Roma 5/b – Chivasso – tel. 011/917.30.03

Cartolibreria Farina – Via Ciriè 44 – 10071 Borgaro T.se – tel. 011/470.11.92

 

Nel corso del mese di aprile sono già state fissate alcune date per la presentazione del libro. Andrea Borla sarà a Caselle il 17 aprile alle ore 10.30 presso Palazzo Mosca. Interverrà lo scrittore Massimo Di Francesco in rappresentanza della Casa Editrice Il Foglio.

Alessandro Previati

 

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Una telefonata... un invito a cena e nasce così la ricetta di questo mese; a regalarcela è Franca Braggion di Caselle, che si diverte a sperimentare piatti di regioni diverse. Le “CRISPELLE” di origine calabrese sono piccole ciambelle di pasta lievitata a base di patate e farina bianca che si accompagnano degnamente a salumi, formaggi freschi, verdure e, perché no, ad un buon bicchiere di vino rosso. Può essere una proposta per una golosa “merenda sinoira”.

Ingredienti per 6 persone

500 g ca. farina bianca

700 g patate vecchie (tipo per gnocchi)

25 g lievito di birra fresco (1 cubetto)

sale q.b.

olio per friggere

Procedimento

Lessate le patate con la buccia in acqua salata; lasciate intiepidire, sbucciatele e passatele allo schiacciapatate.Sciogliete il lievito in tre cucchiai di acqua. Impastate le patate con la farina e il lievito fino ad ottenere un impasto morbido ed elastico; aggiustate di sale. Formate delle piccole ciambelle e lasciatele riposare in luogo riparato per 1 ora circa. Quando saranno ben lievitate, friggetele poche alla volta in abbondante olio. Servitele tiepide.

 

Giovanni Grasso è una presenza costante nelle manifestazioni di Caselle, città che ha privilegiato per residenza, anche se svolge la propria attività a S.Maurizio Canavese, nel ristorante “La Credenza” che è diventato luogo di culto dei gastronomi, e ambiente accogliente per quanti desiderano semplicemente godere di un buon pranzo o cena, in lieta compagnia, con piatti che staccano dalla normalità con l’occhio attento alla qualità e alla sostanza dei prodotti.

Lo chef-patron vi accoglie sempre con un sorriso e una cordialità tale da mettervi a proprio agio in un’atmosfera in cui nessun particolare è trascurato per rendere gradita la vostra sosta gastronomica. L’aggiornamento continuo delle strutture evidenza grande attenzione per l’arte che interagisce con gli spazi sia all’interno, con straordinarie pareti di “Sabbie” dell’artista Elio Garis, sia all’esterno con soglie, fontana-scultura dello stesso artefice, oltre alle“firme” appese ai muri.

Un’altra parete cattura immediatamente l’attenzione per la somiglianza ad una libreria, composta esclusivamente da vini, di immediata lettura prima ancora della carta che troverete in tavola, comprensiva di ben mille etichette con predilezione al Piemonte, ma aggiornata ai vini sia nazionali che internazionali, una carta dei vini meritevole della finale nazionale per ben due anni a questa parte.

Un’ambizione spiegabile con la qualifica di sommelier sia del titolare che della moglie Franca, buona coordinatrice in sala con l’aiuto di Sandra e del terzo sommelier Simone.

Dopo il rapido sguardo all’ambiente e al pianeta vino, l’attenzione si concentra in cucina dove Giovanni Grasso è la dimostrazione lampante della continua evoluzione del settore, che non si accontenta più degli apporti regionali e nazionali, ma fonde la nostra tradizione con esperienze da tutto il mondo. È il risultato conquistato con viaggi mirati all’estero, esportando e importando esperienze che lasciano il segno, numerose le promozioni a Singapore, a Nuova Delhi, a Jakarta; nello stesso momento in cui scrivo, il suo grande collaboratore Igor Macchia è a Jakarta per dimostrazioni pratiche di produzione di pasta fresca in meeting e alla presenza di decine di nazioni partecipanti.

Va da sé che con così ampio sguardo la cucina subisca continui riscontri, rivisitazioni, abbinamenti particolari, tecniche di lavorazione riscontrabili nella carta-menù dove non potrà sfuggire la presenza di termini particolari come Kataify, una finissima pasta di origine greca di sola acqua e farina, vaporosa come una ciocca di capelli; non meno curioso il termine Shitake che vale per fungo giapponese che arriva fresco dal luogo di origine con corrieri specializzati, nella spasmodica ricerca di prodotti freschi piuttosto che usare il congelato. È un continuo confronto e scambio di materie nostrane e spezie esotiche e il suo contrario. Nelle tecniche di cottura vi sorprenderà il risultato croccante e la non untuosità della Tempura, una pastella di farina normale, amido di mais, con aggiunta di ghiaccio, birra e tuorlo d’uovo, creando una frittura di incredibile leggerezza.

La stessa qualità degli allievi che si avvicendano in cucina dà l’idea della grande apertura internazionale che si consuma ai fornelli, dove non è raro trovare nello stesso periodo, fianco a fianco, cuoco giapponese con uno inglese o americano ben coordinati dalla collaudata Chiara, veterana della “Credenza” nonostante la giovane età.

Ogni piatto espresso è un racconto di esperienze e complessità di prodotti, come la rolatina di astice e sogliola con salsa al porto e tartufo nero, segnata negli antipasti, insieme ad un’altra mezza dozzina di voci che vi lasceranno in piacevole esitazione di scelta: sarà meglio il carpaccio di capesante marinate al profumo di limone e menta, oppure la tartara di filetto, astice e fois gras scaloppati al brandy?

Meglio dare un’occhiata ai primi con ugual numero di scelta: vinceranno i fagottini all’orientale cotti al vapore ripieni di gamberi e pancetta affumicata oppure il risotto ai porri diCarvere e timballo di ricotta allo zafferano, senza dover trascurare i tagliolini al ragù di asino e cavolo?

L’indecisione sarà ancora maggiore tra i pesci e le carni perché vi troverete a dover scegliere, tra le altre proposte, se farvi preparare il filetto di orata glassato alla menta, farcito con mousse di pollo e salmone affumicato su tortino di patate e shitake, oppure il petto di piccione avvolto da pasta Kataify, purè all’erba cipollina e fondo di cottura al vino rosso.

A voi l’ardua scelta prima di affondare nei dolci di cui uno ha meritato a Igor Macchia il primo premio nazionale nel concorso “La frutta in pasticceria”, e dove si condensa la filosofia del locale che, dopo aver studiato gli ingredienti e la preparazione del dolce in abbinamento alla salsa specifica per ognuno, ha commissionato al grande artista di supporto il vetro adatto alla composizione, convogliando due arti che agiscono in parallelo.

Obbligatorio un accenno a questa creazione di tre mousse con cioccolato di diversa provenienza, uno al 35% abbinato a salsa di lampone per contrastarne l’amaro, il secondo al 55% di natura croccante per salsa al caramello, il terzo al 70% da gustare con salsa al mango.

Professionalità e sensibilità per offrire al cliente un modo di ristorarsi diverso dal solito, in mezzo al grande imbonimento e gratuita improvvisazione; GiovanniGrasso fa diventare proprio l’insegnamento del grande cuoco ottocentesco Carême: “In materia gastronomica non esistono princìpi, l’unico che dobbiamo rispettare è quello di dar soddisfazione alle persone che stiamo servendo”.

Domenico Musci

 

 

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Signor sindaco, siamo venuti a conoscenza di un increscioso episodio accaduto ad una cittadina del nostro comune (chissà a quanti e quante sarà successo che non hanno reso pubblico), episodio accaduto nel tratto della ferrovia Torino-Ceres, tra Caselle e l’Aeroporto.

La cittadina in questione, lavoratrice a tempo parziale tre ore al giorno, per 5 euro all’ora presso lo stabilimento Alenia, pensando di non fare niente di illecito ha acquistato il biglietto per la tratta fino a San Maurizio del costo di 1,30. Considerando che il tragitto fino all’Aeroporto è più breve scendendo prima, il “comune buon senso” direbbe che non ha tolto niente all’azienda GTT, però nell’ottusità della burocrazia ilDiavolo ci mette sempre lo zampino, ed il “comune buon senso” va a farsi benedire, e voilà che si mette di traverso per impedire alla malcapitata lavoratrice il prosieguo della sua giornata serena. Nel caso in questione di traverso si sono messi due grandi e grossi omaccioni, il controllore ed il conducente del treno per impedire alla malcapitata lavoratrice (tra l’altro pure minuta) di scendere dal treno. La ragione della contestazione è stata perché (“l’incauta”) doveva acquistare il biglietto per il tragittoCaselle-Aeroporto del costo di 3. Per cui 3 euro all’andata più 3 euro al ritorno fa 6 euro, la giornata lavorativa di 3 ore x 5 ora viene 15 , 15–6= 9 euro di guadagno. Morale (più che altro è immorale) che per effettuare un tragitto di meno di tre chilometri andata e ritorno si debbano pagare 6 ?

Signor Sindaco, considerato quanto su esposto, non Le sembra sia opportuno intervenire nei confronti dell’azienda Gruppo GTT Torino-Ceres a tutela dei/delle cittadini/cittadine per garantire il diritto alla mobilità e ad un costo equo?

Per il gruppo del Partito della Rifondazione Comunista

Agostino Macis

N.d.r. L’interpellanza è stata votata all’unanimità dalConsiglio Comunale

 

Tramite la cortese ospitalità di“Cose Nostre” desidero inoltrare una richiesta, nella consapevolezza di andare contro corrente in un contesto in cui sono in tanti a chiedere di fare o di avere. Mi richiamo all’ultimo Natale, trascorso a Caselle in forma più dimessa, senza le tradizionali luminarie pubbliche per le strade cittadine. Se, come suppongo, le motivazioni di tale decisione continuano a permanere, suggerisco agli amministratori comunali, anche per ragioni di coerenza, di rinunciare alla spesa dei fuochi pirotecnici per le prossime feste patronali. Oltre a ridurre l’indebitamento necessario per la costruzione del nuovo Palazzo Civico (di cui solo l’Amministrazione avverte la necessità e l’urgenza) si eviterebbe di disturbare gli anziani ospiti del“Baulino”, che di tutto hanno bisogno fuorché dei botti, di mettere in crisi i cardiopatici e mandare in tilt i cani, che, come risaputo, soffrono per l’alta pressione acustica prodotta dagli scoppi fino a tentare di fuggire.

Proviamo a fare a meno per una volta di tale barbaro e rumoroso rito: constateremo che la rinuncia non ha peso in confronto a quanto di negativo si evita.

Gli anziani, gli ammalati, i cani e la sottoscritta ringraziano fin da ora se questa loro richiesta sarà esaudita.

Cordialmente

Elisa Vercelli

Forse per i più questa demolizione non ha significato nulla o forse non se ne sono neanche accorti. In realtà un piccolo pezzo di storia di Caselle legato a quella casetta è sparito per sempre, provocando in me, che sono indigeno e di mezza età, dei ricordi e una riflessione.

Il suddetto“ciabot” era una piccola costruzione un tempo in mattoni a vista, poi intonacata e inglobata da altri edifici più recenti, situata all’incrocio tra la Via delLupo (adesso sapete perché questa via si chiama così) e Strada Mappano.

Quando mi sono accorto della sua demolizione, anche se me l’aspettavo a causa dell’eccessiva vicinanza ad una nuova costruzione, mi sono tornati in mente un fiume di ricordi legati ad un mondo che non esiste più ed una riflessione sulla nostra epoca.

Da bambino, quando andatvo alle fienagioni sul carro conGino d’le Ca Neuve, ero colpito e incuriosito da quella casetta solitaria posta ad una considerevole distanza da Caselle (vista la velocità dei mezzi a disposizione in quei tempi) lungo una stradina nascosta dagli alberi.

Infatti dalla Trattoria Porta Nuova allore detta d’le Ca Neuve (non si chiamava “dei 3 scalini”, nome nato per facilitare la pronuncia ai nuovi casellesi) non esistevano edifici fino alla Cascina del Fantino in Via Pitocca.

Le mie infantili domande provocavano subito da parte degli adulti risposte farcite di storie fantastiche di Masche (streghe) e animali strani, causando in me un sacro terrore per quell’inerme casetta, soprattutto quando mia madre mi minacciava di portarmi là se non ero bravo.

Secondo cosa mi disse un eminente personaggio casellese che si interessava di storia locale (anche se talvolta era un po’ fantasioso), il nome del “ciabot d’l luv” derivava dal fatto che nell’800 era utilizzato come deposito dai cacciatori di lupi pagati dalComune.

Pensare che solo poco più di 100 anni fa i casellesi fossero disposti ad intaccare i loro magri bilanci per difendersi dai lupi, dimostra che essi fossero un flagello.

Questi pensieri hanno provocato in me una riflessione sui tempi attuali.

Infatti ora i difensori della natura a tutti i costi stanno reintroducendo questi animali, costringendo i montanari e i pastori che d’estate vivono in montagna, a conviverci.

Mi sono messo nei panni di questi signori ed ho provato a pensare in che stato d’animo vivrei sapendo che il mio gregge è in loro balìa e soprattutto cosa farei se avessi con me dei figli piccoli. Speriamo di non dover ricostruire “l’ ciabot d’l luv”.

 

 

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Gli specialisti pescatori lo hanno definito “uno dei più bei laghi artificiali del Piemonte”. Non ci sono dubbi!

Anche per noi, comuni mortali, il Lago Gioia è bello, gradevole e ha riflessi d’argento.

In tempi non lontani avevo già scritto di questo posto, proprio in occasione della disputa del 5° Campionato Italiano di Pesca Sportiva, alla trota, organizzato dall’Assolaghi e lo avevo definito “pittoresco” ma a circa due anni di distanza trovo ora il termine restrittivo per questo ameno angolo del nostro territorio.

Penso e credo che questo posto dovrebbe essere ancora più valorizzato.Ancora di più, se fosse possibile, di quello che Armando Piola, che ne è il titolare, sta già egregiamente e faticosamente facendo.

Lui, come anche molti di noi, è particolarmente legato a questo luogo. È uno di quei luoghi in cui ti riconcili con te stesso; liberi memoria e fantasia. È ancora uno dei pochi posti in cui puoi passeggiare senza il timore di essere travolti da qualche auto o da qualche altra diavoleria umana. È il luogo in cui, specialmente per chi ama la natura ed i suoi animali, si possono ammirare varie specie di uccelli, sia stanziali sia di passo.

Al mattino presto, per esempio, si possono vedere stormi di neri cormorani che vengono a caccia(si fa per dire perché, in effetti, pescano); scendono cioè a fare colazione qui da noi partendo da chissà dove e diretti chissà, ancora, dove.

Le anitre selvatiche (germani reali con il colorato maschio) si possono vedere sia di mattino, in transito per altri siti lacustri o lenti corsi d’acqua che offrano loro sufficiente cibo, sia la sera di ritorno, in piccoli stormi, che vengono a compiere alcuni larghi passaggi sul nostro laghetto come per salutarci e dirci arrivederci a domani.

Si può avere la ventura di vedere la gallinella d’acqua, con il suo rosso becco, oppure la folaga, con fronte e becco bianchi, oppure ancora lo svasso con il suo bel pennacchio scuro.

Si può avere la fortuna (ma è ormai abbastanza difficile) di vedere il coloratissimo martin pescatore.

Si può invece comodamente ammirare la bella coppia di cigni reali che vivono stabilmente qui; o la splendida femmina d’oca canadese (il maschio è purtroppo deceduto) che si aggira ormai mestamente sola, nell’attesa di un nuovo compagno, per il lago con la coppia di cigni.

Questo laghetto che si è venuto a formare all’inizio degli anni settanta, in seguito al prelievo di terra, per la costruzione della superstrada Torino/Aeroporto di Caselle, tutta in rilevato e senza incroci a raso, è proprio nel posto in cui circa cinquant’anni fa sorgeva ancora il mitico Bosco della Gioia.

Un posto che, in molti di noi, riporta alla memoria le allegre merende di Pasqua – e non solo – che venivamo a fare partendo a piedi dall’oratorio. A bere nelle fresche e limpide sorgenti che sgorgavano in mezzo a quel bosco che mi sembrava immenso. La possibilità di trovare funghi mangerecci (i più esperti trovavano anche funghi porcini) e ancora fragole selvatiche, more, lamponi e molte erbe officinali o commestibili.

Il mio amico Luigi “d’l Galu gross” mi ha affermato che la zona è frequentata da parecchie splendide volpi: io non le ho ancora viste, ma se lo dice lui bisogna proprio crederci.

Chissà quali altri animali o folletti si aggirano, nelle buie notti, attorno al nostro Lago “della” Gioia.

Tra qualche settimana cominciano le notturne di pesca. Un’opportunità in più venire fin qui a godersi il fresco.

Il nome, Lago Gioia, è già un programma; è una garanzia!

Mi stupisce però il fatto che pochi casellesi, a parte i pescatori, conoscano questo posto; che pochi affrontino questa breve e comoda passeggiata (da Caselle andata e ritorno sono circa cinque chilometri) tutta in piano e senza traffico.

Forse leggendo queste righe qualcuno avrà ora voglia di venire a vedere se ho detto la verità; se anche in loro suscita le mie stesse sensazioni.

Non ci posso giurare, ma sono sicuro che provare non costa niente e che può invece sicuramente fare bene una bella passeggiata intorno o fino al lago.

E.Pavanati

 

Vivere il Verde e non solo

Nulla succede per caso!         Se proviamo ad analizzare il ciclo della nostra vita, i suoi mutamenti, i fatti principali, non possiamo che arrivare a questa conclusione.

Ci sono tutta una serie di avvenimenti, apparentemente casuali, che tali non sono. Alcuni fatti, soprattutto quelli più spiacevoli e dolorosi, solitamente accadono quando il contesto generale è propizio o bisognoso di essi. Ci sono situazioni che sembrano insostenibili, e ci chiediamo: quando avremo toccato il fondo, per quanto tutto questo potrà durare e quando tutto questo finirà? Come è possibile che sia sempre tutto lecito, che la giusta morale e la morale comune siano qualcosa di sempre più distante? A chi e a cosa possiamo fare riferimento per riuscire ad accettare ancora come tali principi che non riusciamo a sradicare e che spesso sembrano assolutamente fuori luogo?

Ci sono sempre meno punti fermi, cose in cui credere, un’etica cui appellarsi quando il contesto nel quale ci troviamo ha sempre più l’aspetto di una giungla dove l’importante è non essere coinvolti, raggiungere obiettivi prefissati ad ogni costo senza sindacare sui mezzi usati per ottenerli. Agire con pressappochismo e superficialità anche quando siamo responsabili delle sorti altrui, dare alla parola data l’importanza che sul momento ci è più utile e vantaggiosa!

Il fatto di questi giorni, la morte di Papa Giovanni Paolo II, ci sta dimostrando che nulla succede per caso. Se c’era bisogno di qualcosa di forte, che scuotesse le coscienze, che rimandasse gli innumerevoli messaggi che in questi anni ci ha dato, l’effetto boomerang di anni di apostolato speso con tutti i mezzi, le parole, i viaggi, le testimonianze, la sofferenza evidente, lo stiamo vedendo ma soprattutto, per chi crede, lo stiamo vivendo. La sofferenza per una perdita così grave è in parte compensata dall’eredità morale, enorme, che abbiamo ricevuto. Le immagini di questi giorni fanno rimbalzare soprattutto questa sensazione, una perdita soprattutto fisica ma gli insegnamenti sono talmente grandi e sono durati talmente a lungo che ancora per tanto tempo sentiremo questa presenza, la voce stanca e sofferente che non ha smesso sino all’ultimo di affermare la dignità dell’uomo, il valore della giustizia, della tolleranza, della pace, del rispetto. Valori a cui nessuno può sottrarsi ma che troppo spesso, anche nel quotidiano vengono violati, calpestati, a volte ridicolizzati. Abbiamo visto che sono esigenze reali, sentite, abbiamo visto giovani che a dispetto dei luoghi comuni lo hanno amato, seguito, ascoltato e molti altri nei quali l’esempio probabilmente darà lo stimolo per nuove sensazioni ed una maggiore e più positiva interiorità.

“Non abbiate paura”, quella paura che troppe volte frena i nostri progetti, il nostro entusiasmo, la nostra voglia di esprimere delle idee, che dovremmo cominciare ad accantonare e cercare di dare più spazio alla parte migliore di noi anche se questo comporta un prezzo da pagare, ma è la forza delle idee, e la costanza nel perseguirle che ci permetterà di credere ancora in un mondo migliore.

La fotografia è il giardino botanico dell’Isola Madre (Lago Maggiore).

 

Per l’Associazione
“Vivere il Verde”

G. Vormola

 

 

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Antonio Sala, socio del nostro Circolo, eclettico fotografo che sa esprimere la propria sensibilità sia che ci presenti le sue immagini sotto forma di proiezioni, mostre fotografiche oppure partecipando a numerosi concorsi, ha ricevuto, per aver ottenuto ben quindici primi premi e 243 ammissioni con relativa partecipazione ad esposizioni internazionali, la prestigiosa onorificenza EFIAP Exellence de la Federation Internazionale de l’Art Photographique. Raramente in chi partecipa a concorsi, ove si presentano e vengono valutate generalmente opere singole, si riscontra anche la capacità di esprimersi ad alto livello in lavori molto più complessi e corposi come una mostra, che deve andare oltre al contenuto estetico puramente fotografico, ma deve fornire contenuti che permettano di costruire un percorso concettuale che pur nella libera interpretazione del lettore deve poter essere fruibile nella globalità delle immagini. Antonio, rappresenta una di queste eccezioni, poiché le sue immagini, se raggruppate in mostra, ottengono consensi, come nelle sue mostre Cirmof itineranti, mentre le stesse immagini, inviate ai concorsi singolarmente, ottengono gli onori citati in precedenza.Per i nuovi giovani soci del circolo, le fotografie di Antonio, entreranno sicuramente a far parte del bagaglio di informazioni che unitamente alle altre immagini di qualità che vengono presentate regolarmente nella nostra sede, saranno la fonte di ispirazione e di proponimenti di tecnica fotografica, che permetteranno alla loro creatività un percorso iniziale da sviluppare in un secondo tempo, acquisite le conoscenze necessarie, secondo le loro peculiari caratteristiche.

Ed i nuovi autori del Circolo avranno la possibilità di cimentarsi già nella mostra che presenteremo come sempre nella prima domenica di maggio al giudizio sempre più attento e competente della cittadinanza Casellese. Ricordiamo l’altro appuntamento classico del mese di maggio, la serata di proiezioni alla sala polifunzionale “Fratelli Cervi” di Via Mazzini, venerdì 6 maggio, il cui dettaglio completo è esposto nel programma delle attività. Sempre a maggio riconfermata la partecipazione del circolo alle manifestazioni del “Maggio Mappanese” con la settimana della fotografia a partire da sabato 14.

Per chi volesse dedicare una serata alla fotografia ricordiamo che ci ritroviamo tutti i lunedì sera alle ore 21 nella nuova sede in Via Madre Teresa di Calcutta 55, e l’ingresso è sempre rigorosamente libero.

Dino De Vecchi

 

Programma delle attività

Lunedì 18 aprile: Ospite della serata Franco Gollini che ci presenterà due proiezioni dai titoli “Russia: lungo la via degli Zar” e “Madeira – un angolo di paradiso”

Domenica 1 maggio: Inaugurazione sotto i portici di Palazzo Mosca dalle ore 9 alle ore 18,30 della mostra collettiva dei soci dal titolo “I colori della natura”. La mostra proseguirà presso i locali del Circolo tutti i lunedì fino alla fine di giugno.

Venerdì 6 maggio: Alle ore 21 nel salone Polifunzionale “Fratelli Cervi” in via Mazzini a Caselle serata di proiezioni dei seguenti soci: Antonio Sala con “Dal Nilo alle sabbie di Amon”, Giovanni Coizza con “Frammenti”, Silvia Sales con “www.norwayfjord.sales/silvia e Gabriele Bellomo con “USA on the road: dal Gran Canyon allo Zion Park”

Lunedì 9 maggio : Gli autori della serata: Sandro Ambrosio, Daniele Borgoni e Silvia Sales ci presentano una serie di miniproiezioni.

Sabato 14 maggio: Nell’ambito delle manifestazioni del “Maggio Mappanese” inaugurazione della settimana dedicata alla fotografia con la mostra collettiva dei soci dal titolo “Dettagli” al Centro Polifunzionale in piazza Don Amerano a Mappano.

 

Si è svolta lunedì 4 aprile alle 21, nel salone delle feste della nostra nuova e funzionale sede, in via Madre Teresa di Calcutta, 55 l’assemblea ordinaria della nostra associazione per l’anno 2004. Gianni Frand Genisot, dopo il saluto ai numerosi soci presenti e un ricordo ai soci scomparsi, ha iniziato così la sua relazione annuale: “Per ogni cosa organizzata e sono 35, vi darò solo un flash, giusto un accenno, anche se ognuna meriterebbe delle considerazioni più approfondite, sono sicuro che capirete che dietro le 2 righe che leggerò per ogni iniziativa realizzata, c’è stato un grande lavoro di preparazione, di realizzazione, di conclusione etc. Un lavoro che ha impegnato nel 2004, come non mai, tutto il Consiglio Direttivo e altri che normalmente ci aiutano anche se non ne fanno parte, a tutti va il mio grazie per il grande lavoro svolto a favore dell’associazione, per il tempo impegnato in ogni cosa, sacrificando la famiglia, gli interessi personali e quant’altro. A tutti grazie per aver fatto qualcosa per la nostra città, per la nostra gente; così come dice lo slogan che ricorda i nostri 35 anni di fondazione: 35 anni con la nostra gente”.

Le attività che la nostra associazione da sola, in collaborazione con l’amministrazione comunale e con altre associazioni presenti sul territorio ha curato sono: la partecipazione con uno stand promozionale della nostra città, domenica 18 aprile 2004, alla presentazione a Carmagnola, dell’iniziativa provinciale “Città d’arte a    porte aperte; la realizzazione di 2 punti informativi nell’ambito       della 2ª edizione della “Sagra enogastronomica del salame di Turgia”; domenica 30 maggio la manifestazione per ricordare “Caselle città da 10 anni”; domenica 27 giugno a Ciriè rievocazione storica “Alla Corte di Margherita”; da venerdì 3 settembre a domenica 24 ottobre varie manifestazioni nell’ambito del Settembre Casellese; a Torino, con uno stand promozionale delle nostra città, domenica 26 settembre in occasione della festa della 5ª circoscrizione; domenica 10 ottobre “Caselle città d’arte a porte aperte”; domenica 17 ottobre rassegna musicale dei gruppi occitani; sabato 30 ottobre la festa di Halloween in piazza Boschiassi; da venerdì 12 novembre a domenica 12 dicembre rassegna musicale “Casell… e musica”.

Altre iniziative hanno visto protagonista nel ruolo di ideatore, organizzatore, etc la nostra associazione  e sono: la Pro Loco alla fiera di Sant’Orso; la cena “dell’Arca di Noè”; il carnevale casellese; la Pro Loco alla festa di primavera e del lavoro, a Leinì, il 1° maggio; la presentazione del libro di Gianni Rigodanza “I colori della storia” domenica 30 maggio; a Castellamonte, con uno stand promozionale della nostra città, domenica 5 settembre in occasione di “Castellamonte Città d’arte a porte aperte”; l’assemblea regionale delle Pro Loco del Piemonte a Caselle domenica 5 settembre; a Osasco, con uno stand promozionale della nostra città, domenica 24 ottobre, in occasione della manifestazione “Exposasco 2004; la castagnata per i bimbi della scuola materna comunale giovedì 11 novembre; la cerimonia di consegna del premio “Il casellese dell’anno” e la festa annuale della Pro Loco, domenica 19 dicembre; il “Natale in piazza con la Pro Loco”, venerdì 24 dicembre, dalle 22,30 in poi con distribuzione di vin brulè, cioccolata calda, biscotti, panettoni e calendarietti del 2005.

Il presidente ha riferito sull’ordinaria attività della nostra associazione: rapporti con i soci, riunioni e assemblee organizzate dall’Unpli (Unione Nazionale Pro Loco d’Italia), corsi di aggiornamento ai dirigenti Pro Loco, per il Servizio Civile, per la Siae, per il fisco, etc. Nell’ordinaria attività della nostra associazione rientra anche “Cose Nostre” il Giornale di Caselle che giunge al suo 34° anno di vita e che da dicembre 2004    ha un nuovo direttore Elis Calegari.

Dopo la lettura e le considerazioni sul rendiconto finanziario della Pro Loco, a cura del tesoriere Giampiero Barra, e sul rendiconto finanziario del Giornale, esposto dall’amministratore Luciano Solavaggione, si è passati all’approvazione del bilancio dell’anno 2004. Al termine il presidente ha ripreso la parola per parlare delle attività dell’anno 2005 invitando i redattori e collaboratori alla 33° edizione di “Cene Nostre”, in sede sabato 9 aprile.

 

 

 

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Il mese appena trascorso è stato caratterizzato, per quanto riguarda il campionato di Promozione che vede protagonista il Caselle Calcio, da due settimane di sosta. Una prevista dalle vacanze di Pasqua e una forzata per la morte del Papa, Giovanni Paolo II. Una sosta forzata, la seconda, decisa in extremis dal Coni nazionale e che ha coinvolto tutti gli sport italiani a tutti i livelli. La comunicazione dello stop totale dell’attività è giunta a Caselle soltanto sabato pomeriggio, creando non pochi disagi alle formazioni giovanili che stavano per scendere in campo. La giornata è stata interamente recuperata sette giorni dopo. Viste queste pause la classifica dei rossoneri non ha subito grosse modifiche e la squadra di Gianni Furlano naviga sempre nelle parti basse della classifica in attesa di vivere fino all’ultimo minuto lo sprint finale di questa stagione. Sprint che potrebbe sancire la salvezza, anche attraverso i playout, o la retrocessione dei rossoneri. Il Caselle ha perso per strada anche Franco Battista per un infortunio. Fortunatamente la lunga sosta ha permesso alla bandiera casellese di accelerare i tempi per il recupero. Del resto Battista, vista anche la sua grande esperienza, è sicuramente uno degli uomini chiave per cercare la tanto agognata salvezza. Intanto sono in corso le prime manovre per la prossima stagione, manovre indipendenti dall’andamento di questo campionato e dall’esito della corsa alla salvezza in Promozione. Gianni Furlano quasi certamente non sarà più il tecnico dell’undici rossonero ma sarà sostituito da Virardi, attualmente già in società come supervisore e responsabile della scuola calcio. La rosa sarà probabilmente scremata di molti elementi anche storici che negli ultimi anni hanno fatto le fortune del Caselle. C’è quindi aria di rinnovamento. Furlano, del resto, ha guidato la squadra per tre anni portandola prima a vincere meritatamente il campionato di Prima Categoria, e poi a salvarsi senza troppi affanni, l’anno dopo, in Promozione. Viste le difficoltà di quest’anno appare chiaro che il suo ciclo sulla panchina rossonera sia destinato quasi certamente a concludersi alla fine dell’anno. Nel finale della stagione regolare il Caselle deve affrontare avversarie pericolose e quotate ma, soprattutto, ha in calendario un paio di scontri diretti che potranno fare la differenza. È proprio negli scontri di bassa classifica, con squadre impegnate a conquistare gli stessi obiettivi dei rossoneri, che si gioca il futuro del Caselle Calcio.

Alessandro Previati

 

Ed eccoci qui anche questo mese a notiziarvi sull’attività del settore giovanile del Caselle Calcio.

Tutte le squadre si stanno preparando per disputare al meglio la XVI edizione del torneo “Città di Caselle” che ripetiamo si svolgerà dal 9 maggio al 12 giugno p.v.

Vogliamo riportarvi di seguito i nominativi delle squadre che parteciperanno al nostro torneo suddivise per singola categoria:

A) 1992:Ardor San Francesco, Alto Canavese,Castelfavria, M. di Campagna,Leinì;

B) 1993: Alto Canavese, Castelfavria, Rebaudengo, Mappanese, Mappano 2004;

C) 1994:San Maurizio, S.F. Venaria, Valdocco, Borgaro, Sanmauropianese, Montanaro, Pro Settimo, La Chiasso,San Benigno,Juventus;

D) 1995: Cenisia, Alto Canavese,Valdocco, Brandizzo, Pool Cirievauda, Rebaudengo, Canavese, San Maurizio, San Benigno;

E) 1996:Cenisia, S.F. Venaria, Balangero, Borgaro,Real Canavese,San Benigno, Druento 2004;

F) 1997/98:San Maurizio, Alto Canavese, Balangero, Borgaro,Brandizzo, Pool Cirievauda, Montanaro, Riverossini, Leinì, Settimo, San Benigno.

 

Il giorno 29 aprile 2005 alle ore 21,00 presso la sala Fratelli Cervi (Via Mazzini), ci sarà la presentazione ufficiale del torneo alla presenza del sig.Sindaco di Caselle T.se e delle più alte cariche regionali della F.I.G.C.

Nelle foto le due squadre del Caselle “Esordienti Fascia B” 1993

 

Il Mappano Volley al 1° posto nel suo girone

Le ragazze del Mappano Volley, militanti in prima categoria FIPAV, hanno confermato le speranze alimentate durante il corso di tutto il campionato, vincendo il proprio girone con sei lunghezze di vantaggio sulla seconda, dimostrando di saper gestire con autorevolezza lo stress da comando e controllando il desiderio di rivalsa messo in campo dalle loro avversarie. Grazie a questo risultato, hanno ottenuto l’accesso ai play-off nel tabellone principale, che raggruppa le migliori quattordici formazioni delle settantadue militanti in prima divisione. Ma se partecipare alla seconda fase sotto la veste di protagonista sarebbe stato sicuramente gratificante, non venivano sottovalutate le difficoltà che si sarebbero affrontate incontrando compagini abituate a competizioni ad alto livello, e quindi le ragazze sono state chiamate ad un ulteriore sforzo fisico con allenamenti supplementari per cercare di diminuire il gap tecnico che presumibilmente si sarebbe incontrato.Il primo avversario da affrontare, con eliminazione diretta con gara d’andata e ritorno, il Torino Pallavolo, ha vinto uno dei due gironi d’eccellenza confermando che sarà lotta dura subito dall’inizio. Gara uno, vede all’inizio, una compagine in soggezione ed in grande difficoltà, ma con grande sorpresa, essa non è il Mappano bensì la più quotata avversaria, che va sotto di otto lunghezze, e sembra non riuscire a tenere il passo delle nostre ragazze. Solamente l’esperienza ed una preponderante forza fisica permetterà alle nostre avversarie di raddrizzare con fatica e vincere il primo set con un esiguo margine di vantaggio. Ma questo primo set dimostra che il Mappano è in partita e lotta alla pari dimostrando di non subire nessuna sudditanza. Il secondo set vede un ulteriore rafforzamento della nostra squadra, che lotta testa a testa su ogni palla, fino a conquistare la palla del set sul 25 a 24 facendo crescere l’entusiasmo dei supporter che gremiscono la palestra, ma un errore in battuta e due incontenibili attacchi premiano più del dovuto le nostre avversarie, che si aggiudicano anche il secondo set. Come sempre capita, quando il traguardo agognato con tanta fatica, sfuma nel giro di pochi secondi, un crollo psicologico è il protagonista dell’inizio del terzo set, provocando una voragine che malgrado l’impegno ed una clamorosa rimonta, che porterà il disavanzo ad una manciata di punti, avrà come conseguenza una sconfitta per 3-0 molto poco veritiera dei valori visti sul campo. Gara due vede le avversarie baldanzose, serene e fiduciose poiché solo un miracolo può ribaltare il risultato, ma la sconfitta subita oltre che aver fatto acquisire esperienza alle nostre ragazze, non ha intaccato assolutamente il morale fornendo anzi una fortissima voglia di rivincita. Ed è battaglia vera quella si svolge sul parquet di Via Vigone e dopo alternanze di predominio il Mappano si aggiudica al cardiopalma il primo set per 28 a 26.Se nel set precedente le avversarie, grazie al vantaggio acquisito si erano permesse di mettere in campo un paio di rincalzi, nel secondo giocano tutte le loro carte migliori ma l’andamento non cambia. L’incubo di poter perdere la qualificazione gravava sull’allenatore avversario che urlando a più non posso cercava di spronare le sue ragazze e l’incertezza si è protratta fino al 18 pari. Purtroppo siamo qui a raccontarvi di una sconfitta, poiché anche in quest’occasione l’esperienza alla fine ha avuto la meglio ed ha portato al Torino Pallavolo il set che serviva per passare il turno. Ora i play-of continueranno nel tabellone verde, e se le nostre ragazze continueranno a mettere in campo le loro doti migliori, ci sarà da divertirsi fino alla fine di maggio, con l’obiettivo immutato della promozione in serie D, o, se la sorte non sarà favorevole, con una promozione nei gironi d’eccellenza. Forza ragazze, continuate a sognare, questo diritto ve lo siete guadagnato.

D.D.V.

 

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Il 18 marzo è iniziata di fatto la stagione estiva della nostra Bocciofila.

Con l’inizio dei Campionati, delle diverse categorie, si cambia la sede di gioco; si va all’esterno dei bocciodromi. Si respira aria pura anche se, per la verità, dopo l’applicazione della legge del divieto di fumare nei locali chiusi ci si può stare bene anche all’interno dei bocciodromi.

Ma veniamo al gioco giocato.

Nel Campionato di serie “C” la nostra squadra è partita con il piede giusto. È infatti andata a vincere con un perentorio 8 a 2 sul campo della Bocciofila Paracchi (To) ed ha pareggiato poi per 5 a 5 il venerdì successivo (25 marzo) sui campi della Bocciofila Fioccardo.

I prossimi appuntamenti sono per venerdì 15 e per il successivo 22 aprile, ma sui nostri campi, rispettivamente contro Paracchi e Fioccardo. Vincendo queste due partite passeremo tranquillamente il turno. E poi si vedrà!

Nel prossimo numero di Cose Nostre vi dirò di questo e delCampionato della categoria “D” che inizierà alla fine di aprile.

Nel mezzo del Campionato della categoria superiore (esattamente il 28 marzo) abbiamo avuto la soddisfazione di vedere ancora una vittoria di quella che alcuni mesi fa avevo definito “La nuova coppia regina” della nostra Associazione Bocciofila.

Sto parlando infatti della coppia formata da Vincenzo “Viller” Ciani e da Giovanni Bellavista (li vediamo nella foto da sinistra a destra).

I nostri due eroi sono andati a vincere una supergara in quel di Galliate (No), riservata alla categoria “B”, ed alla quale erano iscritte ben 37 coppie.

Non ci stupiamo più di queste loro vittorie, ma le stesse ci fanno sempre immensamente piacere ed aggiungono sempre, se mai, un po’ di miele al già dolce.

È iniziato anche il “Valli di Lanzo” ma l’esordio non è stato dei migliori per cui rimando le informazioni a tempi migliori.

Per il 16 e 17 aprile è in programma, sui nostri campi, una selezione per i Campionati Italiani 2005, riservata alla categoria “D”, e per la quale sono attese circa 150 coppie.

Siamo entrati nel novero delle società importanti per cui c’è da aspettarsi, ed augurarsi, che occasioni simili capitino sempre più sovente sui nostri bei campi da bocce.

E. Pavanati

 

Escursionismo

In Val Pellice: al Piano del Prà

Da Caselle ci trasferiamo sulla tangenziale nord e poi percorrendo l’autostrada Torino-Pinerolo ci rechiamo in Val Pellice. Superate Luserna San Giovanni, Torre, Villar e Bobbio Pellice proseguiamo ancora per sette chilometri sino a Villanova (1223 m). Caratteristica della bassa e media valle Pellice è di essere allietata da castagneti e vigneti, mentre la parte alta sfoggia prati e fitti boschi. Alle porte di Villanova troviamo un largo spiazzo per il parcheggio dell’auto. Zaino in spalla ci incamminiamo ad attraversare la piccola borgata e seguendo l’indicazione del segnavia 115 ci dirigiamo alternando al sentiero tratti di selciato e di mulattiera verso il suggestivo Pian del Prà. La bella cascata del Pis e numerose altre cascatelle fanno da colonna sonora al nostro cammino. Improvviso appare a quota 1732 m un piatto bacino, antico pascolo estivo, il Piano del Prà con l’accogliente rifugio Willy Jervis (ore 1,45) e la baita privata Ciabot del Prà. La facile ascesa, il poco tempo occorso, la sensazione di spazio, il verde pianoro, complici le cime tutt’attorno: all’escursionista il dilemma, fermarsi e godere in santa pace la meraviglia offerta o spingersi oltre per insaziabile conquista? Si potrebbe deviare ad ovest seguendo il 115 sino al Colle della Croce (2298m - ore 1,45) percorrendo così l’antica via commerciale che scendendo nel Vallon du Guil collega l’alta Valle Pellice al territorio francese. O magari proseguire a sud per risalire la Conca del Prà, sentiero 116, incontrando prima l’omonimo alpeggio a quota 1713 m, poi a 1750 m le baite dell’alpe Partia d’Amunt. Giunti in fondo al verde pianoro ad attendere sarà la salita che porta al rifugio Batt. Alpini Monte Granero (2377 m – ore 2). Prima del rifugio, trecento metri circa più in basso una triste visione, rottami di velivolo ed una targa commemorativa ricordano nove soldati americani che perirono nell’aereo qui precipitato nell’anno 1957. Se invece si opta per l’est seguendo il 117 è possibile raggiungere il giardino botanico Peyronel (ore 1,40) o il rifugio Barant (2373 m – ore 2). Il ritorno è sul percorso di salita.

Cartografia: I.G.C. 1:50000 n°6 Monviso

Francesco Reymond

 

I nostri due boccisti Gino Campion e Walter Gallo hanno ottenuto a Gaglianico, in provincia di Biella, un eccezionale risultato  andando a vincere sabato 9 aprile la terza gara di Coppa Italia, riservata alla Categoria A ( a coppie). I nostri esponenti hanno prevalso su più di 70 coppie e hanno sconfitto in finale la Chiavarese di Tocisna -Bellafronte per 13 a 7.