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E venne un uomo...
È davvero difficile provare
ad aggiungere altre parole alla fine terrena di Giovanni Paolo
II.
Troppo è già stato raccontato,
troppo è già stato ripreso e visto.
Tuttavia, per questo Papa, per
questo uomo che ha inciso così profondamente nella storia
degli ultimi ventisei anni qualcosa va ancora detto. Anche da
noi.
Papa Wojtyla a Caselle ha fatto
scalo spesso e, se è pur vero che nel nostro comune al massimo
è transitato e in modo anche relativo, ci sono le foto che
pubblichiamo in questa e in altre pagine a dirci che nelle
occasioni in cui è venuto in visita a Torino e in Piemonte
c’erano i nostri sindaci ad attenderlo, e l’arrivo dell’aereo
pontificio è sempre stato salutato con l’interesse e la gioia
dovuta.
La prima volta che Sua Santità
fece visita a Torino in veste di Vicario di Cristo fu
nell’80.
Erano appena trascorsi due anni
da quando il Karol Wojtyla arcivescovo di Cracovia era venuto
da umile pellegrino per rendere omaggio alla Sindone in
occasione dell’ostensione; quando ci tornò da Papa trovò una
città dilaniata dal terrorismo. L’esortazione che fece,
semplice e pure chiarissima, “Torino non avere paura”, aveva
“in nuce” – non avere paura, mai – tutta l’essenza del
pontificato di questo successore di Pietro, che viene già
ritenuto degno d’essere ricordato tra i grandi della
storia.
L’accanimento mediatico che ha
accompagnato l’avvicinarsi della sua ora suprema ne ha
ingigantito e spettacolarizzato la figura, ma non è l’onda
delle emozioni a dover sancire la statura di questo
uomo.
Un uomo che ha inteso il
sacrificio come vita e la vita come sacrificio.
Avremo per sempre negli occhi
l’immagine del Papa che appare a quella finestra, quel grido
muto e lacerante che giustamente qualcuno ha paragonato alla
disperata grandezza del quadro di Munch.
Fino alla fine ha saputo
lasciarci in eredità quella voglia di darsi, di continuare a
fare che ha contraddistinto tutto il suo magistero
apostolico.
Per capire però la grandezza di
questo Papa bisogna ripercorrere fin dall’inizio il corso del
suo pontificato.
Quando venne presentato alla
folla questo Papa straniero, questo Papa polacco come “tout
court” venne identificato, e ci dissero che si sarebbe
chiamato Giovanni Paolo come il suo predecessore, parve ai più
una scelta singolare ed emotiva, dettata più dalla breve vita
pontificale di Papa Luciani che da altro. Non era
così.
Per come sono andate le cose, per
come è andata la storia dell’ultima porzione del ’900, si è
portati a dire che nel ’78 il conclave della chiesa di Roma,
scegliendo Wojtyla, aveva letto benissimo lo scenario politico
futuro, visto molto più in là di qualsiasi altro. V’è però da
dire che forse neppure le alte sfere del Vaticano avevano
lontanamente ipotizzato di che cosa sarebbe stato capace
Giovanni Paolo II.
Giovanni come Giovanni XXIII, il
Papa buono, il Papa contadino, colui che promuovendo il
Concilio Vaticano II aveva posto le basi per cambiare
radicalmente la chiesa di Cristo; Paolo come Paolo VI il papa
che aveva sì concluso il rinnovamento, ma che l’aveva fatto
cercando di mantenere comunque distanza e conservazione, non
fosse altro per cercare di frenare una rivoluzione
ecclesiastica troppo ricca di contraddizioni, che rischiava di
far procedere il mondo cattolico in modo sbrigliato: con tanto
vigore e rinnovato entusiasmo sì, ma senza capire bene dove
certi percorsi potessero condurre.
Ripensando a quando Giovanni
Paolo II è salito al soglio pontificio, si è portati a dire
che ereditò una chiesa che stentava a reggere il passo con la
progressiva laicizzazione della società occidentale, una
società che si votava ad una corsa unica e univoca verso il
materialismo e il liberismo del mercato globale.
Solo con una presenza forte, con
una presenza costante - anche volando da un continente
all’altro in modo incessante - un Papa avrebbe potuto ridare
un ruolo alla Chiesa. Il messaggio fu subito chiaro: con
Wojtyla era il Pontefice che andava verso il mondo, non
viceversa.
La personalità eccezionale di
Giovanni Paolo II l’ha portato poi a realizzare più d’un
miracolo politico : è riuscito come nessun altro nell’impresa
di rappresentare al tempo stesso la Chiesa della tradizione e
quella dell’innovazione; di mostrarsi col volto più
progressista del Concilio Vaticano II e con quello che
riaffermava la centralità curiale; di proporre la lotta al
comunismo e una critica feroce ed eccezionale al
capitalismo.
Pur sapendo che tanto della
nostra società e della nostra politica sarebbe rimasta
impermeabile ai contenuti di certi suoi messaggi, non ha
rinunciato a tuonare contro la mafia e contro la
guerra.
A ben vedere, crollato il Mogol
comunista, è stato l’unico capace di porsi in contrapposizione
con l’impero degli USA: Wojtyla l’unico tra i grandi potenti
della terra a ripudiare in modo netto e chiaro le guerre
preventive con la loro cultura di morte.
A volte il modo d’interpretare il
suo ruolo è sembrato ai laici anacronistico; quel suo volersi
ergere quasi ad angelo che punta la spada contro il male,
ripresentando il Male con tanto di diavolo a corredo, è
sembrato lontano dalla nostra moderna cultura.
Lui però non ha declinato, doveva
cercare di portare avanti la sua missione e solo rispolverando
temi e toni forti avrebbe potuto coinvolgere le genti per
lanciare le crociate che hanno rappresentato il punto più alto
della sua carriera politica.
Non era facile nell’Est europeo
degli anni ‘80 proporsi in modo dirompente: era ancora troppo
fesco il ricordo di che fine fece la “Primavera di Praga” per
non temere che il Cremlino avrebbe reagito ovunque con i carri
armati. Eppure la sua Polonia era in fermento, gli operai in
rivolta: i Polacchi sarebbero corsi ancora una volta suicidi
contro i tank ?
D’acchito, Solidarnosc e
Walesa, Danzica e le speranze di tutti i popoli d’oltre
cortina sembravano aver innescato solo un processo pericoloso,
senza sbocco e senza ritorno.
Sembrava pallido e inconsistente
il provare a contrastare Mosca con le icone della Madonna di
Tchestochova. Eppure come la goccia che scava la pietra,
Wojtyla continuò la sua opera, nel segno della Beata Vergine e
del recupero della forza che viene da una fede, che pareva
allora degna solo della derisione.
Si tornò ad avere paura di dover
“Morire per Danzica” come recitava un tormentone alla fine
degli anni ’30, di infilarci in un terzo conflitto mondiale,
con la promessa non remota di scenari da “day
after”.
Giovanni Paolo II, vuoi anche per
l’arrivo di Gorbaciov e delle marce fondamenta dell’impero
sovietico, invece riuscì nell’impresa di contribuire in modo
sostanziale a seppellire il tutto senza spargimenti di sangue,
ad esclusione di quello romeno di Ceaosescu e i suoi: un muro,
quello di Berlino, andò giù e fu il trionfo della lungimiranza
Wojtyla. Alle cose della forza aveva sostituito la forza delle
cose, rispolverando fedi sepolte e valori antichi.
Ma non era ancora sufficiente per
ridare al mondo un ordine basato su precetti cristiani e per
restituire una preminenza indiscussa alla chiesa di
Roma.
Bisognava pensare all’
Africa e al Terzo Mondo in toto, a costo di schierarsi contro
i gesuiti e affiancare l’impianto più rivoluzionario della
chiesa in America Latina; c’era da provare a chiedere scusa
per i troppi peccati che la chiesa di Roma aveva commesso nei
secoli, per il troppo sangue versato in nome di Cristo; c’era
da perseguire la ricerca della pace anche a costo di entrare
in collisione con Stati Uniti.
Il Papa in preghiera silente, con
il viso contro il “Muro del pianto”, il papa capace di tuonare
contro i due Bush per loro politca guerrafondaia seppur
preventiva, hanno portato Wojtyla ad una statura
inavvicinabile.
Nel suo discorso d’investitura
disse una frase che subito ce lo rese simpatico: “Se sbaglio
mi corrigerete”. Non ce n’è stato bisogno, Santità.
Pur non condivisibile in alcune
sue scelte, Giovanni Paolo II ha fatto tutto quello che doveva
fare.
Non gli è riuscito di avvicinare
Mosca e la chiesa ortodossa, e il tentativo di riunificare le
chiese cristiane è la sua incompiuta ed è questo uno degli
ardui compiti che toccano al suo successore.
“Morto un papa se ne fa un altro”
si usa dire, a significare che la cosa non finisce, che la
continuità c’è e ci sarà.
Chi uscirà Papa dal prossimo
conclave avrà però un fardello pesante da portare e se è vero
che la via è segnata, sarà difficile per chiunque ripetere le
gesta di papa Wojtyla.
Saprà l’alto consesso di Roma
vedere lontano e oltre come seppero i padri nel lontano
’78?
Ti guardi indietro e pensi che sia passata un’eternità,
un’epoca.
Quella di Giovanni Paolo II,
appunto.
Un uomo che venne da lontano per
provare a fare qualcosa di irripetibile.
E ci riuscì.
Elis Calegari |
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pagina 3Tante immagini, tante parole e considerazioni in questi giorni
sulla figura del Papa.Da quando si sono aggravate le sue condizioni
di salute, già instabili da tempo, i media ci hanno messo a
disposizione, in tempo reale, tante pieghe della vita diGiovanni
Paolo II, il suo passato e il suo futuro (“Quanto riuscirà a
combattere con l’aggravarsi della malattia...?).
In questa cornice mi ha colpito non
poco una battuta ascoltata mentre affiggevo fuori della chiesa
l’avviso della S. Messa per il Papa. Un anziano, quasi coscritto
diGiovanni Paolo II, ha detto molto familiarmente:“Arrivederci, sei
stato un Papa e ti sei fatto sentire uno di noi”. Sintetizza, forse,
tutta la serie di riflessioni più disparate che si ascoltano in
questi giorni. Un
Papa (“Il personaggio che ha cambiato il corso della
storia di questi anni... L’uomo che ha saputo guidare le scelte
della Chiesa alla luce delVaticano II... che ha cercato di seminare
pace in ogni momento, chiedendo anche perdono degli errori del
passato della Chiesa...”). Uno di noi (“Ha dimostrato
il suo amore per i bambini, li ha abbracciati... non si è tirato
indietro di fronte ai sofferenti: ha condiviso con loro la malattia,
ha testimoniato una grande forza nell’affrontarla... ha espresso la
sua gioia incontrando popolazioni più diverse e ha sottolineato con
energia la necessità di riconoscere la dignità della persona umana,
sempre, in ogni situazione, ad ogni costo... ha sempre pagato di
persona...”).
Quando, dopo un po’ di tempo si
spegneranno i riflettori dei media e di tante nostre emozioni, che
cosa rimarrà per me, per ognuno di noi (più che per la grande
storia) diGiovanni Paolo II “un Papa, uno di noi”?
Se lui ha veramente inciso nella mia
vita (e non è solo legato a questi momenti) da che cosa lo posso
capire e lo capiranno gli altri?
•Lui ha voluto portare pace,
ha voluto essere uomo di dialogo, pur in mezzo a tante
incomprensioni, anche all’interno della Chiesa stessa.E io, che
faccio per essere “un costruttore, un seminatore di pace”? Cerco il
dialogo e la pace, oppure semino zizzania con troppa facilità?
Costruisco muri più che riallacciare ponti?
•Lui ha voluto, anche con i
suoi viaggi, giungere a tutti, senza escludere nessuno. Io sono
disponibile a questa apertura oppure mi accontento del mio
guscio?
•Lui ha gridato apertamente,
già nei primi tempi del suo pontificato e lo ha vissuto in prima
persona:“Non abbiate paura: aprite, spalancate le porte a Cristo!”.
Noi cerchiamo di fare nostro questo invito o lo
ignoriamo?
•“La dignità della persona
umana al di sopra di tutto!”: quante testimonianze in proposito! Noi
ci sforziamo di metterla al di sopra degli interessi, delle
ideologie...
Mi auguro che in ognuno di noi,
Giovanni Paolo II abbia seminato qualcosa di bello, di importante e
di impegnativo. Forse in momenti diversi del suo pontificato; non
ultimi, questi giorni dopo la sua morte. Mi ha colpito la
testimonianza di una ragazza:“Mi dispiace di essermi resa conto solo
in questi momenti, nella sua sofferenza e nella sua morte, della
figura di questo Papa. Mi rincresce di non averlo notato e
conosciuto prima”.
Notato, lo abbiamo notato tutti.
Conosciuto... abbiamo ancora tempo di farlo, attraverso
l’insegnamento e la testimonianza che ci ha lasciato. E continuiamo
a sentircelo vicino nel nostro cammino quotidiano, a livello umano
come un grande personaggio e, per i credenti, come un grande
Papa.
Don Claudio Giai
Gischia
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Il Mondo intero ha
perso un “Uomo” del tutto singolare, così unico che un
quotidiano nazionale pochi giorni dopo la sua scomparsa
titolava emblematicamente “Non se ne farà un
altro”.
I cattolici e molti laici piangono oggi la scomparsa
del Santo Padre, che in 27 anni di pontificato ha mostrato,
come un Giano bifronte, una personalità complessa: egli è
stato infatti un impareggiabile teologo ed un sottile
filosofo, in grado di catalizzare magneticamente l’interesse
dei giovani, i suoi giovani.
Non dimenticheremo facilmente la sua presenza ai raduni
dei Papa boys, quando accompagnava il ritmo della musica, o le
apparizioni in Piazza San Pietro, cariche di pathos e
determinanti per scrivere memorabili pagine di storia
internazionale, che sostengono la dignità della persona umana
e l’unità tra i popoli della Terra.
Ricordo dunque con orgoglio l’imponente partecipazione
dei cittadini di Caselle e della frazione Mappano alla Messa
celebrata dai parroci delle due comunità e dedicata al Santo
Padre. Don Claudio e Don Pierantonio, affiancati sapientemente
da don Tomas e dal diacono Marco, hanno saputo ancora una
volta unire idealmente e spiritualmente i cittadini, seguendo
così uno degli insegnamenti più alti di Giovanni Paolo II: la
comunione delle genti.
Grazie alla volontà delle due Parrocchie, i casellesi
ed i mappanesi, già uniti territorialmente, si sono ritrovati
nel misticismo della preghiera, accomunati dal desiderio di
pregare insieme il Santo Padre.
Grazie Papa Giovanni Paolo II per quello che hai fatto
in vita e per l’eredità altamente spirituale che lasci a tutti
noi.
Il Sindaco
Giuseppe Marsaglia
Cagnola
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Perfettamente in linea con
la gran parte della provincia di Torino, anche Caselle ha
consegnato la vittoria delle elezioni regionali alla candidata
del centrosinistra Mercedes Bresso. Il successo dell’Unione, a
Caselle dove ha votato il 72.3% degli aventi dirtto, è
risultato essere molto più marcato, nelle percentuali,
rispetto al dato finale. La Bresso ha infatti ottenuto 5346
voti pari al 57.6% contro i 3747 voti ottenuti dallo sfidante
Enzo Ghigo che si è fermato al 40.4%. Per dovere di cronaca
ricordiamo anche gli altri due candidati in lizza per la
presidenza regionale: Gianfranco Rotondi della nuova
Democrazia Cristiana (81 voti per lo 0.9%) e Lodovico Ellena
per Alternativa Sociale con Alessandra Mussolini (101 voti
pari all’1.1%).
I PARTITI
I Democratici di Sinistra sono il
primo partito di Caselle. La quercia, infatti, si prende il
gradino più importante del podio dall’alto dei suoi 1494 voti
che, tradotti in percentuale, sono pari al 19.1%. Forza Italia
è il primo partito del centrodestra ma si ferma al 17.9% con
1399 voti. A sorridere maggiormente di questa tornata
elettorale, almeno nei numeri, è Rifondazione Comunista che
diventa il terzo partito della città con l’11,8% delle
preferenze pari a 923 voti. Persino la Margherita, che pur
vanta di essere rappresentata in municipio nientemeno che dal
sindaco Marsaglia, deve chinare la testa e fermarsi, con 874
voti, all’11,4%. Il resto del centrodestra zoppica
vistosamente. Alleanza Nazionale è al 7.7% (605 voti), l’Udc,
dopo l’exploit dell’anno scorso, raccoglie 321 voti, pari al
4.1%. Bene la Lega Nord che diventa il terzo partito della
coalizione strappando il 6.4% con 500 voti tondi tondi. Il
resto del centrosinistra, invece, conferma i valori di forza
ottenuti anche a livello nazionale.
LE PREFERENZE
È la lista di Forza Italia che,
alle Regionali, ha ottenuto il maggior numero di preferenze
espresse per i consiglieri: ben 523. A ruota ci sono i Ds con
424 preferenze nominali. I casellesi hanno votato in massa
Margherita Peroglio (103 preferenze) che però non è stata
eletta. Bene, invece, Oscar Bertettp, eletto a livello
regionale e forte, a Caselle, di ben 87 preferenze. Nella
Margherita spiccano le 82 preferenze espresse a favore di
Davide Gariglio che sarà eletto in regione come il più votato
del partito con 10.146 preferenze. Molto meno positivi,
invece, i risultati per Franco Maria Botta dell’Udc che a
Caselle ha raccolto ben 82 preferenze. Troppo poche per
sperare in un posto nel consiglio regionale. Il candidato
consigliere più votato resta comunque Sergio Cretier, di
Rifondazione Comunista. Mappanese doc è stato votato da 308
concittadini ma questo non è bastato all’elezione a palazzo
Lascaris. Rifondazione è anche, con 429 preferenze nominali
espresse, il secondo partito “più votato” a livello di
preferenze personali. Il primo tra i partiti del
centrosinistra. La sconfitta globale per Forza Italia non ha
comunque messo i bastoni tra le ruote all’elezione di tre
candidati molto noti in zona: Giuliano Manolino, Emilio
Filippo Burzi e, soprattutto, Caterina Ferrero. I tre hanno
racimolato, rispettivamente, 62, 113 e 139 preferenze. Tutti e
tre sono stati eletti all’opposizione della giunta Bresso.
Proprio nella lista della neo presidentessa della regione, si
presentava un altro mappanese doc. Marco Bongi, indipendente,
votato da 245 casellesi. Purtroppo non è bastato per la sua
elezione.
IL VOTO
Ci sono diverse chiavi di lettura
per il voto dello scorso aprile. Anche in base ai confronti
con le elezioni precedenti. Ad ottenere l’aumento di consensi
più vistoso è Rifondazione Comunista che passa dall’8% a quasi
il 12%. Merito, sicuramente, della candidatura locale di
Sergio Cretier. Per contro c’è un calo dei Comunisti Italiani
rispetto alle provinciali, dove era candidato il segretario
casellese Endrio Milano, ma non rispetto al dato complessivo
delle europee dove il partito avanza addirittura di uno 0,2%
passando dal 3,6% al 3,8%. Nonostante a livello nazionale il
centrodestra perda consensi praticamente ovunque, a Caselle,
invece, i partiti che si rifanno alla coalizione di Silvio
Berlusconi crescono sensibilmente. Persino Forza Italia, che
alle europee si era fermata al 16,5%, cresce di quasi un punto
e mezzo, tamponando l’emorragia di voti nel resto della
coalizione e raggiungendo, sommando i partiti, una percentuale
di voti che potrebbe in qualche modo destare attenzione alla
maggioranza che, attualmente, governa Caselle. Il vantaggio
del centrosinistra è comunque ancora ampio benché la somma dei
partiti, escluse le liste ad hoc create appositamente per
questa tornata elettorale (vedi “Insieme per Bresso”) superi
di un soffio il 50% dei voti espressi dai casellesi. A Mappano
si ripete il dato globale benché restino un’incognita i
risultati ottenuti da Rifondazione e dalla lista Insieme per
Bresso che potevano contare su un candidato forte residente
proprio nella frazione. Il centrosinistra, quindi, a Caselle
come a Mappano, mantiene il suo vantaggio sugli avversari che
però, al contrario che in altri comuni anche vicini (escluso,
ovviamente, Leinì), hanno risentito molto meno del voto “di
protesta” che gli italiani hanno espresso anche in riferimento
alle politiche sbagliate del governo Berlusconi.
Alessandro Previati
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pagina 6
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Carissimi amici, concedetemi
questa confidenziale libertà: questo 25 aprile non è solamente
un anniversario, un compleanno che inevitabilmente si ripete
ad ogni scadere dei 365 giorni trascorsi da quello precedente;
non è un giubileo o una ricorrenza, ma è una pietra miliare
nella Storia del nostro Paese. È una Storia che segue quella
millenaria della nostra penisola. Il nostro bel Paese,
l’Italia, ha sempre fatto gola alle popolazioni nordiche le
quali, sempre devastando e saccheggiando con efferata
violenza, si sono avvicendate, dopo la caduta dell’Impero
Romano, a disputarsi la nostra terra, il nostro sole e il
nostro mare.
Ora la nostra Scuola ci parla di
Carlo Magno, di Vercingetorige, diFederico Barbarossa, dei
Franchi, dei Galli, degli Unni; ci parla dei Lanzichenecchi,
dei Normanni, e tanti altri, ma in quanto alla storia, si
ferma, dopo l’Unità d’Italia, alla prima guerra mondiale.
Perché? Perché dobbiamo noi, pochi sopravvissuti all’epica
impresa che ha debellato gli ultimi fanatici barbari,
mantenere il ricordo fra le generazioni presenti e future di
ciò che rappresenta per noi, italiani tutti, il 25
Aprile? Fascismo, Nazismo, Resistenza sono per le giovani
leve insorgenti, come lo tsunami, un fenomeno pauroso del
quale non si riesce a comprendere esattamente l’origine.
Libertà, Civiltà, Democrazia sono altrettanti termini
ritornati a fare parte del nostro vocabolario come sessanta
annifa, dopo una lunga, feroce, coraggiosa lotta sostenuta,
anche nelle nostre valli da molti e coraggiosi concittadini,
hanno voluto recuparare appunto la Libertà. Ricordiamolo
questo 25 aprile 2005; ricordiamo con deferente e affettuso
ricordo coloro i quali hanno versato il loro sangue generoso e
che non sono riusciti a godere dei benefici che il loro
sacrificio ha portato a tutti noi.Festeggiamo questi sessanta
anni passati dalla conclusione di una delle più spaventose
guerre della storia dell’umanità e insieme festeggiamo anche l
fine di una vergognosa dittatura che ci aveva resi schiavi e
servi di un esercito straniero e che tanti lutti ha seminato
tra l’italica gente. Viviamo da “Cittadini Liberi” il 25
aprile, una giornata di festa perché ce la meritiamo:
per ricordare questa Libertà che tutti
noi, indipendentemente dal nostro credo politico, oggi ancora
viviamo.
Per il Direttivo della sezione
A.N.P.I. di Caselle
Il Presidente
Severino Montrucchio
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La piazza è da sempre il
nucleo di un luogo, punto d’incontro e di passaggio da cui si
diramano strade e vie, il suo nome ne è il simbolo: passa di bocca
in bocca e diventa punto di riferimento nella quotidianità.
Nel cuore di Caselle c’è Piazza
Boschiassi ma quanti sono i casellesi che sanno dare un volto e una
storia a Vincenzo Boschiassi?
Rievocare chi fu vuol dire non solo raccontare di un
uomo che difese strenuamente libertà e giustizia, ma anche riportare
alla luce un frammento di vita che ci appartiene, evocare una storia
che è parte della nostra comunità e come tale patrimonio di tutti
noi.
Piero Martin, segretario dell’ANPI, è
nipote di Vincenzo Boschiassi, il cui padre Modesto fu già figura
illustre di medico casellese, amato e stimato per le sue doti di
umanità.
La testimonianza di Piero, commossa e
partecipe, è quella di un bambino di nove anni, cresciuto all’ombra
di uno zio leggendario. Così racconta: “Sono nato a Caselle nel
1934, ma sono vissuto a Torino, finché sfollato, nel luglio del
1943, sono andato a vivere dai nonni a Caselle. Abitavamo nel
Castello, al primo piano, sopra l’asilo, in quella che è stata la
vecchia sede della Pro Loco. Mio zio Vincenzo era avvocato ma da
subito si dimostrò ostile al fascismo tanto che venne radiato
dall’Albo e per questo incontrò non poche difficoltà sul lavoro.
Di lui si dice fosse cordiale ed allegro con gli amici, ma
tagliente e sarcastico con chi lo avversava, di certo era un uomo di
forti ideali e di grande coraggio. Da subito aderì al movimento
partigiano, senza curarsi troppo dei rischi che correva, tanto
che ospitò e protesse un soldato russo sfuggito alla prigionia dei
tedeschi. Le cose si complicarono in breve tempo così che i tedeschi
andarono a cercarlo nel suo studio di via Bligny, a Torino.
Sentendosi braccato decise di fuggire in Valle d’Aosta con un
compagno israelita, fuggiasco pure lui”.
Ed è qui che i ricordi di Piero bambino
si fanno più intensi, nel rievocare quel capodanno del 1943, quando
Vincenzo Boschiassi tornò a casa di nascosto, prima di darsi alla
macchia.
“Mio zio era tornato a dormire a casa
la notte dell’ultimo dell’anno del ’43, ultimamente le sue visite
erano rapide ed improvvise in quanto ricercato, ma per me era sempre
una festa vederlo ed abbracciarlo. Fu verso le prime ore del mattino
che arrivarono due camion di tedeschi e si fermarono in piazza.
Ricordo che zio Vincenzo si era appena lavato, versando l’acqua
della brocca nel catino che aveva in camera e stavamo
chiacchierando, io e lui, sul balcone che guarda verso le scuole
elementari. Non ci fu tempo per niente: quando sentì dell’arrivo dei
tedeschi, mi guardò e mi disse solo: – Ricordati che tu non mi hai
visto e lì, al mio posto, dormiva tuo padre –.
Rapido si calò nel cortile con l’aiuto di una vecchia pianta
di vite che aderiva al muro e, aiutato dal bidello della scuola,
uscì nel paese. Fuggì verso il Porto dei Gaj, dove attraversò la
Stura sul ponte rudimentale che permetteva il passaggio all’altra
sponda. Forse voleva dirigersi a Venaria dove abitava la
fidanzata”.
Ci sono momenti che restano indelebili
nella memoria. Si fissano con il loro seguito di emozioni e di
ripensamenti.
Per Piero Martin gli attimi che
seguirono quella fuga avventurosa rivivono intensi e drammatici come
allora.
“Sentii bussare alla porta e poi udii
delle voci concitate nella stanza accanto. Fu quando rientrai nella
camera di mio zio che vidi la pistola: l’aveva dimenticata nella
fretta, così, col cuore in gola, la gettai nel catino pieno d’acqua
sporca, dove mio zio si era lavato poco prima. Pochi istanti dopo
rimasi impietrito davanti ai tedeschi che, con le armi in pugno, mi
si pararono davanti.
– Chi ha dormito in questo letto ? – mi
chiesero.
Mio padre! – dissi deciso, ricordando
le ultime parole di zio Vincenzo.
I tedeschi iniziarono una minuziosa
perquisizione: voltarono e rivoltarono cassetti ed armadi,
tagliarono persino la fodera dei materassi, mentre io, terrorizzato,
speravo che quell’acqua fosse abbastanza nera da oscurare la vista
dell’arma.
Per anni non dissi a nessuno ciò che
avevo fatto e quella pistola non so che fine fece, certo quel gesto
di bimbo ci salvò la vita”.
Passarono pochi giorni e nel paese
cominciò a serpeggiare la notizia che Vincenzo Boschiassi fosse tra
i partigiani uccisi nell’eccidio di Traves, così Piero rievoca
l’episodio:
“Doveva esserci quel 6 gennaio del 1944
una riunione di partigiani a Traves presso una “piola”, nella
frazione Biò, poco distante dalla stazione. Qualcuno sicuramente
fece la spia così vennero arrestati e fucilati il padrone
dell’osteria, Giacomo Vottero e i suoi due figli, Guido e Giulio,
insieme a Giuseppe Occhiola, Giuseppe e Felice Lanfranco, due
partigiani del posto.
Poi i tedeschi raggiunsero il treno che
alle 9 arrivava alla stazione: sopra c’erano mio zio, Carlo Cravero
e altri compagni.
I tedeschi aprirono subito il fuoco,
mentre qualcuno cercava di mettersi in salvo gettandosi giù nella
neve: Libero De Zolt fu colpito e morì, Vincenzo e Carlo Cravero
vennero arrestati , messi al muro e fucilati.
Di loro rimane un nome scritto nel
cippo eretto davanti alla stazione di Traves, a memoria del loro
sacrificio”.
Piero Martin non ricorda come seppe
dell’uccisione di suo zio, si sa che toccò alla sorella Iolanda e
all’amica Grazia Castagna il triste compito di recarsi all’obitorio
del cimitero di Traves per riconoscere la salma del loro caro.
Lo trovarono con le mani chiuse a
pugno, come per farsi forza contro il dolore, sul viso una smorfia
di disprezzo e dall’angolo dell’occhio sinistro un rivolo di sangue.
Non portava segni di maltrattamenti: solo un livido sulla schiena ed
il colpo fatale alla nuca.
Possa questa storia aiutarci a
ricordare che il nome di una piazza, della “nostra piazza”, non è
una vuota ripetizione di suoni ma ha il sapore forte e dolce della
parola libertà e il volto coraggioso di un uomo che sacrificò la sua
vita per rendere migliore la nostra.
Antonella Ruo
Redda | |
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25 aprile 1945: ci sono
date che ci appartengono come bussole della memoria perché
evocano sentimenti ed emozioni, segnano persone e luoghi,
fanno riemergere valori d’altri tempi come il coraggio,
il sacrificio, la solidarietà.
Ci sono date che sentiamo nostre, che uniscono una
comunità, che rivivono, ogni anno diverse ed uguali, nei
ricordi di chi le ha vissute e rese un bene di tutti.
Pina Borgano oggi ha 90
anni, portati con il sorriso e la forza di chi ha vissuto anni
difficili, col peso di un marito partigiano e di una famiglia
da sfamare.
Erano arrivati da Barge, lei e
Fredo, nell’aprile del 40, pochi mesi e il marito fu chiamato
al fronte: due anni di “garitta” e dolore in Albania finché
non tornò a casa mutilato alla mano sinistra, e della guerra
non volle parlare più.
Fredo divenne poi staffetta partigiana: andava e
veniva, veniva ed andava, mai una parola in famiglia su quello
che faceva perché lo sentiva come un dovere verso se stesso e
verso gli altri.
C’è una data che segna la loro
storia e Pina ricorda tutto di quel giorno: “Era il 29 aprile
1944 quando Giacomo Bellino, il fabbro mio vicino di casa, mi
portò una tremenda notizia: i tedeschi cercavano Fredo, doveva
scappare subito .
Era successo che lui aveva
aiutato quattro soldati che volevano raggiungere i
partigiani: aveva portato loro degli abiti civili che
aveva in casa, ma i quattro furono arrestati e costretti a
confessare.
I partigiani dissero a Fredo di
andare alla Cascina della Cavaliera, oltre la Stura, non c’era
tempo da perdere e lui scappò lì, dalla famiglia
Calvo”.
Trascorsero giorni di ansia e
preoccupazione, Pina restò sola con Rita, la figlia di tre
mesi, ad aspettare una buona notizia.
“Sono trascorsi alcuni giorni e
poi è arrivata una mula a prenderci. Ho fatto un fagotto, ho
stretto a me Rita e col cuore in gola sono scappata anch’io
alla “Cavaliera”. Mi ricordo che ero talmente spaventata che
Rita, a causa del mio latte, si è ammalata di gastrite e
allora i partigiani hanno fatto arrivare alla cascina il
dottor Mussa, partigiano pure lui, per visitare la
piccola”.
Quelli furono anni di grande solidarietà, ma anche di
inaspettati tradimenti. Pina rievoca con commozione la
disponibilità della famiglia che li aveva accolti
.
“La famiglia Calvo era numerosa,
erano in 14 ma non facevano differenza tra noi e loro. Mio
marito li aiutava nei campi e io facevo le calze per tutti, ne
facevo il più possibile per cercare di sdebitarmi. Ancora oggi
sento il dovere di ringraziarli per quello che hanno fatto per
noi. C’era tanta gente buona ma c’era anche chi faceva la
spia. Casa nostra fu messa sottosopra dai tedeschi perché una
nostra vicina li fece entrare; aggiunse pure che se lo avesse
saputo avrebbe detto loro dove eravamo nascosti. Anche questo
non si può dimenticare.”
Dopo due mesi di clandestinità
Pina e Fredo ritornarono in via Caldano, dove abitavano ma la
paura restò.
“I Tedeschi stazionavano a pochi
metri dal nostro cancello, perché lì c’era il posto di blocco;
spesso li sentivamo far baldoria nell’osteria di “Giacu Blin”
e nel campo di bocce vicino a casa nostra. Sovente c’erano i
rastrellamenti, i partigiani catturati venivano fatti sfilare
per le vie del paese per spaventare la gente, vedevamo portar
via persone che conoscevamo, come quelli delle famiglie
Crosetto e Chiabotto, famiglie che videro morire due dei loro
cari”.
Ma la violenza della guerra non
ha colore, come il sangue dei suoi caduti e Pina ce lo ricorda
rievocando un episodio di quei tempi:
“Stavo andando a prendere il pane
quando, proprio vicino alla Chiesa dei Battuti ho assistito ad
una fucilazione. Quattro donne partigiane fucilarono quattro
“repubblichini”, ricordo ancora che uno prima di morire
sussurrava “mamma”. Mandarono a chiamare Don Anglesio,
che benedì le salme”.
La notizia della Liberazione
arrivò veloce, di porta in porta e fu subito festa.
“Noi sentivamo di nascosto
Radio Londra, ci radunavamo intorno al tavolo, a volte
venivano anche i vicini che non avevano l’apparecchio e
ascoltavamo dell’avanzata degli Americani e speravamo nella
fine della guerra. Non ricordo chi ci portò la notizia, so
solo che il 25 aprile siamo corsi tutti in piazza Boschiassi a
far festa. C’erano i carri bestiame bardati con i tricolori,
le bandiere sventolavano ovunque e c’era gente di tutte le età
che si abbracciava, cantava e urlava “Viva la pace, viva la
libertà”.
Gli anni successivi non furono
facili, mancava tutto e bisognava ricostruire, ma c’era un
bene prezioso: la libertà appena riconquistata. Fredo riuscì a
trovare lavoro prima alla Conceria e poi come bidello alle
Scuole Elementari; Pina cercava coi sacrifici di mandare
avanti la famiglia.
“La spesa si faceva con la
tessera e si poteva comprare poco, io ricevevo una doppia
razione di zucchero per via della bambina, così andavo alla
Cascina Formagera e la cambiavo con la farina per fare la
pasta. Rita è cresciuta a “panada” perché era la cosa più sana
e nutriente che potessi prepararle.
Ed è un ricordo della figlia Rita
a testimoniare come la vita del partigiano Fredo fu spesa bene
: “Al funerale di mio padre mi si avvicinarono alcune persone
che non conoscevo: erano ex-partigiani di Ivrea. Mi dissero
che avevano conosciuto papà, che lui aveva salvato molte vite
e aiutato molte persone, che loro erano lì perché avevano
sentito che era mancato un uomo giusto”.
È ascoltando la storia di
Pina e di Fredo, di gente come loro semplice e sincera, che ha
faticato e resistito che riscopriamo, noi italiani del
duemila, il privilegio di poter condividere con altri pane e
libertà.
Antonella Ruo Redda |
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Mercoledì 23 marzo 2005 la
maggioranza di centro destra che regge il Governo Berlusconi
ha definitivamente approvato in Senato la riforma che
distrugge in un sol colpo tutti gli equilibri democratici
della nostra Costituzione: quelli che, nell’organizzazione
dello Stato, conducono e reggono i rapporti tra maggioranze e
minoranze, quelli che disciplinano e controllano i rapporti
tra poteri e contro poteri del Governo, quelli che
garantiscono il mantenimento di condizioni di armonia e di
solidarietà fra unità e pluralismo territoriale.
Con una procedura convulsa, che
ha fortemente limitato i diritti dell’opposizione. La
maggioranza diGoverno in Senato ha costruito un nuovo regime
politico, nel quale un Primo Ministro elettivo avrà il potere
di gestire, senza necessità di investiture istituzionali o di
fiducia, una sua maggioranza in Parlamento, che, in caso di
dissenso, può congedare quando vuole.
La Costituzione del 1948 ci
ricorda che la libertà non ha senso e non si materializza
davvero se non ha la base in un patto condiviso, a partire dal
quale vi sono l’orgoglio dell’appartenenza a un grande Paese,
il senso civico che impronta le relazioni tra i cittadini, una
tavola di valori cui ancorare le scelte politiche concrete,
una “realistica utopia” che presiede alle relazioni con il
resto del mondo.
Per andare avanti su questa
strada devono essere cancellate le norme con le quali in prima
lettura, alla Camera ed al Senato, sono state manomesse le
regole democratiche fissate dalla nostra Costituzione per
l’agire democratico e partecipativo delle nostre
istituzioni.
L’ANPI dovrà essere in prima
linea per opporsi, con lo strumento referendario, alla riforma
della nostra Costituzione, al fine di conservare al nostro
Paese e alla nostra comunità nazionale tutto il patrimonio
etico e politico sorto dalla Resistenza, per una patria
autenticamente democratica nella quale riconoscersi con
orgoglio che sia di esempio nel contesto
internazionale.
Le celebrazioni del 60°
anniversario della Liberazione saranno il primo appuntamento
per rinnovare unitariamente, senza nessuna distinzione,
l’impegno dei cittadini italiani a difesa di quella bandiera
di libertà, di uguaglianza e di giustizia che si chiama
Costituzione.
Il Comitato Nazionale
ANPI
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Abbiamo intervistato
Alberto Dal Poz, Presidente del Gruppo Giovani Industriali di
Torino.
Che
cosa ne pensa della situazione economico – industriale attuale
del Piemonte?
“Malgrado i moderati segnali di ripresa che arrivano
dall’estero, in particolare dagli Stati Uniti, sono davvero
pochi i segnali di crescita e sviluppo dell’economia
piemontese. Le indicazioni che ci arrivano, poi dall’analisi
dell’attività industriale, confermano un profilo piatto del
mercato, una sostanziale stasi degli investimenti e il
protrarsi di un generale clima di incertezza, aggravato dalle
testimonianzedi guerra e di terrorismo che quotidianamente
entrano nelle nostre case. Non mancano, inoltre, i casi di
profonda crisi di importanti aziende torinesi operanti in
settori diversi, dalla meccanica all’ICT. Non voglio, però,
segnare solo casi negativi, esistono infatti casi di aziende
operanti in settori tradizionali e non che hanno notevoli
incrementi di fatturato, di occupazione e di ampliamento della
produzione. Le aziende che sono riuscite negli anni a
differenziare i propri sbocchi di mercato potranno avere buone
possibilità di sviluppo, anche perché il costo del denaro
continua ad essere contenuto. Nello stesso tempo, stiamo tutti
subendo l’impennata dei costi di materie prime fondamentali,
quali l’acciaio e il petrolio”.
Qual
è la sua ricetta per risolvere questa
situazione?
“Per
prima cosa, come rappresentante dei Giovani Imprenditori
Torinesi, voglio e devo essere ottimista. Il primo ingrediente
del cambiamento è sicuramente la presa di consapevolezza delle
realtà e dei contesti industriali eccellenti che
caratterizzano il nostro territorio. Il fatto che le nostre
aziende operino all’interno di filiere fortemente
specializzate e riconosciute in tutto il mondo, deve essere il
punto di partenza. Serve poi una promozione delle nostre
eccellenze a livello internazionale, magari sviluppando nuovi
progetti insieme alle istituzioni locali, porto ad esempio il
caso di “From Concept to Car” per il settore Automive. Venendo
al compito nostro come imprenditori, dobbiamo assolutamente
proseguire lungo la strada dell’innovazione dei nostri
prodotti, processi o servizi: oggi si parla continuamente di
ricerca e sviluppo, solo applicando concretamente questi
principi nelle aziende, con l’aiuto, ripeto, delle istituzioni
locali e del governo potremo cercare di sopravvivere come
aziende e come territorio nell’ambito di uno scenario
competitivo sempre più ampio e difficile.”
Il
Gruppo Giovani Imprenditori di Torino, il primo nato in Italia
continua ancora oggi a mantenere quello spirito e quella
voglia di fare iniziale?
“Forse
dovremmo cercare di aumentare il nostro spirito di
intraprendenza e la continua voglia di fare e sperimentare!
Certo le condizioni al contorno delle nostre imprese sono
molto cambiate rispetto al 1959, quello che però mai deve
mancare ad un gruppo come il nostro è la profonda
consapevolezza di essere una componente importante del
processo di cambiamento della nostra Provinicia e del nostro
tessuto industriale. Se nello svolgere i compiti che ci
spettano durante il nostro mandato, riusciremo a profondere
una parte della passione che quotidianamente ci spinge ad
occuparci in prima persona delle nostre imprese, allora,
davvero, potremo dire di aver dato un reale e propositivo
contributo al miglioramento del nostro sistema industriale.
Daremo del nostro meglio per essere parte attiva nella
realizzazione del programma del nostro nuovo presidente
Alberto Tazzetti che, mi piace sempre ricordarlo, è un nostro
“past president”.
Mara Milanesio
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Come redigere un curriculum?
Quale modello utilizzare? Quali voci prevedere e dove
collocarle? Sono questi alcuni degli interrogativi che spesso
si pongono coloro che devono presentare una domanda di lavoro
allegando la propria “presentazione”: il curriculum vitae.
Dubbi non di poco conto se si pensa che questo spesso
costituisce il biglietto da visita di se stessi, il
“documento” in base al quale si potrà accedere o meno alle
successive fasi delle selezioni, come colloqui o
test.
Al fine di aiutare i cittadini a comunicare le proprie
qualifiche e competenze in modo efficiente e trasparente, la
Commissione Europea ha recentemente approvato un modello
europeo di curriculum vitae, uguale per tutti i paesi
dell’Unione Europea.
Il modello, che ha anche l’obiettivo di facilitare la
mobilità dei lavoratori in Europa attraverso l’introduzione di
uno schema comune di presentazione delle competenze
individuali, quasi certamente diventerà un punto riferimento
per tutti gli aspiranti lavoratori.
È disponibile in tutte le lingue ed è scaricabile da
internet sul sito del ministero del Welfare o andando su un
motore di ricerca e digitando “curriculum vitae
europeo”.
La stesura di un curriculum per coloro che cercano
lavoro assume un significato sempre più importante anche a
seguito della Legge Biagi che ha riformato profondamente il
mercato del lavoro ampliando il numero di soggetti pubblici e
privati coinvolti nell’incontro tra domanda e offerta di
lavoro. La legge Biagi ha introdotto nuovi contratti e ne ha
modificati altri già esistenti regolando l’applicazione con
numerosi decreti, circolari e contratti
collettivi
Il contratto di lavoro a progetto è una delle novità
più importanti della Legge Biagi, poiché sostituisce dal 24
ottobre 2003 i rapporti di collaborazione coordinata e
continuativa che hanno avuto nel corso di questi anni una
grande diffusione.
I contratti stipulati dopo il 24 ottobre 2003 devono
contenere uno o più progetti specifici o programmi di lavoro o
fasi di esso determinati dal committente e gestiti
autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato, nel
rispetto del coordinamento con l’organizzazione del
committente e indipendentemente dal tempo impiegato per
l’esecuzione dell’attività lavorativa.
Invece, il contratto di lavoro intermittente definito
anche a chiamata o job on call è un nuovo rapporto di lavoro
subordinato con il quale il lavoratore si pone a disposizione
di un datore di lavoro in determinati periodi della settimana,
del mese o dell’anno.
La caratteristica principale è
l’alternarsi di fasi in cui non vi è effettiva prestazione
lavorativa ma semplice attesa del lavoratore alla chiamata,
cioè la cosiddetta disponibilità, e fasi in cui vi è
prestazione effettiva di lavoro.
Indubbiamente il lavoro che si prospetta per i prossimi
anni ha caratteristiche atipiche e di forte flessibilità.
Infatti il termine flessibilità negli ultimi anni è entrato a
far parte del linguaggio corrente in tema di diritto del
lavoro da parte delle istituzioni e delle “parti sociali”,
sindacati, associazioni dei lavoratori.
Con Flessibilità s’intendono infatti misure legislative
in grado di rendere il rapporto lavorativo di tipo subordinato
meno oneroso e meno vincolante, senza però far venir meno i
diritti acquisiti del lavoratore.
L’ampio dibattito che si è aperto in Italia sulle
possibili soluzioni per favorire l’occupazione, ha posto in
evidenza alcuni dei fattori più gravi, che ostacolano
l’aumento della domanda di lavoro da parte del settore
privato.
La Confindustria ha più volte indicato nell’elevato
costo del lavoro l’ostacolo principale alle assunzioni a tempo
indeterminato. Gli oneri contributivi e la pressione fiscale,
che comunque gravano anche sui lavoratori, sono tali da
scoraggiare i privati nell’assumere nuovo
personale.
D’altra parte, i contratti di lavoro presentano una
forte rigidità da rappresentare quasi un onere quando
un’azienda si trova nelle condizioni di dover ridurre il
personale a causa di una diminuzione della
produzione.
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Si contano davvero sulla
punta delle dita i giovani che riescono ad andare via di casa,
lasciando la famiglia d’origine, prima dei 30 anni. Lavoro precario,
una carriera futura ancora da costruire sembrano i principali
impedimenti a quello che una volta si apostrofava con l’espressione
“farsi una famiglia”. “D’altra parte noi donne – afferma Simona, di
28 anni, residente a Caselle da due – abbiamo in testa di diventare
mogli e madri, ma con calma. Personalmente ritengo inopportuno
affrettare i tempi, anche se so di non essere più una
ragazzina!”
Le
ragazze ambiscono ad ottenere le stesse soddisfazioni dei loro
coetanei maschi, ma pare che dopo aver iniziato a realizzare
l’obiettivo comincino a pensare finalmente alla famiglia. Ma alcuni
giovani sono poco fiduciosi nel loro futuro professionale. “Non ci
sono più le opportunità di lavoro che avevano i miei genitori –
afferma Marco di 20 anni – Io ora frequento architettura, ma chissà
se riuscirò a trovare lavoro quando finisco. Ogni tanto penso che
devo imparare le lingue orientali e andare in Cina subito dopo la
laurea”.
Invece Roberta laureata in Economia sottolinea quanto “siamo
in una fase di crisi, una fase che va combattuta con coraggio e con
gli investimenti da parte degli imprenditori. Gli investimenti sono
essenziali per la ripresa, non solo dell’economia, ma soprattutto
delle imprese che danno lavoro alla persone. Certo le necessità
delle imprese sono di essere anche aiutate dal sistema finanziario
che deve porsi al fianco delle imprese.”
“Io ho fatto le magistrali, ora fatico a trovare un posto di
lavoro. Magari lavoro per un anno con una cooperativa all’interno di
qualche progetto e poi ritorno a casa. – dice Anna di 35 anni,
sposata con due bambini – Con i tempi che corrono e con il costo
delle vita che aumenta di giorno in giorno non possiamo permetterci
di vivere solo con lo stipendio di mio marito”.
Alcuni giovani cercano lavoro d’estate quando sono a casa da
scuola. “Da quando ho compiuto 18 anni – afferma Clara di 25 anni –
d’estate vado nei villaggi turistici a lavorare, anche se il
rapporto ore lavorate-guadagno non è dei migliori. Però voglio
essere indipendente e non pesare sulle spalle dei miei
genitori”
“Io lavoro in un call centre qui in zona – afferma Andrea di
21 anni – lavoro tre ore tutte le sere, dalle 17 alle 20. Di giorno
vado all’università e quando torno da Torino corro al lavoro.
All’inizio era divertente, poi l’idea di ripetere tutti i giorni le
stesse cose, con le stesse domande e le stessa risposte e con la
cornetta in mano, e dopo una giornata di lezioni e di studio, inizio
a sentire la stanchezza, però preferisco guadagnare qualcosa per le
mie spese.”
“Ho iniziato a fare le promozioni nei supermercati quando
sono diventata maggiorenne- dice Adelina di 20 anni – e mentre sto
studiando continuo a farle il venerdì, sabato e domenica. Cambia
ipermercato e prodotto quasi ogni settimana, ma non sono riuscita a
trovare nessun altro lavoro, meno flessibile e che mi occupi solo i
fine settimana”.
Invece Giovanna di 25 anni ha trovato lavoro andando
all’Informa Giovani di Palazzo Mosca. “Andavo sovente all’Informa
Giovani da Vanina e Paola, e guardando le varie offerte di lavoro
che vengono esposte in bacheca, ho trovato un’agenzia interinale che
stava cercando una segretaria d’azienda. Sono andata dall’agenzia,
ho fatto il colloquio con l’azienda, la quale mi ha fatto un
contratto di tre mesi part-time. Una volta scaduto il contratto mi
hanno assunto con un contratto di due anni e con possibilità di
assunzione a tempo indeterminato. Meno male che a Caselle c’è
l’Informa Giovani!”
Mara
Milanesio | |
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Per provare ad
essere “ecologicamente corretti”, per provare a risparmiare
rispettando l’ambiente tra poco partirà una lodevole campagna
comunale: la raccolta differenziata “porta a
porta”.
Non più i cassonetti per strada e masserizie
ammonticchiate in cattiva mostra accanto ad essi, ma
contenitori per i vari tipi di scarto.
Il tutto per cercare di rendere migliore la
nostra città.
Per capire come stiano effettivamente le cose siamo
andati ad intervistare l’Assessore Comunale deputato
all’Ambiente, Paolo Odetti.
– Assessore Odetti, Caselle e Mappano sono pulite?
–
“Caselle e Mappano sono abbastanza pulite. Il livello
complessivo dipende dai soldi dell’Amministrazione e quindi
dei cittadini.”
– Come intendete migliorare la pulizia della nostra
città? –
“Innanzitutto per fare un buon lavoro abbiamo bisogno
anche che i cittadini segnalino all’Ufficio zone in cui
permangono rifiuti o, ad esempio, resti di incidenti. Non
solo. Anche i cittadini devono fare la loro parte: il
regolamento comunale in materia sin dagli anni 60 o 70 chiede
che siano i proprietari degli immobili o i negozianti a pulire
i marciapiedi di fronte alle case. Dal prossimo mese di giugno
partirà la raccolta differenziata casa per casa. Questo
agevolerà anche la pulizia delle strade, poiché rimuoveremo i
cassonetti attorno a cui c’era dello
sporco.”
– Come funzionerà la raccolta differenziata?
–
“A metà aprile inizieremo a distribuire il materiale
informativo e con la Fiera del 1° Maggio apriremo il punto
informativo, a cui seguiranno degli incontri con la
cittadinanza. Nei punti informativi verranno distribuiti i
nuovi contenitori (per l’organico, il vetro, la carta e per
l’indifferenziato ed un sacchetto nero per la plastica). Poi
divideremo il paese in zone ed invieremo le informazioni ed il
calendario in cui la famiglia o il condominio dovranno esporre
il contenitore. A Mappano, però, partiremo un po’ dopo per
aspettare il Comune di Borgaro e dare un servizio omogeneo su
tutta l’area”.
– Perché questo sistema? Dobbiamo forse incrementare la
raccolta differenziata? –
“Le famiglie casellesi raccolgono in modo differenziato
il 24% degli scarti, che sale al 33% includendo le aziende. Il
progetto di raccolta casa per casa dovrà far salire queste
cifre ad almeno al 55%, ma si spera anche al 60%. Si deve
comprendere, anche se non si ha un animo ambientalista, che lo
smaltimento dei rifiuti ha dei costi sempre crescenti.
L’inceneritore che verrà costruito dovrà bruciare, per la
legge Ronchi, solo materiale selezionato e lasciare alla ditta
la selezione ha costi dieci volte superiori. Tutti questi
costi, si badi bene, colpiscono le tasche dei casellesi,
quindi, che lo si faccia per amore della natura o per amore
del proprio portafoglio, la raccolta differenziata ha solo
vantaggi”.
Magari all’inizio qualcuno si preoccuperà per i troppi
contenitori, dirà che era meglio prima, ma alla lunga ci sarà
da ricredersi.
Il bilancio comunale ne risentirà in modo positivo e
poi se riusciamo pure a dare una mano a tenere più pulita
Caselle e questo vecchio mondo non è che vada male, che
“sgogni”, o no?
Davide Gosti
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Venerdì Santo è un giorno di
sofferenza. La sofferenza che si ricorda nasce dalla violenza.
Ciò nonostante qualcuno ha pensato bene di usare violenza
contro contro gli arredi di Piazza Boschiassi. I fiori sono
stati presi e buttati nella fontana rovinando le fioriere ed i
fiori. Non solo. La terra, i petali e le foglie hanno intasato
la fontana, e questo è solo l’ultimo episodio di vandalismo
nella nostra città.
Come si può pensare di avere una
bella città se c’è chi continua a danneggiarla? Per
l’Assessore Odetti «contro questo vandalismo dei ragazzini,
una valida soluzione può essere la videosorveglianza con la
telecamera piazzata sui mezzi dei vigili, che, nel primo mese
di sperimentazione, ha dato ottimi risultati».
Il Comandante dei Vigili Urbani,
dott. Alessandro Teppa, sottolinea che «il Corpo dei Vigili ha
pochi effettivi. Se durante le ore diurne viene svolto un
ottimo lavoro di prevenzione, di notte la competenza passa ai
Carabinieri che fanno un ottimo lavoro, ma non possono essere
ovunque e per fermare questi vandali occorre coglierli sul
fatto».
Il problema è serio ed è di
tutti. Sia dei giovani vandali, sia di noi cittadini che siamo
chiamati a pagare le spese che i loro atti producono. Soldi
che potrebbero essere ugualmente spesi per abbellire ancora di
più la città. Non è quindi solo dal lavoro dei Vigili e dei
Carabinieri che possiamo attendere dei risultati: tutti noi
dobbiamo vigilare e segnalare quello che sappiamo e vediamo.
Perchè tutto ha un costo ed è un costo che ricade su di noi
tutti.
Mi chiedo anche perché avvengano
questi atti. Forse perchè a Caselle non c’è nulla da fare?
Forse perchè non controlliamo abbastanza i nostri figli? Sono
tutte ipotesi che non giustificano il distruggere le proprietà
comuni.
Davide Gosti
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È il titolo della
conferenza, che si è tenuta nella sala Fratelli Cervi, la sera
del 1 aprile, organizzata dall’associazione di volontariato
“Progetto Cernobyl” di Caselle, in collaborazione con
l’assessorato alle politiche educative e culturali.
L’iniziativa è la prima della serie di manifestazioni per il
decennale della fondazione dell’associazione casellese, che
dal 1996, si è occupata di gestire progetti di accoglienza,
ospitando per un mese all’anno un gruppo di bimbi; in totale
148 bimbi provenienti dalle zone interessate dal noto
incidente nucleare. Nell’introduzione di serata, il numeroso
pubblico, è stato invitato al secondo appuntamento già
programmato per il 15 aprile, dove il tema sarà meno tecnico
ma altrettanto interessante; si evidenzieranno i problemi
sociali e sanitari conseguenti alla tragedia, le motivazioni,
i benefici sanitari e psicologici dell’accoglienza temporanea
fuori dalle aree ancora tutt’oggi fortemente compromesse.
L’invito a cogliere l’opportunità di informarsi, non è solo
rivolto alle famiglie ospitanti, ma a tutti coloro che hanno
voglia di conoscere meglio fatti di un passato recente.
L’assessore Bertini ha poi voluto con poche e significative
parole elogiare l’impegno costante di tutto il direttivo
dell’associazione; ringraziando la tenace signora Ida
responsabile dell’associazione sin dal ’98; ha ricordato che
il Comune anche quest’anno ha deliberato di sostenere
l’iniziativa con il patrocinio e la copertura delle spese per
il viaggio aereo degli ospiti.
È iniziata poi la relazione
dell’esperto, Giampiero Godio, responsabile Legambiente
Piemonte – settore energia, dichiarando che la centrale di
Cernobyl non era obsoleta, anzi era tecnicamente avanzatissima
per i tempi; che gli addetti erano certamente qualificati, ma
che l’incidente è stato causato da un errore umano, senza
alcun dubbio evitabile. L’anniversario dell’evento è molto
prossimo: dall’1.23’ del 26 aprile 1986 una nube radioattiva
uscita dal reattore n.°4, ha percorso migliaia di chilometri,
interessando anche parte della nostra Regione (si stima che le
vittime per cause indotte dalle radiazioni di Cernobyl, solo
in Piemonte, siano quasi 400). Da situazioni analoghe, da
qualsiasi grave evento meteorologico, da eventi esterni
seppure straordinari come la caduta di un aereo, si può
verificare quello che è successo a Cernobyl, con conseguenze
incalcolabili. Già dai primi anni ’40 appare evidente il
vantaggio di costruire centrali nucleari civili che, mentre
producono energia, possono fornire plutonio e altro materiale
fissile per uso militare e allo stesso tempo permettono di
ammortizzare i costi con la vendita dell’energia prodotta.
L’industria elettronucleare nasce dunque come ricaduta
tecnologica del nucleare militare e serve anche allo sviluppo
di quest’ultimo. Lo sviluppo prende avvio negli anni ’60 e
raggiunge il suo apice negli anni ’70 e ’80 con la presenza
nei soli USA di 105 impianti. Lo stretto legame tra nucleare
civile e militare favorisce quindi la proliferazione delle
armi nucleari. Al pericolo della proliferazione “segreta” si
aggiunge quello dell’impatto ambientale degli impianti
nucleari. Anche nel loro normale funzionamento emettono
radioattività in piccoli quantitativi dato che i sistemi di
filtraggio non possono eliminare tutta la radioattività
dall’aria e dall’acqua che vengono continuamente aspirate ed
espulse; anche piccole dosi di radioattività, nel tempo
possono essere causa di danni agli esseri viventi come cancro
e malformazioni genetiche. Le maggiori fuoriuscite di
radioattività da centrali sono però imputabili a guasti o
incidenti. Tra questi rientra anche quello avvenuto nel marzo
’79, in Pennsylvania, nella centrale di Three Miles Island,
ove una semplice frattura di una pompa provocò la fusione
parziale del cuore del reattore e la fuoriuscita di materiale
radioattivo. L’incidente viene tenuto nascosto e sarà scoperto
solo perché un radioamatore intercetta una comunicazione dei
vigili del fuoco. Dopo la diffusione della notizia vengono
evacuati 3.500 bambini, e subito dopo tutti i residenti nel
raggio di 20 Km; più di 100.000 persone sono costrette a
lasciare per sempre le loro abitazioni. Le conseguenze
sanitarie di questo incidente non sono note. Di Cernobyl si sa
molto o forse non ancora tutto. Di sicuro la catastrofe
provoca il rilascio di una radioattività pari a 200 volte
quella complessiva di Nagasaki e Hiroshima. E il bilancio,
tragico, è ancora aperto. L’Ucraina e in particolare la
Bielorussia sono diventate il più grande laboratorio vivente
di sperimentazione e di studi degli effetti delle radiazioni.
Molti ricordano solo questo
incidente, ma non sanno che dagli anni ’50, se ne sono
registrati a decine, più o meno gravi: ad esempio, il
18/11/99, un Tornado della Raf, in esercitazione, precipita a
meno di 600 metri dalla centrale nucleare di Torness, in
Scozia.
Esiste poi un’enorme problema per
smaltire le scorie; i rifiuti generati dagli impianti nucleari
non trovano facili soluzioni. Per questo motivo è molto
critica la situazione di Saluggia dove insiste il più grande
quantitativo di scorie radioattive d’Italia, che ultimamente
vengono trasportate in treno e Sellafield, in Inghilterra, per
il “riprocessamento” cioè per ricavare una quota di uranio a
scopi militari. Questa decisione dell’attuale governo è
ritenuta eccessivamente pericolosa da tutta la comunità
scientifica che ritiene l’operazione in se rischiosa per il
personale addetto e per il fatto di mettere in viaggio
materiale radioattivo in un periodo delicato come
l’attuale.
Godio, dopo aver fatto vedere un
breve ma toccante filmato in cui si vedono molti bambini,
ricoverati in un ospedale, che soffrono le conseguenze di
Cernobyl, ha concluso dicendo che sono quindi innumerevoli le
ragioni per cui la scelta del nucleare non è assolutamente
raccomandabile.
Una conclusione seguita da una
lista di soluzioni alternative all’odierna produzione di
energia: carbone, petrolio, gas sono in fase di rapido
esaurimento e causa di aspri conflitti, sarebbe sufficiente
essere meno spreconi, riducendo la temperatura nelle nostre
case, usando accorgimenti nelle nuove costruzioni.
Basterebbero un miglior l’isolamento termico delle case,
pannelli solari e caldaie che producono elettricità e calore
contemporaneamente per risparmiare il 50% sul riscaldamento,
invece noi consumiamo il doppio, per unità di superficie, dei
Paesi del Nord, notoriamente più freddi e non sfruttiamo
minimamente l’energia solare che è l’unica totalmente gratuita
e assolutamente non inquinante.
Ernesto Scalco
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Una discarica a cielo aperto
dove, probabilmente, trovano dimora anche rifiuti tossici. A
Mappano di Caselle, nella zona industriale che segna il
confine con il comune di Leinì, nel corso degli ultimi mesi è
andata ad accumularsi una montagna di rifiuti che sta portando
nell’ulteriore degrado una zona che, da anni ormai, sfugge
continuamente ai tentativi di riqualificazione operati dalle
amministrazioni comunali. Non è bastato, infatti il continuo
insediarsi di piccole e medie aziende: in quella zona le
discariche a cielo aperto spuntano come funghi, di notte regna
la prostituzione e, visto quello che si può trovare a terra
passeggiando a bordo strada, appare chiaro che la zona è
spesso “utilizzata” come rifugio anche da drogati e
spacciatori. Nell’occhio del ciclone, in particolare, via
Vittona e via Cottolengo.Entrambe buie di notte, corrono per
lunghi tratti nella campagna mappanese. Un isolamento naturale
e una mancanza di controlli che coincidono, purtroppo, con la
mancanza di rispetto per l’ambiente. Via Cottolengo, ad
esempio, lunga circa due chilometri, è praticamente invasa da
pattumiera di ogni tipo.Dal supermercato “Mercatone Uno” fino
all’ultima azienda, infatti, sul lato della strada, scarichi
di materiale edile, guaine impermeabilizzanti di catrame,
televisori disttrutti, pneumatici di auto e camion, sanitari
in ceramica e, purtroppo, anche diverse siringhe lasciate fin
troppo in vista. “Non c’è illuminazione, la strada è piena di
buche e i rifiuti pericolosi si moltiplicano di giorno in
giorno – denunciano alcuni cittadini residenti nelle zone più
periferiche di Mappano – qbbiamo paura, quando tramonta il
sole, ad avvicinarci in quella zona”. Non solo: nascosti tra
la paglia e i frigoriferi ammassati stranamente in ordine,
giacciono anche due fusti che, probabilmente, sono ancora
pieni di liquidi non meglio identificati. Purtroppo gli enti
si rimbalzano la competenza dello smaltimento dei bidoni e
intanto la pattumiera resta ai bordi della strada. Uno
spettacolo indecoroso.
A.P. |
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In ricordo di Giovanni
Aghemo
“Ciau, bel cit!”
Nella notte tra il 28 e 29
marzo scorso è mancato, passando nel sonno alla morte,
Giovanni Aghemo, classe 1927, tra le figure più belle del
volontariato casellese.
Tra i fondatori dei volontari
della Croce Verde, dell'AIDO, presidente dell’AVIS per molti
anni, guadagnandosi in questa associazione la medaglia d’oro,
ed anche consigliere comunale. Ultimamente, ancora, in carica
come presidente della Confraternita dei Battuti, che ha
avviato l’opera di restauro della Chiesa e dei dipinti. Per
questo motivo le offerte raccolte durante il suo funerale sono
andate a questo fine.
Tutti a Caselle lo conoscevano
poiché ad una messa o ad un funerale lo hanno visto accanto al
celebrante ad intonare i canti liturgici.
Sicuramente la sua vita è stata
adoperata per venire incontro ai bisogni di tante persone,
ottenendo come riconoscimento (come un giorno scrisse un
nostro amico) “... la soddisfazione tutta Cristiana di avere
dato qualche cosa di te anche agli altri”.
Estroverso, di carattere
gioviale, pronto alla barzelletta e alla battuta umoristica.
“Ciao bel Cit” il saluto preferito. Mentre ti guardavi intorno
se vi fosse qualcuno con quelle caratteristiche, lui ti
arrivava vicino e parlava. Non te ne accorgevi che il tempo
passava rapidamente.
Lo scorso anno passando nella
sede della Pro Loco, Milva (la Signorina della Pro Loco) quasi
implorandolo gli aveva detto “venga ancora Giovanni quando
pieghiamo i giornali. Ci manca tanto!”. Lui annuì, non
esternando la tragedia che stava vivendo: la malattia della
moglie Luigina e la morte poco più di tre mesi
orsono.
Dopo oltre 50 anni di vita
coniugale, ha visto spegnersi giorno dopo giorno sua moglie,
rimanendo ferito profondamente.
L’abbiamo incontrato verso la
metà di gennaio nei pressi di casa sua. Era la controfigura di
Giovanni Aghemo.
Lui che decantava la sua velocità
nell’addormentarsi e che con un poco di orgoglio ci aveva
raccontato di essersi, tra l’ansia dei familiari, addormentato
addirittura, nella vasca da bagno, è passato dal sonno alla
morte.
Al figlio Dott. Giorgio, tra i
fondatori di Cose Nostre, medico chirurgo, già Sindaco della
città di Caselle, attualmente consigliere comunale, alla nuora
Tiziana ed alla nipote Giuliana, giungano le cristiane
condoglianze di questo giornale.
A Giovanni un cordiale grazie di
quello che ci ha insegnato, ma soprattutto di quello che ci ha
dato.
Luigi
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Quando sono tornato, ho
scoperto che Giovanni, Giovanni Aghemo, se n’era andato e
manco avevo potuto partecipare ai suoi funerali.
Glielo dovevo. Così come tanti
casellesi.
Quanti di noi si sono sentiti
salutare con il suo “Ciau, bel cit” per strada, all’Avis o
ovunque ti trovasse?
Di lui ho ricordi cari. Una notte
dormita in piazza nell’inverno che promuovemmo un banco di
beneficenza per raccogliere fondi per acquistare un rene
artificiale; tre vacanze di cui una specialissima passata a
ridere nelle Dolomiti, con Giorgio e Dario Pidello. Con
Luigina.
Giovanni se n’è andato tre mesi
soli dopo la sua adorata, mi dicono nel sonno, dopo che
comunque aveva provato a vivere, persino a far risuonare
ancora la sua voce da “tenorino”. Mancheranno a tanti le sue
battute, la sua ironia: la sua comicità.
Se n’è andato un giusto, uno di
quelli sulle cui tombe in Israele si posano più volentieri i
sassi del ricordo.
Non c’ero, ma glielo poso
ora.
Elis
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C’è stato un
momento preciso in cui Pietro Gila ha temuto fortemente di non
invecchiare: eravamo nel ’46 e mentre stava provvedendo alla
manutenzione di una cabina elettrica, qualcuno pensò bene di
riavviare la corrente regalandogli una bella scossetta da
6.000 volt.
“Probabilmente è stata proprio quella “beda” a dargli
quel qualcosa in più che lo rende ancora arzillo anche
adesso che è arrivato a 100 anni”, confida uno dei suoi
familiari.
Già, 100 anni. Perché tanti ne ha compiuti questo
vercellese nato il 6 aprile del 1905 e casellese d’adozione
fin dal ’72.
A festeggiare nonno Gila c’era anche il sindaco
Giuseppe Marsaglia e la festa per il neo centenario è stata
davvero intensa nella casa di Via Italia
’61.
Tutta la comunità di Caselle augura a Pietro Gila… 100
di questi giorni, pur sapendo che questo traguardo lui l’ha
già tagliato in scioltezza.
Auguri, Nonno Gila. Anche da “Cose
Nostre”.
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Quante sono le giovani
massaie, prossime e recenti spose, che sanno tirare la pasta
per le lasagne con il matterello o infarcire cannelloni,
rotolini, o i rituali agnolotti, inventare torte e tortine dai
gusti più disparati?
C’è da scommettere che siano
poche, e allora si può proporre di venire a imparare dai
bambini o meglio dai piccoli cuochi della scuola di cucina
casellese. Hanno dato una dimostrazione lampante, nel concorso
“La ricetta inventata” sabato 19 marzo presso l’auditorium di
viale Bona, dell’abilità e della passione che si può acquisire
con un giusto insegnamento.
In questo caso il merito va riconosciuto a Raffaela De
Carlo che ostinatamente ha impostato l’iniziativa della scuola
di cucina fin dal 1999, ben supportata dall’Amministrazione
Comunale con i mezzi a disposizione, mai abbastanza adeguati
all’importanza della proposta. Lo scopo principale della
scuola è la ricostruzione dell’anello mancante nella
trasmissione di conoscenze nel campo alimentare, rappresentato
un tempo dalla famiglia. Sradicamento da nuclei familiari,
mancanza di tempo da parte dei genitori, pressati da
irrinunciabile lavoro, ha fatto perdere tanti valori
tradizionali, non solo, quel ch’è peggio, la non conoscenza
degli alimenti, della loro natura, della loro provenienza,
della loro produzione. Ne sono testimoni continue ricerche
condotte presso le scuole che rilevano profonde
ignoranze.
Ben vengano allora iniziative
come queste che riescono a coinvolgere costruttivamente e
allegramente i bambini, i ragazzini insieme ai genitori e ai
nonni.
Il concorso ha il pregio di
evidenziare l’attività dei giovani cuochi e compendia il
lavoro del primo trimestre, mentre a fine anno scolastico,
quindi a giugno, si svolgerà il saggio finale.
Le lezioni avvengono tutti i
giorni dalle 14 alle 19 per i diversi gruppi che si
avvicendano una volta alla settimana, sia per laboratori
scuola in orario scolastico che per gli extra, per un’età
compresa dai 5 ai 13 anni.
Il risultato è evidente già
dall’elenco delle portate che segniamo a lato, insieme al nome
dei partecipanti; è stato un successo che ha creato meraviglia
nella giuria composta oltre che da autorità locali, da
professionisti del settore, quali il presidente
dell’Associazione Cuochi di Torino e Provincia
LambertoGuerrer, dal formatore A.I.B.E.S. associazione barmen
Sante Schena, e dallo stesso coordinatore Vattano Gianni,
emerito professore del settore.
I diciassette piatti preparati
per ognuno dei dieci giurati sono stati presentati con
comprensibile emozione, ma anche grande entusiasmo dagli
stessi artefici che risultano sicuramente essere tutti
vincitori anche se il concorso deve esprimere per le sue
finalità giudizi soggettivi, come puntualmente registriamo,
nella scheda a parte.
L’aria di festa della
manifestazione con i bambini eccitati nel ruolo di
partecipanti, i genitori che hanno un’ottima occasione per
conoscersi, gli amici, gli invitati, rappresenta un aspetto
positivo, ma non ci deve far dimenticare il grande lavoro
dietro le quinte con i sacrifici, la pazienza, di allievi e
insegnante.
Alla presenza di così vasto
numero di ricette inventate non possiamo fare a meno di
pensare all’aforisma numero nove del celebre filosofo del
gusto, Brillat-Savarin, in cui afferma che “La scoperta di un
manicaretto nuovo fa per la felicità del genere umano più che
la scoperta di una stella”. Una felicità alla quale i piccoli
cuochi stanno dando massiccio contributo.
Domenico Musci
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Aldo Merlo mi
aveva descritto per filo e per segno di che cosa era capace la
nostra Scuola Casellese dei Piccoli Cuochi, ma quello che ho
visto (e, da giurato, gustato alla grande, oh yes!) è andato
al di là di ogni più rosea aspettativa.
Ma Caselle non era un paese morto? Le iniziative non
nascono sempre altrove?
Vedere di che cosa sia stata capace Raffaela De Carlo è
stato davvero un piacere.
Bimbi che in altre occasioni ho visto incapaci di
tacere neppure sotto la minaccia di un bazooka, bimbi che sui
banchi di scuola si ritrovano afflitti da deboscia al cospetto
d’un testo per di più regolativi, magicamente mi sono apparsi
lindi, disciplinati come orologi svizzeri, con una capacità
d’esposizione delle loro creazioni da destare
“maraviglia”.
E si badi che grido al bello perché non ho visto
dei piccoli mostri da esposizione, dei saputelli da quiz: no,
ho visto “cittadini sovrani”, gente che avrebbe mandato in
sollucchero Don Dilani, gente a cui importava (“I care”) e di
molto quello che stavano facendo.
Ora io non so se nel tanto provincialismo che ci
pervade domani qualcuno verrà a dirmi che scrivo cose così per
pura lusinga e per blandire. Poco me ne curo e poco me ne
curerò. Ho scoperto un’altra cosa che mi rende fiero di essere
casellese, e bene ha fatto l’amministrazione ad essere vicino
ad un progetto così (se poi si riesce ad alzare anche il
numero di kilowatt fruibili dai nostri facciamo tombola e i
due forni non faranno più saltare il “salvavita”…) che altri
comuni vicinori e non tendono ora a copiare.
Raffaela De Carlo, in tempi bassi, ha fatto davvero una
cosa eccellente: i suoi sono piccoli cuochi, ma sono davvero
una grande cosa.
Chapeau!
Elis Calegari
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Lo sapevate che i
pisellini verdi primavera sono coltivati dagli gnomi: “lo
fanno vedere in televisione!”; che le uova crescono “alla
Auchan”: “mia mamma le compra sempre lì”; che i bastoncini di
pesce sono pescati, così come si vedono nel piatto
naturalmente, da Capitan Findus in persona?
E che dire quando si sente: “Maestra, la mortadella non
mi piace!”, ma nel piatto c’è un filetto di
platessa?
In trent’anni di tempo pieno e relative mense ci sono
passati davanti agli occhi bambini dai gusti e dalle
conoscenze culinarie più disparate: da chi non aveva mai
assaggiato la purea, a chi non aveva mai visto in tavola lo
spezzatino o la macedonia.
La fame e i gusti dei bambini sono cambiati moltissimo
negli anni: i primi tempi andavano via come neve al sole
piattoni di pasta al sugo o al pesto, cestini di pagnottine,
per non parlare delle banane.
Far assaggiare tutto ciò che c’è nel piatto, ora, è
pressoché impossibile. Vedere terminata la porzione, poi, è
quasi sbalorditivo. I cestini del pane vengono ritirati quasi
intatti. Provate a chiedere chi vuole uno spicchio di arancia:
la percentuale dei rifiuti è altissima... meglio una spremuta,
non bisogna masticare. I mandaranci? Sì, ma rigorosamente
senza semi: troppa fatica riuscire a separare la polpa dagli
ingombranti semini!
Una bella fetta di torta al limone, allora. No, sono
stufi anche di quella.
Provate, però, a dare ai bambini sacchetti di patatine
salate, al gusto di formaggio, di pomodoro, di pizzaiola,
anche un po’ piccanti, merendine, pop-corn, e chi più ne ha
più ne metta: siate sicuri che andranno a ruba, anche tra chi
a tavola di fronte ad un bel piatto di pasta storce il
naso!
Sono bambini! Certo, ma se l’allarme obesità è
all’ordine del giorno, forse è meglio fermarci a
riflettere.
L’educazione alimentare è ormai patrimonio di quasi
tutte le scuole: si parla di vitamine, di sali minerali, di
alimenti che combattono i radicali liberi, che aiutano a
crescere sani e forti.
Si cerca di tornare a far conoscere “di persona” a
bimbi che magari sanno tutto su squali-tigre, armadilli,
bradipi, visti in tivù nei tanti documentari, gli animali da
cortile, patrimonio del nostro territorio. Si va perciò alla
ricerca di galline (“sono loro a fare la uova che mamma compra
al supermercato”); mucche (“come la Lola”); conigli, maiali,
oche: animali comuni, ma che suscitano sempre la sorpresa dei
piccoli.
L’ultimo suggerimento che gli esperti danno ai genitori
per ridare ai bambini il piacere del cibo è quello di
coinvolgerli nella preparazione del pasto: impastare gli
ingredienti della torta, delle tagliatelle o della focaccia,
raccontare cosa è stato fatto, seguendo l’ordine giusto e poi
assaggiare il risultato ottenuto.
Insomma, il segreto è aiutarli a preparare un bel
piatto di... tagliatelle di nonna Pina! E buon
appetito!
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meteo nostro
Osservazioni effettuate a Caselle
Torinese Cascina Gallo Grosso (262 m.
lm.)
A cura di Luigi
Chiabotto |
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FEBBRAIO 2005
- Temperatura minima: -9,5° i giorni 7 e 27
- Temperatura minima più alta: -1° il giorno 5
- Temperatura minima media del mese: -6,19°
- Temperatura massima: 12° i giorni 1,3,11 e 13
- Temperatura massima più bassa: -1° il giorno 5
- Temperatura massima media del mese: 0,175°
- Giorni con temperatura minima di ZERO o meno gradi:
28
- Giorni con temperatura massima di 10 o più gradi:
6
- Giorni con pioggia o neve: 1 - Totale 12 cm. di
neve
- Totale pioggia e neve fusa nel mese: mm. 10
- Giorni senza sole: 3
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Pioggia e neve fusa di questo mese,
media dal 1980 : 40,61 mm.
- Giorni senza sole: 4
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FEBBRAIO 2004
- Temperatura minima media del mese: -2,26°
- Temperatura massima media del mese: 8,21°
- Temperatura media del mese : 2,98°
- Giorni con pioggia o neve: 5
- Totale pioggia e neve fusa: mm. 109
- Giorni senza sole: 4
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Caselle non è fatta solo di
tetti
L’assessore Paolo Gremo presenta la terza edizione
della manifestazione enogastronomica del salame della turgia,
che si terrà domenica 22 maggio “Quando siamo partiti con
questa avventura, – ci confida l’assessore Paolo Gremo –
intendevamo riproporre un prodotto tipico ormai dimenticato.
Il nostro primo obiettivo, perciò, è stato quello di dare
nuova visibilità ad una peculiarità del territorio,
studiandone le caratteristiche organolettiche e le radici
storiche.
Nella seconda edizione ci siamo
dedicati alla commercializzazione del prodotto. Quest’anno,
dato che il salame della turgia è entrato a tutti gli effetti
nel Paniere della Provincia di Torino 2006, ci sembra giusto
allargare gli orizzonti per provare a dare un tocco di
esterofilia alla nostra sagra.
Ha presente il Salone del gusto?
Lo Slow Food l’ha gemellato a “Terra Madre”, invitando
produttori da tutto il mondo. Bene, non così in grande, ma
questo è ciò a cui noi ci ispiriamo.
D’altra parte in una società
sempre più multietnica, perché non cercare di fondere
caratteristiche sociali, culturali e gastronomiche?
L’Amministrazione Comunale in
stretta collaborazione con lo Slow Food, le Confraternite, i
commercianti e le varie associazioni, sta lavorando da tempo a
questo progetto, contattando le Confraternite delle diverse
regioni italiane, cercando anche di oltrepassare i confini,
per far confluire qui a Caselle a maggio prodotti tipici da
conoscere, rivalutare, divulgare, accompagnandoli a note di
folclore, di cultura, di colore del luogo di
provenienza.
Puntiamo ad avere prodotti di
alta qualità presentati dai loro produttori.Questo può essere
lo specchio per un futuro sviluppo della nostra città:
dimostrare che sotto i tetti che si vedono dall’aereo vive una
popolazione attiva, che sa proporre e proporsi per uscire dal
guscio.
L’appuntamento di domenica 22
maggio, inserita nel calendario ufficiale delle manifestazioni
della Provincia, sarà la conclusione di una settimana densa di
iniziative, a cui è invitata tutta la cittadinanza.
I primi ad essere coinvolti
saranno i ragazzi delle scuole, perché sono il nostro futuro,
vivranno sempre più a contatto con altri popoli, che
porteranno con sé culture e tradizioni diverse.
Proprio per insegnare loro che
tutto è arricchimento, stiamo approntando degli appuntamenti
di educazione alimentare per presentare cibi, lontani
geograficamente, ma che potrebbero rappresentare una
compensazione alla nostra alimentazione.
Lungo la settimana precedente la
sagra, poi, in luoghi diversi della città si terranno serate
di degustazioni guidate, condotte dallo Slow Food, con
abbinamenti equilibrati tra cibo e bevande.
Stiamo cercando di realizzare
menù degustazione dei prodotti del paniere nei ristoranti
della città, grazie alla collaborazione dei
ristoratori.
Sarà un grande avvenimento per la nostra città, tutti i
cittadini sono invitati a partecipare numerosi, anzi colgo
l’occasione per dare la mia disponibilità ad ascoltare
suggerimenti, proposte costruttive per rendere ancora più
esaltante la “3° Edizione della Sagra del salam d’la
turgia”.
Patrizia Bertolo
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Il 23 marzo 2005, nel
cortile della scuola comunale Gianni Rodari, di Viale Bona, si
è tenuta “La festa degli alberi”, organizzata e presentata dai
ragazzi del CCR insieme a Vanina e Paola.
Il sindaco e gli assessori hanno
fatto dei piccoli discorsi, nei quali hanno raccontato che
questa festa, caduta in disuso, li riporta alla loro infanzia
quando era celebrata ogni anno con felicità, magari perché si
stava un giorno in più a casa. Questa festa vuole far
riflettere un po’ sulle condizioni del nostro pianeta, su
quanto sono utili per noi le piante, i boschi e le foreste,
perché non ci danno solo frutti e legname, ma ci servono per
respirare perché producono ossigeno. E senza di loro noi non
potremmo vivere.
In più c’è stata la benedizione
di don Claudio; e poi tutte le classi si sono radunate intorno
alle buche per piantare gli alberi. Prima di tornare sui
banchi di scuola si è assaporata una mela in compagnia a
scherzare, ma anche a riflettere su quello che era stato
appena detto.
Ora i bambini delle scuole
elementari dovranno fare attenzione a mantenere gli alberi
appena piantati, a non rovinarli e lasciarli ai prossimi
alunni che frequenteranno quella scuola.
Giorgia Zentilin (III
media)
Secondo me la festa degli alberi
è un giorno molto importante per la natura, perché è come se
fosse una persona che rinasce in una nuova vita. Io come
partecipante mi sono molto divertita perché si parlava di una
cosa molto seria.
I consiglieri del CCR hanno
distribuito alla fine della manifestazione una classe a
ciascun bambino.
Spero sia stata una splendida
giornata di sole e di natura anche per il Sindaco, per la
Direttrice e per le maestre.
Daniela Traina
(elementari)
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MARZO
2005
-Temperatura
minima: -13° il giorno 2
-Temperatura
minima più alta: 9° i giorni 29 e 30
-Temperatura
minima media del mese: -0,66°
-Temperatura
massima: 26,5° il giorno 19
-Temperatura
massima più bassa: 0,5° il giorno 3
-Temperatura
massima media del mese: 14,11°
-Temperatura media
del mese: 6,73°
-Giorni con
temperatura minima di zero e meno gradi: 16
-Giorni con
temperatura massima di 10° o più gradi: 25
-Giorni con
pioggia o neve: 5
-Totale pioggia e
neve fusa: 52,5 mm. Neve: 2 cm. il giorno 3 ,36 mm. caduti tra
il 26 e il 27
-Giorni senza
sole: 1
•
Pioggia e
neve fusa di questo mese, medi dal 1980: mm.
59
MARZO
2004
-Temperatura
minima media del mese: 1,31°
-Temperatura
massima media del mese: 13,19°
-Temperatura media
del mese: 7,25°
-Giorni con
pioggia o neve: 4
-Totale pioggia e
neve fusa: 52,5 mm.
-Giorni senza
sole: 4
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Anche se
climatologicamente l’inverno era finito col 28 di febbraio,
l’inverno, in questo marzo 2005 è continuato fino al mattino del
giorno 16, passando per i –10,2° del giorno uno e addirittura ai
–13° il mattino del giorno 2. Record delle minime per la
nostra serie! E la media delle minime, seppur di poco, è stata
negativa: –0,66°
I
primi due giorni con aria polare. Poi per una piccola intromissione
da Sud di aria più tiepida, il giorno 3 arrivano due cm. di neve
molto farinosa per la bassa temperatura, –6°, che creano subito
ghiaccio sulle strade con relativi fuori-strada. Alla sera del
giorno 4 in campagna non vi è più traccia di neve per il clima
tiepido del giorno.
Tra il 5 e il 6 notiamo un gran movimento di merli. Animali
piuttosto avanti dei cespugli e delle rive. Stanno cercando il posto
per costruire il nido, che sarà sempre in basso di un cespuglio.
Anche le gazze sono a coppie. Sentono che andiamo verso la
primavera: il risveglio della natura. Domenica 6, una bella
giornata, ma nessuno nei prati a raccogliere l’insalata. I prati
sono ancora bruciati dal freddo. Una bella settimana dal 6 al 13, ma
ancora senza pioggia.
Il giorno 12 sono molti gli storni e le cesene assieme nei
prati. Siamo nelle due settimane a cavallo di S. Giuseppe che gli
studi ornitologici dicono di un gran movimento di migratori. Alati
che vengono e alati che vanno. Il pettirosso è uno di questi ultimi.
Dal giorno 14 è fusa la neve anche nelle zone esposte a Nord per
l’aria tiepida che arriva da Sud e l'alta pressione che frena tutti
i movimenti d’aria.
Il 17 le minime diventano positive e sui rami dei platani
nell’ombra dell’alba si vedono molte cesene. Sono i ciak, ciak, come
sono chiamate in dialetto, per il loro grido: ciak,
ciak!
Rientrano verso il Nord Est dell’Europa per la nidificazione.
Nel frattempo anche la temperatura del terreno, a 5 cm di
profondità, è arrivata, nel breve volgere di 3 giorni, a 6°. Si
potrebbe già seminare ed il mais tentare di
germogliare.
Le giornate del 18 e del 19 si chiudono a 5 stelle: non una
nube durante il giorno. La pressione è molto alta: 1026 bPa e il 19
registra la massima da record: 26,5°, dopo i 26° del 20 marzo 2002 e
i 26° del 17 marzo 1997.
Dopo un poco di piovvigine del 22 e del
24, 4,5 mm, arriva una pioggia vera dalla sera del 26 fino al
mattino del 27: 36 mm. Era dal 26 dicembre 2004, Santo Stefano, che
non cadeva così abbondante. La campagna l'aspettava
proprio.
Nel tardo pomeriggio del 27 due rondini volteggiano sul
cortile, poi a sera vanno a dormire nella stalla dei vitelli ove
sono parecchi i nidi della scorsa estate.
Comunque anche con questa pioggia, speriamo che in montagna
alta sia tutta neve. Abbiamo avuto pochissima neve. Se l'estate
andasse un po’ scarsa di precipitazione, non vogliamo fare
sicuramente i pessimisti, avremo una siccità con poca acqua
disponibile per l'irrigazione e per i pozzi degli
acquedotti.
A
Balma in marzo la neve non è caduta, mentre la temperatura è scesa a
–18°!
La scorsa estate che l'acqua nei torrenti e nei fiumi è stata
abbondante, dal 1° dicembre 2003 al 31 marzo 2004 erano caduti tra
pioggia e neve fusa oltre 400 mm. Dal 1° dicembre 2004 al 31 marzo
2005 tra pioggia e neve fusa scarsi 110 mm.
Il 28, Pasquetta, già dal mattino è sereno e la giornata
passa bella con buona pace dei gitanti. A sera, lontano, verso Nord
Est si vedono lampi di un temporale, verso le Valli dell’Ossola.
Poi, il 29, un temporale arriva anche qui, verso le 18, da Nord, con
5 mm. di pioggia e qualche chicco di grandine, così come per la sera
del 30 e la notte del 31. L’instabilità classica della primavera:
vai a dormire con le stelle e ti alzi che è piovuto, magari poco, ma
è piovuto!
Una nota un poco curiosa: quando vi è alta pressione i galli
cantano volentieri, magari fanno un duetto canoro a distanza di
50-60 mt. L’abbiamo sentito proprio nei giorni di alta pressione,
prima della domenica delle Palme, il 20. Un piccolo galletto
“americano” forse stanco di fare il secondo gallo in un pollaio, ha
sorvolato il muro di cinta ed ha trovato un pollaio senza galli. E
cantava, e cantava ed altri a rispondergli. Questo ci ha ricordato
una frase della Passione di Gesù Cristo, che viene letto la domenica
delle Palme: Gesù a Pietro: “Prima che il gallo canti mi rinnegherai
tre volte...” ed il gallo cantò. Pietro uscito all’aperto pianse
amaramente “Flexit amare” in latino. È una delle poche frasi che
ricordiamo ancora.
Luigi
Chiabotto | |
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Il 22 marzo negli
stabilimenti dell’Alenia Aeronautica di Caselle Sud si é
svolta la cerimonia di consegna del primo velivolo da
trasporto C-27J “Spartan” destinato all’Aeronautica
Militare Greca (Elleniki Polimiki Aeroporia).
Alla consegna erano
presenti il Dott. Giorgio Zappa Direttore Generale di
Finmeccanica e Presidente dell’Alenia, l’Ing. Giovanni
Bertolone Amm. Del. dell’Azienda, il Gen. Georgios
Avlonitis Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica
Militare Greca, il Gen. S.A. Leonardo Tricarico Capo di
Stato Maggiore dell’A.M.I. e l’On. Filippo Berselli
Sottosegretario al Ministero della Difesa.
Alla fine della conferenza
stampa e dopo il “roll-out” ufficiale dello “Spartan” il
velivolo é stato presentato al folto gruppo di invitati
ed autorità.
All’esibizione in volo
hanno partecipato anche il Typhoon, il Tornado, il
dimostratore italiano del C-27J nonché il prototipo del
nuovissimo bireattore da addestramento avanzato
AerMacchi M346, giunto appositamente a Caselle da
Venegono (Va) che con l’occasione è stato presentato
ufficialmente alla delegazione greca.
Il primo di 12 C-27J (più
tre opzionati) sarà consegnato all’Aeronautica greca a
breve e sarà assegnato al 354° Squadron sulla Base aerea
di Elefsis nei pressi di Atene.
Sui piazzali dell’Alenia,
oltre a tutta la gamma dei velivoli prodotti, era
presente anche il secondo C-27J destinato alla
Grecia.
Nel frattempo prosegue
anche la costruzione dei velivoli destinati alla nostra
aeronautica, ed il primo esemplare sarà consegnato entro
la fine dell’anno alla 46° Aerobrigata di Pisa lo stesso
reparto che da decenni è equipaggiato con i G.222 da cui
il C-27J deriva.
Ricordiamo che l’A.M.I. al
momento ha in ordine 12 esemplari.
Il C-27J “Spartan” sta
destando interesse presso varie forze aeree tra cui l’US
Army statunitense che ha in programma la sostituzione
degli Shorts C.23 “Sherpa”.
L’eventuale ordine iniziale
comporterebbe l’acquisto di 33 esemplari.
Il Canada, il Portogallo,
la Finlandia, la Malaysia, l’Australia, l’Arabia
Saudita, Taiwan e molte altre nazioni hanno espresso
vivo interesse per il velivolo italiano che attualmente
è l’unico al mondo della sua categoria.
Anche il Ministero della
Difesa della Bulgaria ha recentemente selezionato il
C-27J ed a breve saranno avviate le trattative per la
fornitura di otto esemplari.
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Nuovo collegamento con
Vienna dell’Austrian
Come già
precedentemente annunciato, con l’orario estivo, da
lunedì 4 aprile sono iniziati i collegamenti aerei fra
Torino e Vienna, ad opera della Austrian Airlines
tramite il suo vettore regionale Austrian Arrows meglio
conosciuta sino al 2003 come Tyrolean.
L’annuncio ufficiale, dopo
alcuni rimandi, è stato dato il 31 marzo con una
conferenza stampa fra i responsabili della compagnia di
bandiera austriaca ed i rappresentanti della
SAGAT.
La Country Manager Italy
& Malta della Austrian, Cinzia Fabbris ha commentato
che “Grazie a questo nuovo volo
da Torino, rafforziamo la nostra presenza sul mercato
italiano in modo ancora più capillare, a conferma
dell’importanza dell’Italia all’interno del Gruppo
Austrian. Lo scalo di Torino e le ottime connessioni dal
nostro hub di Vienna offriranno, in particolare a chi
viaggia per motivi di lavoro, operativi funzionali agli
spostamenti in giornata e alle coincidenze con i nostri
voli per l’Europa dell’Est, l’Asia e
l’Oriente”.
Il volo giornaliero,
attualmente operato con i Bombardier CRJ100LR e -200LR
(bireattori da 50 posti), parte da Caselle alle 7,50 con
arrivo a Vienna alle 9,25; il rientro alla sera con
partenza alle 21,10 ed arrivo a Torino alle
22,40.
Grazie all’hub di Vienna,
che richiede solo 25 minuti di tempo minimo per le
coincidenze con altri voli è possibile raggiungere
tramite il Gruppo Austrian Airlines oltre 140
destinazioni in 66 paesi del mondo fra cui l’Estremo
Oriente (Bangkok, Kuala Lumpur, Mumbai, Nuova Delhi,
Osaka, Pechino, Shangai, Singapore, Tokyo), l’Australia
(Melbourne, Sydney) nonché gli Stati Uniti (New York,
Washington) ed il Canada (Montreal, Toronto).
Tutta l’Europa ed in
particolare l’Europa dell’Est è servita in modo
capillare da Vienna anche perché in questi ultimi anni
la Austrian Airlines ha saputo sviluppare una rete di
servizi e collegamenti di prim’ordine entrando anche nel
gruppo “Star Alliance” di cui è membro dal 26 marzo
2000.
La Star Alliance è la più
importante alleanza dei cieli che riunisce ben 16
compagnie aeree tra cui la Lufthansa, la United
Airlines, la Varig, la SAS, la Singapore Airlines, la
LOT Polish Airlines, la Air New Zealand, la Air
Canada.
La Austrian vanta inoltre
una delle flotte fra le più giovani e moderne d’Europa
infatti l’età media degli oltre 100 aerei di cui dispone
è di 6,4 anni.
Fausto Palombelli,
Direttore Sviluppo Aviation & Traffic della Sagat ha
dichiarato che “il nuovo
collegamento con Vienna non solo permetterà ai
piemontesi di raggiungere in poco tempo una destinazione
prestigiosa come la capitale austriaca, ma offrirà loro
anche il network Austrian attraverso l’hub di Vienna. Si
tratta di una grande opportunità di crescita per il
traffico business e leisure originato dall’Aeroporto di
Torino, nonché un’ulteriore occasione per far conoscere
ed apprezzare nel mondo le eccellenze turistiche della
nostra regione”.
Ricordiamo
che già alcuni anni or sono la Austrian Airlines ha
collegato Torino con Vienna, volo che dopo poco tempo
venne cancellato per ragioni di
traffico.
Oggi però le condizioni di
mercato sono notevolmente mutate e questo fa ben sperare
che il volo abbia il dovuto successo, anzi che questo
dia l’avvio a futuri sviluppi anche nel settore
turistico.
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pagina 17
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Eugenio
Guglielminetti
“Di fronte al suo
lavoro, che è vastissimo e molto difficilmente
catalogabile in periodi e maniere, mi trovo comunque e
sempre di fronte non a uno scenografo, ma a un pittore e
scultore che con l’arte intrattiene un dialogo
quotidiano e un rapporto simbiotico. Chi frequenta
Guglielminetti, e si intrattiene con lui, può notare un
suo particolare modo di muovere le mani come se
disegnasse o plasmasse l’aria che lo circonda. Formulare
pensieri segnici si direbbe connaturato alla sua stessa
persona”.
Così Paolo Levi, curatore
della mostra “CREARTEATRO”, fotografa in poche battute
la figura di Eugenio Guglielminetti, scenografo e
costumista, ma soprattutto artista di gran classe,
assemblatore abile e artigiano del ludico e dell’arte
scenica.
La Regione Piemonte, nelle
storiche sale di Palazzo Cavour a Torino, ha voluto
rendere omaggio a sei decenni di lavoro nell’ambito
dell’arte scenografica e del costume di scena, legata al
teatro, ma anche al balletto e alla TV d’autore, di uno
degli artisti più poliedrici e raffinati che la nostra
regione abbia mai avuto dal dopoguerra ad oggi, Eugenio
Guglielminetti.
Nasce ad Asti nel 1921 ma
presto frequenta l’ambiente torinese, dove all’Accademia
Albertina di Belle Arti conosce Felice Casorati,
divenendone allievo. Crescerà nel clima torinese degli
anni 40-50 del secolo scorso, caratterizzato dal gruppo
de “I Sei di Torino”, entrando in contatto con i grandi
del mondo artistico-culturale del suo tempo, come
Spazzapan, Soldati, Afro, Cremona, Galvano.
Guglielminetti, definirà
meglio le coordinate del suo operare di pittore-scultore
nei suoi ripetuti soggiorni parigini, nel secondo
dopoguerra, entrando in contatto con le avanguardie
internazionali. Importanti sono da considerarsi gli
incontri avuti con artisti di fama quali Pablo Picasso,
Karel Appel, Henry Moore, Duchamp, Chagall, Bacon,
Samuel Beckett.
La mostra di Palazzo
Cavour, divisa in sezioni, lungo le sue tredici sale,
illustra l’arte di Guglielminetti, applicata alle opere
di grandissimi personaggi del teatro mondiale, quali
Alfieri, Goldoni, Molière, Shakespeare, Schiller,
Sofocle, Euripide, Plauto. Non mancano per altro gli
allestimenti scenografici ideati per le opere liriche e
i balletti (Strauss, Rossini, Prokofief).
Un lavoro, quello di
Guglielminetti, essenziale, sintetico, mai invasivo,
piuttosto diremmo riempitivo, per quell’esigenza di
colmare un vuoto, di definire, magari con una linea
segnica, qualcosa di assente un attimo prima, dove i
materiali, mai casuali, rispondono all’urgenza creativa,
giocando il loro ruolo e conferendo ad ogni oggetto di
scena la dignità di scultura o la nobiltà di un dipinto.
Il Maestro, delle sue opere dirà “Il lavoro teatrale
vive sul palco e la scenografia è una parte fondamentale
dell’insieme” – e proseguendo – Se è armonica e in
sintonia con l’esecuzione, non si nota, quasi non si
vede. Proprio questo è l’obiettivo dello scenografo, che
per svolgere bene il suo compito deve scomparire dietro
gli attori. Ma questo atto interpretativo non è forse
arte?”.
Guglielminetti, opera sulle
sue scene e sui costumi in maniera maniacale e attenta,
giocando con le luci e con le ombre di scena, conferendo
all’azione la giusta importanza e caricandola di
significato e pathos. Basti pensare al costume di
“Cleopatra” che campeggia nell’ultima sala espositiva
della mostra, uno dei 250 lavori, tra bozzetti, costumi,
disegni, modellini e fotografie della collezione
dell’autore, presenti.
Lo scenografo ha affrontato
tutti i più importanti autori classici e moderni,
arricchendo la scatola magica del palcoscenico, di
originali capolavori, trasformando la pittura e la
scultura in arte viva.
Dirà di lui, Carla Forno,
in merito alle sue scenografie legate al teatro
alfieriano “I giochi di linee spezzate, il rapporto fra
i volumi, l’alternanza di pieni e di vuoti, di luci e di
ombre, di rette e di curve, di spirali e di “gabbie”,
tracciano il diagramma di un universo di passioni
esasperate, di caratteri eccessivi, di forti contrasti,
eppure di insondabili profondità interiori, fra detto e
indicibile, volontà e follia, fluttuazione quanto mai
moderna dell’animo”.
La produzione di Eugenio
Guglielminetti si può cogliere nel senso di queste
parole e ci riconsegna a tutti, attraverso il suo lavoro
di oltre mezzo secolo, l’inesauribile vitalità
dell’artista per il teatro, le lettere, la musica, la
danza, da cui attingere con cuore puro e con l’occhio
dell’anima, penetrando al di là delle apparenze, fino
alla vera essenza dell’arte, metafora della vita più
alta.
Franco
Campora
“CREARTEATRO” fino al 26
giugno ’05
Palazzo
Cavour
Via Cavour n. 8 –
Torino
Info
011.530690
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Archivio Storico
Comunale
L’Università
delle Tre Età di Caselle aveva in programma per l’anno
accademico 2004-2005 un laboratorio di “Ricerche
storiche”. L’idea iniziale era quella di avvicinare gli
studenti, attraverso la ricerca e l’analisi degli
scritti esistenti, relativi alla storia di Caselle, alla
conoscenza del passato della nostra città.
Avevamo preparato una
bibliografia ed individuato alcuni argomenti da proporre
e da approfondire: la storia di una famiglia o di un
personaggio, o l’evoluzione architettonica di un
particolare edificio.
L’idea era nata da una
lezione in cui furono proiettate un centinaio di
diapositive di vecchie cartoline di Caselle con una
breve storia del nostro territorio dall’epoca della
“centuriazione” romana, all’epoca delle Cartiere, degli
opifici e fino ai giorni nostri. Due fatti hanno
cambiato completamente i nostri programmi in senso
insperato e positivo. La disponibilità della Dott.ssa
Daniela Siccardi, la persona che ha materialmente
seguito, documento per documento, la catalogazione e
l’archiviazione di tutto quanto riguarda Caselle, dal
1300 ai giorni nostri, realizzando l’A.S.C. (“Archivio
Storico Comunale”) e la disponibilità del comune di
permettere che alcune persone si trovassero con
frequenza settimanale nei locali dell’Archivio per
effettuare le loro ricerche. Ho avuto così l’opportunità
di seguire l’approccio metodologico di chi veramente
vuole avvicinarsi ai fatti del passato da protagonista,
con una partecipazione attiva per scoprire, chiarire,
mettere in luce i fatti del passato e non semplicemente
leggere quello che altri hanno già scritto o raccontato.
In una precedente lezione
all’UNI-TRE, la Dott.ssa Siccardi aveva ampiamente
illustrato l’organizzazione e la struttura dell’archivio
e le difficoltà incontrate nel dare una giusta e
corretta localizzazione ad ogni tassello, affinché i
settecento anni racchiusi in quei faldoni fossero
facilmente consultabili. In questa coinvolgente
esposizione traspariva la grande soddisfazione di questa
ricercatrice per la conclusione di questo suo paziente
lavoro di catalogazione che valorizza e mette a
disposizione di tutti, l’autentico patrimonio culturale
di Caselle, e nello stesso tempo, alcune persone, forse
più sensibili alla conoscenza del nostro passato, si
sentivano stimolate a cimentarsi in questa nuova
attività di ricerca. Non è per niente esagerato
affermare che questo archivio costituisce veramente “il”
patrimonio culturale della nostra città; il termine
archivio richiama alla memoria il cimitero dei
documenti, un luogo del passato, dove regna polvere,
muffa e ragnatele, mentre, in effetti, è un luogo di
studio, un luogo dove i documenti e il passato rivivono
e ci parlano, un patrimonio costituito da pergamene che
dal 1300, anno dopo anno, fino ai giorni nostri,
raccontano, a chi è in grado di leggerle, tutta la
nostra storia.
Non tutti i periodi sono
però documentati con gli stessi dettagli, esistono dei
periodi bui, delle ombre più o meno vaste, delle lacune
più o meno gravi; purtroppo i documenti storici sono
destinati a ridursi, nel corso degli anni molti fattori
hanno contribuito a far sì che una certa quantità di
documenti scomparisse e che venisse inesorabilmente
sottratta alla memoria collettiva, basta pensare ai
locali malsani in cui di solito erano accatastati i
vecchi faldoni, ai roditori frequenti in questi
ambienti, agli insetti, all’ignoranza e alla conseguente
volontà di disfarsi rapidamente di materiale ritenuto
ingombrante ed inutile e non dobbiamo nemmeno
sottostimare i piccoli furti.
Oggi l’archivio, anche con
queste piccole ed inevitabili lacune è una realtà, e
noi, grazie al laboratorio dell’UNI–TRE, lo abbiamo
sperimentato.
L’obiettivo che ci siamo
posti non era molto complesso o difficile, abbiamo
voluto avvicinarci lentamente a questi documenti per non
incappare ai primi passi in difficoltà di comprensione,
anche solo dovute alla calligrafia, abbiamo esaminato
gli ordinati comunali della metà dell’ottocento, molto
chiari e comprensibili anche per principianti. Non
voglio entrare adesso nel merito della nostra ricerca,
che sarà forse oggetto di successivi articoli, ma quello
che è forse più interessante è che mentre cercavamo fra
questi documenti le cose che ritenevamo interessanti per
noi, abbiamo avuto modo di parlare e di rievocare gli
scritti, importanti da un punto di vista metodologico,
come le “Lezioni di metodo storico” di Federico Chabod,
“l’Apologia della storia o il mestiere di storico” di
Marc Bloch e le “Sei lezioni sulla storia” di Edward
Carr. Abbiamo così sperimentato gli errori in cui si può
incorrere più frequentemente, facendo questa attività,
come la certezza della datazione, la mancanza di parole
dovute ad inchiostri quasi corrosivi che perforano la
carta, la collocazione fuori posto di alcuni ordinati,
dovuta essenzialmente ad errori di rilegatura. Il
passato diventa così meno distante, i personaggi citati
in questi fogli sembrano quasi per incanto, rivivere,
ricostruiamo i loro movimenti e ci chiediamo perché uno
è ricordato da una lapide e un altro no. È forse quella
che Carr chiamava la responsabilità dello storico, un
fatto citato da uno storico, ripreso da un altro e poi
da un altro ancora diventa un fatto storico, motivi di
opportunità fanno sì che un personaggio sia ricordato da
una lapide e un altro forse più meritevole sia ignorato.
Il fatto che oggi buona parte degli storici dilettanti
non attinga a fonti primarie ma riproponga i fatti ed i
personaggi, senza una riflessione critica,
nell’interpretazione di chi per primo li studiò, fa si
che l’eventuale errore od omissione si tramandi e
diventi certezza. E’ la responsabilità dello storico che
legge i documenti e decide che cosa consegnare ai
posteri, ma abbiamo anche imparato che ogni ricerca
seria, deve contenere, in calce ad ogni pagina, la
denominazione dell’archivio, il numero di faldone, il
riferimento per rintracciare il documento, in modo che
ogni successivo studioso possa ritrovarlo, verificarlo,
approfondirlo, come in una gara di estrema generosità
per facilitare il ritrovamento di tanti tasselli che ci
aiutino a comprendere il passato, ed attraverso la
comprensione del passato, capire il nostro tempo.
Antonio
Gai |
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